Gioco
UCCISO DALL' AUTOBUS
Malati abbandonati alle famiglie
Mario Lancisi
«La vicenda di Livorno è l'ennesima dolorosa riprova che la legge 180 non funziona, che prima la si modifica e meglio è per i malati di mente e le loro famiglie»
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«La vicenda di Livorno è l'ennesima dolorosa riprova che la legge 180 non funziona, che prima la si modifica e meglio è per i malati di mente e le loro famiglie». E' quanto sostiene Michele Zappella, ex primario di neuropsichiatria infantile a Siena, nipote dello scrittore e psichiatra Mario Tobino (è figlio della sorella Tilde) e autore di numerosi libri sull'autismo infantile (ha pubblicato - tra gli altri - Il bambino nella luna per Feltrinelli).
Perché sostiene la modifica della legge Basaglia che ha chiuso i manicomi?
«Per una ragione molto semplice: è una legge sbagliata. Ha fatto chiudere gli ospedali psichiatrici senza però creare strutture alternative. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i malati gravi sono sulle spalle delle famiglie che, spesso, non ce la fanno. Come nel caso di Poletto. Che andava protetto, così come la persona da lui uccisa con il pullman. Tra l'altro tutti gli psichiatri sanno che i malati mentali gravi rifiutano le cure, come è emerso dalla vicenda Poletto».
Un omicidio che si poteva evitare?
«Questo è un giudizio che io non posso dare. Dico che la "180" non funziona. Come è stato più volte dimostrato. La sua radice è ideologica. Nel corso degli anni Settanta si è affermato un fondamentalismo che pretendeva che le malattie mentali fossero il risultato di condizionamenti sociali, e non invece, come sappiamo, di disturbi neurobiologici».
Propone il ritorno ai manicomi?
«Non si può continuare ad impostare la discussione su manicomio sì o manicomio no. Io sono nipote di Tobino che i malati di mente li amava e, per questo, li proteggeva. Lasciare a se stesso uno che poi prende un pullman e ammazza una persona significa forse volergli bene?».
La Regione dice che in Toscana ci sono centri che funzionano.
«Io non sono in grado di valutare. Non dò giudizi. Constato che un malato di mente, lasciato solo, ha distrutto la vita sua e di un'altra persona. Non so se è colpa della Regione o di altri. L'unica certezza che abbiamo è che non sono responsabili nè chi è morto e nè il suo omicida in quanto gravemente malato di mente».
In concreto lei cosa propone?
«Intanto occorre distinguere nella malattia mentale due aspetti che la "180" non fa. Ci sono i malati acuti per i quali il ricovero previsto dalla legge è molto macchinoso se è un ricovero coatto, inoltre una settimana di cura in ospedale, o poco più, come prevede la legge, spesso non basta. Ci sono poi i malati cronici per i quali è necessario il ricovero in strutture adeguate. Perché sa altrimenti quale è il rischio?».
No, lo spieghi.
«Semplice. Chi ha soldi ricovera il parente malato in una clinica privata: paga e non corre rischi di alcun tipo. Chi invece è povero il parente se lo deve tenere in casa e spesso non ce la fa a stargli dietro. E' questo l'inganno della legge 180: far credere che abolendo i manicomi automaticamente sarebbe stata vinta la malattia mentale».
Invece?
«Purtroppo la malattia mentale esiste. Va curata. E là dove le cure non portano ad una guarigione completa, occorre che il malato sia protetto, che la sua famiglia sia aiutata e che la società non corra rischi».
Perché sostiene la modifica della legge Basaglia che ha chiuso i manicomi?
«Per una ragione molto semplice: è una legge sbagliata. Ha fatto chiudere gli ospedali psichiatrici senza però creare strutture alternative. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i malati gravi sono sulle spalle delle famiglie che, spesso, non ce la fanno. Come nel caso di Poletto. Che andava protetto, così come la persona da lui uccisa con il pullman. Tra l'altro tutti gli psichiatri sanno che i malati mentali gravi rifiutano le cure, come è emerso dalla vicenda Poletto».
Un omicidio che si poteva evitare?
«Questo è un giudizio che io non posso dare. Dico che la "180" non funziona. Come è stato più volte dimostrato. La sua radice è ideologica. Nel corso degli anni Settanta si è affermato un fondamentalismo che pretendeva che le malattie mentali fossero il risultato di condizionamenti sociali, e non invece, come sappiamo, di disturbi neurobiologici».
Propone il ritorno ai manicomi?
«Non si può continuare ad impostare la discussione su manicomio sì o manicomio no. Io sono nipote di Tobino che i malati di mente li amava e, per questo, li proteggeva. Lasciare a se stesso uno che poi prende un pullman e ammazza una persona significa forse volergli bene?».
La Regione dice che in Toscana ci sono centri che funzionano.
«Io non sono in grado di valutare. Non dò giudizi. Constato che un malato di mente, lasciato solo, ha distrutto la vita sua e di un'altra persona. Non so se è colpa della Regione o di altri. L'unica certezza che abbiamo è che non sono responsabili nè chi è morto e nè il suo omicida in quanto gravemente malato di mente».
In concreto lei cosa propone?
«Intanto occorre distinguere nella malattia mentale due aspetti che la "180" non fa. Ci sono i malati acuti per i quali il ricovero previsto dalla legge è molto macchinoso se è un ricovero coatto, inoltre una settimana di cura in ospedale, o poco più, come prevede la legge, spesso non basta. Ci sono poi i malati cronici per i quali è necessario il ricovero in strutture adeguate. Perché sa altrimenti quale è il rischio?».
No, lo spieghi.
«Semplice. Chi ha soldi ricovera il parente malato in una clinica privata: paga e non corre rischi di alcun tipo. Chi invece è povero il parente se lo deve tenere in casa e spesso non ce la fa a stargli dietro. E' questo l'inganno della legge 180: far credere che abolendo i manicomi automaticamente sarebbe stata vinta la malattia mentale».
Invece?
«Purtroppo la malattia mentale esiste. Va curata. E là dove le cure non portano ad una guarigione completa, occorre che il malato sia protetto, che la sua famiglia sia aiutata e che la società non corra rischi».
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