Lutto
Modì, nel caveau le tre teste contese Cosimi: 'Vendiamo per un'opera vera'
Luciano De Majo
Le tre teste trovate 18 anni fa nella carrozzeria di Pietro Carboni - battezzate la saggezza, la bellezza e la nera - si trovano sottochiave in banca a Livorno. Il sindaco ricorda il successo di pubblico all'esposizione delle pietra della beffa, ma dice: "Vorrei venderle per comperare qualche disegno o qualcosa del grande artista livornese''
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LIVORNO. Le tre teste scolpite in pietra arenaria, trovate ormai diciott'anni fa nella carrozzeria di Piero Carboni, sono di nuovo in città. Le custodisce il caveau di una banca cittadina. Bruno Domenici, che della famiglia Carboni è uno degli eredi, non dice quale, ma giura che è così.
Nessuno - a parte Carlo Pepi, che lo ripete anche in questa pagina - ha mai detto che siano il frutto del lavoro di Amedeo Modigliani. Ma nessuno è neppure riuscito ad affermare il contrario, se è vero che lo stilista Giuseppe Saracino e lo stesso Pepi sono stati assolti dal tribunale di Pisa (a maggio del 2002), dall'accusa di voler esportare opere false, quando chiesero l'autorizzazione a portarle all'estero da parte della Sovrintendenza di Pisa. Carboni, invece, non ebbe neppure la soddisfazione di vedersi assolvere, visto che morì a processo in corso, nel 1998. Nel dibattimento, alcuni periti dissero che le sculture non erano attribuibili a Modì, ma ritennero false anche le foto di altre opere in esposizione in quel momento a New York.
Al sicuro. Oggi quelle tre teste, dunque, insieme al contenuto del baule che Carboni si ritrovò per le mani nel 1991, contenente anche alcuni capelli (di Modigliani?) sono al sicuro. E sono di proprietà degli eredi dei personaggi che dettero vita a questa vicenda. Perché l'accordo stretto fra Carboni e Saracino, lo stilista al quale il carrozziere raccontò la storia, è stato confermato dagli eredi dei due: Carboni, come detto, è morto undici anni fa. Saracino, invece, se n'è andato quattro-cinque anni fa nel silenzio totale. Fu in quel momento che rispuntò la terza testa che sembrava scomparsa nel nulla e che invece custodiva lui. Nessuno dette notizia della sua morte, eppure fu Saracino, con la sua verve istrionica, a lanciare alla ribalta le sculture, facendo da portavoce a Carboni.
Hanno un nome. La saggezza, la bellezza, la nera. Quelle tre teste ebbero anche un nome. Sono state battezzate, in qualche modo. Per la prima volta furono tirate fuori a ottobre del 1991, in una saletta dell'allora decadente Hotel Palazzo. E ora che giacciono nella cassaforte di una banca, la famiglia Carboni-Domenici spera di poter ottenere una parola definitiva. «Piero Carboni era il cugino di mio padre - dice Bruno Domenici - e tutti e due sono morti con l'osso in gola: nessuno sa dire con certezza se quelle teste sono autentiche o false. Ma serve una parola di chiarezza».
Nessuno - a parte Carlo Pepi, che lo ripete anche in questa pagina - ha mai detto che siano il frutto del lavoro di Amedeo Modigliani. Ma nessuno è neppure riuscito ad affermare il contrario, se è vero che lo stilista Giuseppe Saracino e lo stesso Pepi sono stati assolti dal tribunale di Pisa (a maggio del 2002), dall'accusa di voler esportare opere false, quando chiesero l'autorizzazione a portarle all'estero da parte della Sovrintendenza di Pisa. Carboni, invece, non ebbe neppure la soddisfazione di vedersi assolvere, visto che morì a processo in corso, nel 1998. Nel dibattimento, alcuni periti dissero che le sculture non erano attribuibili a Modì, ma ritennero false anche le foto di altre opere in esposizione in quel momento a New York.
Al sicuro. Oggi quelle tre teste, dunque, insieme al contenuto del baule che Carboni si ritrovò per le mani nel 1991, contenente anche alcuni capelli (di Modigliani?) sono al sicuro. E sono di proprietà degli eredi dei personaggi che dettero vita a questa vicenda. Perché l'accordo stretto fra Carboni e Saracino, lo stilista al quale il carrozziere raccontò la storia, è stato confermato dagli eredi dei due: Carboni, come detto, è morto undici anni fa. Saracino, invece, se n'è andato quattro-cinque anni fa nel silenzio totale. Fu in quel momento che rispuntò la terza testa che sembrava scomparsa nel nulla e che invece custodiva lui. Nessuno dette notizia della sua morte, eppure fu Saracino, con la sua verve istrionica, a lanciare alla ribalta le sculture, facendo da portavoce a Carboni.
Hanno un nome. La saggezza, la bellezza, la nera. Quelle tre teste ebbero anche un nome. Sono state battezzate, in qualche modo. Per la prima volta furono tirate fuori a ottobre del 1991, in una saletta dell'allora decadente Hotel Palazzo. E ora che giacciono nella cassaforte di una banca, la famiglia Carboni-Domenici spera di poter ottenere una parola definitiva. «Piero Carboni era il cugino di mio padre - dice Bruno Domenici - e tutti e due sono morti con l'osso in gola: nessuno sa dire con certezza se quelle teste sono autentiche o false. Ma serve una parola di chiarezza».
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