Finanza
A 25 ANNI DALLA BEFFA
Le teste di Modì dimenticate
Alice Barontini
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La copia in gesso del busto di Modì (a sinistra) nello stesso magazzino dove giacciono le tre testePer alcuni sono pietracce brutte e senza valore, da tener nascoste. Per altri sono il simbolo della più colossale beffa mai realizzata al mondo. Per un numero ristretto di persone hanno dei barlumi d'arte concettuale, per via del panico in cui gettarono la critica più illustre smontandone alle radici tutte le certezze
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LIVORNO. Per alcuni sono pietracce brutte e senza valore, da tener nascoste. Per altri sono il simbolo della più colossale beffa mai realizzata al mondo. Per un numero ristretto di persone hanno dei barlumi d'arte concettuale, per via del panico in cui gettarono la critica più illustre smontandone alle radici tutte le certezze. Per tutti - volenti o nolenti - raccontano una pagina della storia livornese. In ogni caso quelle tre "finte" teste di Modigliani gettate nel Fosso Reale nell'estate del 1984 sono ancora incandescenti e se allora destarono un gran polverone in tutto il mondo dell'arte, ancora oggi - dopo 25 anni - continuano a far discutere. Perché? Il motivo è semplice. Si trovano tutte e tre (Modì 1 di Angelo Froglia, Modì 2 degli allora studenti universitari Michele Ghelarducci, Pierfrancesco Ferrucci e Pietro Luridiana e Modì 3 sempre del Froglia) dimenticate nei magazzini comunali dei Bottini dell'Olio, impolverate e sistemate sopra le scatole d'imballaggio usate nel '99 per spedirle a Lugano.
Sono proprietà del Comune ma della loro sorte non si sa che farne. Molta gente si domanda se non sarebbe il caso di esporle in una sede pubblica, vista la curiosità destata nelle rare occasioni in cui sono state esposte. Dopo il clamore dell'84 infatti sono state riportate alla luce nel '99, quando andarono in prestito al Museo d'Arte Moderna di Lugano per una mostra su Modigliani. Inserite in una speciale sezione, erano accompagnate da una nota didascalica che raccontava della beffa di Livorno. Nel 2004 a Maurizio Mini e Massimo Seghetti dell'"Associazione lavoratori comunali" venne così in mente l'idea di riproporre a Livorno quelle teste uscite dal fango. Furono esposte alla Bottega del Caffé e la mostra ebbe un successo clamoroso quanto inaspettato. Le statue furono visitate in dieci giorni da circa 40.000 persone, anche se bisogna tener conto che c'era di mezzo Effetto Venezia. «Dovemmo aprire tutte le porte per smistare la gente - racconta Mini - In quell'occasione volevamo far vedere ai livornesi le famigerate teste dell'inganno, sdoganandole una volta per tutte. Dire: eccole, sono queste... Ora, incassiamo una volta per tutte la beffa e apriamo un dibattito più profondo sull'arte contemporanea. Ci sarebbe piaciuto che le statue o pietre, a seconda dei giudizi, trovassero una sede permanente in un luogo pubblico. Ma da allora non si sono più viste». E ora giacciono ai Bottini, ironia della sorte proprio vicino al gesso firmato Vitaliano De Angelis che ritrae il busto di Modì, quello che si trova in bronzo a Villa Fabbricotti. Mentre sulle altre tre teste scoperte nel '91 e contese dagli eredi di Saracino e Carboni ancora è giallo. Due sono in un armadio della Sovrintendenza di Pisa. Una è sparita nel nulla. E i critici (tranne Carlo Pepi che crede nell'originalità delle opere) tanto si erano affrettati sul dare un giudizio nell'84 quanto ora si guardano bene dal pronunciarsi.
Sono proprietà del Comune ma della loro sorte non si sa che farne. Molta gente si domanda se non sarebbe il caso di esporle in una sede pubblica, vista la curiosità destata nelle rare occasioni in cui sono state esposte. Dopo il clamore dell'84 infatti sono state riportate alla luce nel '99, quando andarono in prestito al Museo d'Arte Moderna di Lugano per una mostra su Modigliani. Inserite in una speciale sezione, erano accompagnate da una nota didascalica che raccontava della beffa di Livorno. Nel 2004 a Maurizio Mini e Massimo Seghetti dell'"Associazione lavoratori comunali" venne così in mente l'idea di riproporre a Livorno quelle teste uscite dal fango. Furono esposte alla Bottega del Caffé e la mostra ebbe un successo clamoroso quanto inaspettato. Le statue furono visitate in dieci giorni da circa 40.000 persone, anche se bisogna tener conto che c'era di mezzo Effetto Venezia. «Dovemmo aprire tutte le porte per smistare la gente - racconta Mini - In quell'occasione volevamo far vedere ai livornesi le famigerate teste dell'inganno, sdoganandole una volta per tutte. Dire: eccole, sono queste... Ora, incassiamo una volta per tutte la beffa e apriamo un dibattito più profondo sull'arte contemporanea. Ci sarebbe piaciuto che le statue o pietre, a seconda dei giudizi, trovassero una sede permanente in un luogo pubblico. Ma da allora non si sono più viste». E ora giacciono ai Bottini, ironia della sorte proprio vicino al gesso firmato Vitaliano De Angelis che ritrae il busto di Modì, quello che si trova in bronzo a Villa Fabbricotti. Mentre sulle altre tre teste scoperte nel '91 e contese dagli eredi di Saracino e Carboni ancora è giallo. Due sono in un armadio della Sovrintendenza di Pisa. Una è sparita nel nulla. E i critici (tranne Carlo Pepi che crede nell'originalità delle opere) tanto si erano affrettati sul dare un giudizio nell'84 quanto ora si guardano bene dal pronunciarsi.
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