Gioco
LIVORNO
Gli operai bloccano la raffineria dell'Eni"No alla vendita o facciamo come l'Innse"
Cristiano Meoni
Stop all'approvvigionamento di benzina. Le autobotti vengono fermate all'ingresso dell'area produttiva, dove i lavoratori hanno organizzato un picchetto a oltranza per dire no alla vendita al finanziere amico di Madoff. Indetto lo sciopero
4 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Proseguono a oltranza le proteste alla raffineria dell'Eni a Stagno, stabilimento-simbolo dell'industria livornese. Da mercoledì 9 alle 4.30 la fabbrica è isolata dall’esterno. Un centinaio di lavoratori bloccano l’ingresso, impedendo l’accesso alle autobotti e agli altri mezzi. Una ventina le autocisterne rimandate indietro. Ci sono stati attimi di tensione quando si sono presentati all’accesso ai camion dello zolfo, un materiale indispensabile per il ciclo produttivo della raffineria. Alcuni mezzi sono stati scortati dalla Digos. Niente da fare: gli agenti hanno chiesto agli operai la rimozione del blocco ma questi hanno rifiutato. Fermando lo zolfo gli operai potrebbero riuscire a bloccare l'intero processo di raffinazione.
GUARDA LE IMMAGINI DEL PRESIDIO
Lo sciopero. Intanto, si legge in un comunicato dei lavoratori, sono partite le procedure per il "raffreddamento" degli impianti in vista dello sciopero generale della raffineria. Nello stesso momento è stato indetto per il 15 e 16 settembre lo sciopero del reparto spedizioni ed è stato proclamato, con effetto immediato, lo stato di agitazione. I lavoratori di Calenzano, dove le autobotti riescono ancora a rifornirsi di gasolio, hanno indetto un'assemblea per valutare la loro adesione alla protesta.
Il compratore americano. Gli operai si oppongono all'acquisto da parte dell'americano Gary Klesh, finanziere americano con un passato discutibile di specialista in bancarotte e un presente rispettabile di risanatore di aziende. Sono preoccupati per la brutta fama che Klesch, 61 anni, figlio di un pugile dell'Ohio, si è costruito nel tempo: comprare aziende in crisi a prezzi di saldo, risanarle e rivenderle a pezzi. E i mille lavoratori della raffineria temono ora di finire nel pentolone dello "spezzatino".
La protesta. Così quando Gary Klesch è arrivato a Livorno per concludere la trattativa avviata con l'Eni, gli operai gli hanno riservato una calda accoglienza: una manifestazione sotto le finestre della palazzina dove si era asserragliato insieme al suo stuolo di consulenti, al grido di "Klesch go home", con dichiarazioni d'amore alla raffineria degne di un libro di Moccia: «Mi appartiENI». Più tardi, in un'accesissima assemblea durante la quale sono stati contestati i dirigenti del sindacato, i lavoratori hanno deciso di bloccare le vendite della raffineria, impedendo l'ingresso delle autobotti che vengono a Livorno per rifornirsi di benzina e gasolio.
Del resto, i timori degli operai sono comprensibili se si rileggono le parole che Gary Klesch consegnò al New York Times nel 1994, in un eloquente ritratto intitolato «L'avvoltoio finanziario incassa»: «Oggi in Europa bancarotta è una brutta parola, come lo era negli Stati Uniti 25 anni fa. Quando una società è nei guai, le banche tradizionali scappano. Ma verrà un momento in cui capiranno che la bancarotta è un'opportunità».
L'amicizia con Madoff. Al finanziere americano con base a Londra si rinfaccia anche l'amicizia con Bernard Madoff, il diabolico finanziere condannato a 150 anni di carcere per aver rovinato 4000 famiglie americane con una sorta di catena di Sant'Antonio. Klesch era l'unico esterno ammesso nell'ufficio londinese di Madoff e passava l'estate nella sua villa a Cap d'Antibes. Ma per l'Eni Klesch è «un gruppo industriale serio», l'unico ad aver adempiuto a tutte le condizioni poste per la vendita della raffineria. Perciò, dopo aver scartato 14 manifestazioni d'interesse (fra cui quella di Api), l'Eni ha annunciato di aver aperto una trattativa con il finanziere londinese.
Nessuna garanzia. Le prime informazioni date dai manager del gruppo alle istituzioni locali sono vaghe. Eni ha detto che il compratore manterrà gli attuali livelli occupazionali, ma non ha saputo dare garanzie oltre i 3-5 anni, la durata dei contratti con cui il "cane a sei zampe" assicurerà la fornitura di greggio alla raffineria e il ritiro dei prodotti finiti.
Il campanello d'allarme è suonato. Da Roma sono filtrate indiscrezioni che danno per fatto l'accordo economico. Pur di vendere, a un prezzo che supera i 200 milioni di euro, Eni si accollerebbe le perdite economiche dello stabilimento per i prossimi tre anni e finanzierebbe il compratore attraverso l'emissione di note debitorie. Ma se la raffineria di Stagno - che rifornisce di carburante tutta la Toscana attraverso un oleodotto che termina a Calenzano - vorrà sopravvivere, bisognerà mettere mano al portafoglio per ammodernare l'impianto. E Gary Klesch non ha alcuna intenzione di farlo.
"Facciamo come l'Innse". Così, già ieri mattina, alcune centinaia di lavoratori si sono dati appuntamenti ai cancelli, mentre nella palazzina della ex direzione i manager dell'Eni proiettavano a Gary Klesch le "slide" dello stabilimento e lo accompagnavano in tour tra le torri e le cisterne. La protesta è poi esplosa nell'assemblea del pomeriggio. Alcune decine di lavoratori, esasperati e spazientiti, hanno interrotto l'intervento del segretario della Cgil Maurizio Strazzullo e lo hanno contestato. Gli operai chiedevano proteste spettacolari; «è evidente che la vicenda dell'Innse ha fatto scuola, non si ha più pazienza, si vuole tutto e subito a costo di stare una settimana su una gru» commentava in serata un dirigente sindacale. «Andiamo a bloccare la ferrovia», «no, blocchiamo la raffineria», «saliamo sulla ciminiera» alcune delle idee lanciate nell'assemblea. La decisione non poteva essere morbida. Il blocco si farà davvero, impedendo l'ingresso delle autobotti, dai prossimi giorni chiudendo le valvole dell'impianto di carico. Klesch avrà visto ma non si sarà certo intimorito.
GUARDA LE IMMAGINI DEL PRESIDIO
Lo sciopero. Intanto, si legge in un comunicato dei lavoratori, sono partite le procedure per il "raffreddamento" degli impianti in vista dello sciopero generale della raffineria. Nello stesso momento è stato indetto per il 15 e 16 settembre lo sciopero del reparto spedizioni ed è stato proclamato, con effetto immediato, lo stato di agitazione. I lavoratori di Calenzano, dove le autobotti riescono ancora a rifornirsi di gasolio, hanno indetto un'assemblea per valutare la loro adesione alla protesta.
Il compratore americano. Gli operai si oppongono all'acquisto da parte dell'americano Gary Klesh, finanziere americano con un passato discutibile di specialista in bancarotte e un presente rispettabile di risanatore di aziende. Sono preoccupati per la brutta fama che Klesch, 61 anni, figlio di un pugile dell'Ohio, si è costruito nel tempo: comprare aziende in crisi a prezzi di saldo, risanarle e rivenderle a pezzi. E i mille lavoratori della raffineria temono ora di finire nel pentolone dello "spezzatino".
La protesta. Così quando Gary Klesch è arrivato a Livorno per concludere la trattativa avviata con l'Eni, gli operai gli hanno riservato una calda accoglienza: una manifestazione sotto le finestre della palazzina dove si era asserragliato insieme al suo stuolo di consulenti, al grido di "Klesch go home", con dichiarazioni d'amore alla raffineria degne di un libro di Moccia: «Mi appartiENI». Più tardi, in un'accesissima assemblea durante la quale sono stati contestati i dirigenti del sindacato, i lavoratori hanno deciso di bloccare le vendite della raffineria, impedendo l'ingresso delle autobotti che vengono a Livorno per rifornirsi di benzina e gasolio.
Del resto, i timori degli operai sono comprensibili se si rileggono le parole che Gary Klesch consegnò al New York Times nel 1994, in un eloquente ritratto intitolato «L'avvoltoio finanziario incassa»: «Oggi in Europa bancarotta è una brutta parola, come lo era negli Stati Uniti 25 anni fa. Quando una società è nei guai, le banche tradizionali scappano. Ma verrà un momento in cui capiranno che la bancarotta è un'opportunità».
L'amicizia con Madoff. Al finanziere americano con base a Londra si rinfaccia anche l'amicizia con Bernard Madoff, il diabolico finanziere condannato a 150 anni di carcere per aver rovinato 4000 famiglie americane con una sorta di catena di Sant'Antonio. Klesch era l'unico esterno ammesso nell'ufficio londinese di Madoff e passava l'estate nella sua villa a Cap d'Antibes. Ma per l'Eni Klesch è «un gruppo industriale serio», l'unico ad aver adempiuto a tutte le condizioni poste per la vendita della raffineria. Perciò, dopo aver scartato 14 manifestazioni d'interesse (fra cui quella di Api), l'Eni ha annunciato di aver aperto una trattativa con il finanziere londinese.
Nessuna garanzia. Le prime informazioni date dai manager del gruppo alle istituzioni locali sono vaghe. Eni ha detto che il compratore manterrà gli attuali livelli occupazionali, ma non ha saputo dare garanzie oltre i 3-5 anni, la durata dei contratti con cui il "cane a sei zampe" assicurerà la fornitura di greggio alla raffineria e il ritiro dei prodotti finiti.
Il campanello d'allarme è suonato. Da Roma sono filtrate indiscrezioni che danno per fatto l'accordo economico. Pur di vendere, a un prezzo che supera i 200 milioni di euro, Eni si accollerebbe le perdite economiche dello stabilimento per i prossimi tre anni e finanzierebbe il compratore attraverso l'emissione di note debitorie. Ma se la raffineria di Stagno - che rifornisce di carburante tutta la Toscana attraverso un oleodotto che termina a Calenzano - vorrà sopravvivere, bisognerà mettere mano al portafoglio per ammodernare l'impianto. E Gary Klesch non ha alcuna intenzione di farlo.
"Facciamo come l'Innse". Così, già ieri mattina, alcune centinaia di lavoratori si sono dati appuntamenti ai cancelli, mentre nella palazzina della ex direzione i manager dell'Eni proiettavano a Gary Klesch le "slide" dello stabilimento e lo accompagnavano in tour tra le torri e le cisterne. La protesta è poi esplosa nell'assemblea del pomeriggio. Alcune decine di lavoratori, esasperati e spazientiti, hanno interrotto l'intervento del segretario della Cgil Maurizio Strazzullo e lo hanno contestato. Gli operai chiedevano proteste spettacolari; «è evidente che la vicenda dell'Innse ha fatto scuola, non si ha più pazienza, si vuole tutto e subito a costo di stare una settimana su una gru» commentava in serata un dirigente sindacale. «Andiamo a bloccare la ferrovia», «no, blocchiamo la raffineria», «saliamo sulla ciminiera» alcune delle idee lanciate nell'assemblea. La decisione non poteva essere morbida. Il blocco si farà davvero, impedendo l'ingresso delle autobotti, dai prossimi giorni chiudendo le valvole dell'impianto di carico. Klesch avrà visto ma non si sarà certo intimorito.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
