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Chi spegne la raffineria pagaTrecento milioni per la bonifica

Cristiano Meoni
L’incontro di lunedì tra il sindaco e i dirigenti dell’Eni
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L’incontro di lunedì tra il sindaco e i dirigenti dell’Eni

All'Eni non conviene chiudere la raffineria e ridurla a deposito. Conviene venderla e fare in modo che il lavoro sporco lo faccia un altro, magari più libero dai lacci e dai vincoli che impone lo stare su un territorio.

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LIVORNO. All'Eni non conviene chiudere la raffineria e ridurla a deposito. Conviene venderla e fare in modo che il lavoro sporco lo faccia un altro, magari più libero dai lacci e dai vincoli che impone lo stare su un territorio. Chi chiude la raffineria, infatti, deve bonificare l'area, e lo deve fare per legge. E la bonifica dei 150 ettari di Stagno, dove il petrolio quasi zampilla dal terreno, costa centinaia di milioni di euro. In questa partita a carte dove non sono chiare le strategie dei giocatori nè la posta in gioco - e che cela probabilmente altre partite (in Libia dove Eni e Klesch sono in affari) - vince soprattutto chi evita il "gobbo nero" della bonifica.
Eni passerà a Klesch la raffineria e pure il debito ambientale che ha contratto con la città in settant'anni di sfruttamento del territorio. Se poi il fondo d'investimento dovesse decidere di spegnere gli impianti, quando scadranno i contratti di fornitura assicurati da Eni, bisognerà andare a Londra per reclamare i soldi per disinquinare l'area. Impresa non agevole anche se l'impegno dovesse essere sottoscritto in un contratto.

Eni sa bene cosa c'è nel terreno di Stagno: una mistura micidiale di idrocarburi non si sa quanto profonda. E sa quanto gli costerebbe disinquinare il terreno. Ora, il decreto 152 del 2003 approvato dall'allora ministro dell'ambiente Matteoli prevede l'obbligo di bonifica solo in caso di cessazione dell'attività produttiva. Un'attività inquinante può continuare a girare a patto che venga messa in «sicurezza operativa» con alcuni interventi di risanamento ambientale. E' quello che è successo in questi ultimi anni alla raffineria di Stagno. Per scongiurare la bonifica, insomma, bisogna continuare a lavorare. Ecco perchè l'Eni ha scelto la strada della vendita. E, pur di vendere a Klesch, è disposta persino a ripianare eventuali perdite economiche dello stabilimento livornese nei primi due-tre anni. Nel lotto in vendita, inoltre, ha messo anche la centrale a turbogas da 140 megawatt, un impianto costato alcuni anni fa la bellezza di 140 miliardi di vecchie lire. E se si parla di un prezzo di 85 milioni per tutto, un motivo ci sarà.

E' forte il sospetto che l'Eni voglia sgravarsi di un onere che poi il fondo anglosassone potrebbe anche non saldare, lasciando fra qualche anno la città con un buco nero di 150 ettari dove non si potrebbe fare nulla. «Le bonifiche di raffineria sono operazioni molto costose: ne ho viste molte abbozzate ma pochissime sono state fatte» confida un tecnico che opera in una primaria società specializzata nelle bonifiche di siti industriali. Quella della raffineria di Ravenna, chiusa nell'85, si è conclusa pochi anni fa, mentre a Rho (Milano) in un caso analogo sono stati asportati, disinquinati, inertizzati e smaltiti 2 milioni di metri cubi di terreno, fino a cinque metri di profondità. A Piombino, per le acciaiere, fu redatto un piano di bonifica che sarebbe costato 300 milioni di euro: non se ne è fatto niente. «Il costo medio di una bonifica di raffineria è 200 euro al metro cubo» dice il nostro esperto.
Non resta che augurare lunga vita a Stagno, per il bene di tutti.

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