Il Tirreno

Livorno

VITA DA IMMIGRATI EMERGENZA CASA

In otto vivono in 30 metri quadri

Lara Loreti
Gli otto africani costretti a vivere in spazi angusti. La soffitta è di circa 30 metri quadri. Le loro condizioni di vita sono molto precarie
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Gli otto africani costretti a vivere in spazi angusti. La soffitta è di circa 30 metri quadri. Le loro condizioni di vita sono molto precarie

Otto sotto un tetto. Proprio come il titolo della divertente serie tv americana di fine anni'80. Ma in questo caso, c'è poco da ridere. E la parola "tetto" non è una metafora per indicare il focolare domestico, ma letteralmente, l'insieme di tegole e travi che ricoprono un edificio

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LIVORNO. Otto sotto un tetto. Proprio come il titolo della divertente serie tv americana di fine anni'80. Ma in questo caso, c'è poco da ridere. E la parola "tetto" non è una metafora per indicare il focolare domestico, ma letteralmente, l'insieme di tegole e travi che ricoprono un edificio. Ieri notte la polizia ha scoperto otto immigrati del Senegal rintanati in una soffitta di neanche 30 metri quadri in centro.

Una mini-casa si trova in via Adua, a pochi passi da piazza Cavour, dove gli africani vivono in condizioni precarie. Gli stranieri sono stati identificati dalla polizia che sta verificando la loro posizione in Italia. Accertamenti sono in corso, nel rispetto del nuovo pacchetto sicurezza che ha inasprito le regole contro l'immigrazione clandestina. Il nuovo decreto prevede, tra l'altro, la confisca dell'appartamento per chi affitta a stranieri irregolari. La polizia sta indagando anche per controllare l'abitalità dell'appartamento. In base a quanto appreso, il proprietario lo ha dato in locazione a 500 euro un senegalese, che poi lo ha subaffittato - o che ha ospitato - ad altri connazionali. «Ci viviamo solo in tre - spiega uno dei senegalesi - gli altri sono ospiti di passaggio. Siamo stretti, ma non facciamo nulla di male».

Il blitz prende il via ieri alle 3. A lanciare l'allarme sono alcuni vicini, stanchi del via vai di stranieri nel condominio. Un'insofferenza palpabile nell'aria. Basta suonare al campanello di uno dei residenti del palazzo per rendersene conto. «Chi è questa volta? - grida una signora al citofono - Qua ogni ora c'è qualcuno che vuole entrare. Ma un giorno o l'altro chiamiamo la polizia e vi mandiamo via tutti!».
Tra i nomi che figurano sui campanelli ne spicca uno: Senegal. Probabilmente gli inquilini hanno pensato di sintetizzare i loro nomi con la denominazione del Paese di origine. E infatti quel nome corrisponde proprio all'appartamento in questione. Se così si può chiamare. Già perché in realtà si tratta di una soffitta composta da due ministanze più i servizi. Si trova all'ultimo piano (nel palazzo non c'è ascensore) e vi si accede attraverso una ripidissima scala che conduce a una porticina aperta, ingresso comune con un'altra soffitta abitata. La porta vera della casa di solito resta aperta per creare un po' di corrente d'aria. È l'ora di pranzo e in casa ci sono tre senegalesi. «Abbiamo un regolare contratto di affitto e abbiamo il permesso di soggiorno - dice l'inquilino che si fa portavoce dei connazionali - Ci viviamo in tre, gli altri cinque restano qui solo per due mesi estivi».

Nella soffitta ci sono le tracce di una presenza stabile di otto persone. In una delle due stanzette, non più di dieci metri quadri, ci sono cinque letti adagiati per terra senza rete, per risparmiare spazio. L'unica fonte d'aria e luce è un piccolo lucernario. Nel locale adiacente ci sono altri due letti e l'ottavo è lungo il minuscolo corridoio. Ogni angolo è sfruttato all'inverosimile.
Il senegalese racconta che lui e i suoi connazionali lavorano come ambulanti. «Siamo arrivati tre mesi fa, abbiamo trovato questa casa attraverso un'agenzia immobiliare».

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