Gioco
ANCORA UN’AZIENDA IN GINOCCHIO
Chiude la storica pasticceria Biagi
Cessa l’attività della storica pasticceria Biagi di via Russo. Il titolare dell’azienda non vuole rilasciare dichiarazioni, ma si limita a spiegare che «una serie di eventi concomitanti, ha portato alla decisione di mettere la ditta in liquidazione licenziando tutto il personale». Le lettere sono già state inviate a tutti i dipendenti
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LIVORNO. Cessa l’attività della storica pasticceria Biagi di via Russo. Il titolare dell’azienda non vuole rilasciare dichiarazioni, ma si limita a spiegare che «una serie di eventi concomitanti, ha portato alla decisione di mettere la ditta in liquidazione licenziando tutto il personale». Le lettere sono già state inviate a tutti i dipendenti.
E così, circa una ventina di persone (altri si erano dimessi precedentemente), da oggi non hanno più un posto lavoro e vanno ad ingrossare le fila di quanti sono finiti nel tritacarne della grande crisi.
«Fino all’ultimo siamo state tenute all’oscuro di tutto», si sfogano le dipendenti del reparto salateria che ieri mattina di fronte alla ditta attendevano di riscuotere lo stipendio di agosto e di avere una qualche certezza sul futuro dell’azienda, seppur in negativo.
«Temevamo che saremmo arrivati a questo punto - affermano - perché con i nostri occhi vedevamo ogni giorno che la situazione si aggravava, che non c’era più lavoro. Tutto è iniziato a gennaio, per precipitare nell’ultimo mese. Ma fino ad oggi ci hanno sempre detto di stare tranquille. Adesso non sappiamo più cosa fare».
Tra di loro alcune lavoravano alla Biagi da 15 anni, altre da 6, la più giovane da due. Tutte a tempo indeterminato. Qualcuna racconta che per entrare alla Biagi - azienda con attività di vendita al dettaglio e all’ingrosso, che riforniva molti bar livornesi - ha lasciato un posto fisso in una piccola pasticceria, «nell’illusione che un’azienda di medie dimensioni offrisse maggiori garanzie di stabilità. E invece, la piccola pasticceria è sempre aperta mentre a me trema la terra sotto i piedi». Non vuol lasciare il nome: teme che la banca possa farle storie per il mutuo («oltre al danno, talvolta anche la beffa sta in agguato»).
Gabriella Lastrucci invece ha 67 anni. 450 euro di pensione la costringevano ad arrotondare con il lavoro alla Biagi: «Adesso voglio proprio vedere chi mi assume», dice.
In tante hanno una famiglia alle spalle da mantenere, con figli disoccupati o con contratti a termine. Per Fiorella Luperini, 44 anni, la batosta è ancora più forte: la Biagi dava lo stipendio a due persone in famiglia. Da domani lei e suo marito saranno a casa. «Ho un figlio di 18 anni da tirar su» si lascia andare ma poi il titolare le convoca e in quella mezz’ora arriva la conferma che sono già partite le lettere di licenziamento.
Increduli anche alcuni fornitori, giunti in mattinata alla Biagi, sorpresi di trovare fuori la stampa per una simile mobilitazione. «Quest’azienda non può chiudere» dice uno di loro suonando il campanello. Eccome se può. Lo ha appena fatto.

E così, circa una ventina di persone (altri si erano dimessi precedentemente), da oggi non hanno più un posto lavoro e vanno ad ingrossare le fila di quanti sono finiti nel tritacarne della grande crisi.
«Fino all’ultimo siamo state tenute all’oscuro di tutto», si sfogano le dipendenti del reparto salateria che ieri mattina di fronte alla ditta attendevano di riscuotere lo stipendio di agosto e di avere una qualche certezza sul futuro dell’azienda, seppur in negativo.
«Temevamo che saremmo arrivati a questo punto - affermano - perché con i nostri occhi vedevamo ogni giorno che la situazione si aggravava, che non c’era più lavoro. Tutto è iniziato a gennaio, per precipitare nell’ultimo mese. Ma fino ad oggi ci hanno sempre detto di stare tranquille. Adesso non sappiamo più cosa fare».
Tra di loro alcune lavoravano alla Biagi da 15 anni, altre da 6, la più giovane da due. Tutte a tempo indeterminato. Qualcuna racconta che per entrare alla Biagi - azienda con attività di vendita al dettaglio e all’ingrosso, che riforniva molti bar livornesi - ha lasciato un posto fisso in una piccola pasticceria, «nell’illusione che un’azienda di medie dimensioni offrisse maggiori garanzie di stabilità. E invece, la piccola pasticceria è sempre aperta mentre a me trema la terra sotto i piedi». Non vuol lasciare il nome: teme che la banca possa farle storie per il mutuo («oltre al danno, talvolta anche la beffa sta in agguato»).
Gabriella Lastrucci invece ha 67 anni. 450 euro di pensione la costringevano ad arrotondare con il lavoro alla Biagi: «Adesso voglio proprio vedere chi mi assume», dice.
In tante hanno una famiglia alle spalle da mantenere, con figli disoccupati o con contratti a termine. Per Fiorella Luperini, 44 anni, la batosta è ancora più forte: la Biagi dava lo stipendio a due persone in famiglia. Da domani lei e suo marito saranno a casa. «Ho un figlio di 18 anni da tirar su» si lascia andare ma poi il titolare le convoca e in quella mezz’ora arriva la conferma che sono già partite le lettere di licenziamento.
Increduli anche alcuni fornitori, giunti in mattinata alla Biagi, sorpresi di trovare fuori la stampa per una simile mobilitazione. «Quest’azienda non può chiudere» dice uno di loro suonando il campanello. Eccome se può. Lo ha appena fatto.
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