Gioco
L'ombra di Modigliani, quella beffa che fece tremare il mondo dell'arte
Un racconto di Giampaolo Simi sulla burla delle sculture nei Fossi che 25 anni fa fece il giro del mondo. Dalla legenda delle statue gettate via ad un labirinto internazionale di sospetti, segreti, soldi e inimicizie
Tutto inizia proprio l'estate di cento anni fa, quella del 1909. Mentre il Manifesto Futurista parte dall'Italia alla volta di Parigi, qualcun altro lascia la Ville Lumière per tornare verso sud e il sole del Tirreno. Ha venticinque anni, si chiama Amedeo Modigliani e secondo i criteri di uno come Piero Ciampi ha davvero "tutte le carte in regola per essere un artista", dato che, oltre al talento, ha anche "un carattere malinconico" e "beve come un irlandese". Se Marinetti celebra i fasti furiosi della modernità e del progresso, Modigliani è suggestionato dall'arte primitiva africana, così torna a Livorno per scalpellare la pietra e per rimettersi. Perché Parigi è dura e fredda, gli atelier dei giovani artisti spesso sono stamberghe orride e sporche. Per fare il bohémien ci vuole il fisico e quello, Amedeo Modigliani, proprio non ce l'ha. A quattordici anni ha preso la febbre tifoidea, a sedici la tubercolosi. Quell'estate a Livorno, Modigliani scolpisce e si rimette. Scolpisce anche alcune teste in pietra e fin qui i fatti sono certi.
Secondo poi testimonianze esili e contraddittorie, alcuni suoi amici gli consigliano però di buttarle nel fosso, tanto sono brutte. Secondo una delle leggende più nere dell'arte novecentesca, Modigliani le carica nottetempo su un carretto e le scaglia nel Fosso Reale, vicino al Mercato delle Vettovaglie.
È lì che nell'estate del 1984 si immergerà a cercarle una benna, in coincidenza con una mostra che celebra il centenario della nascita di Modì e la sua attività di scultore. Una coincidenza che si rivelerà a dir poco sciagurata. In molti, anzi troppi, in quell'estate si mettono a giocare con il fuoco. Quel fuoco si chiama Modì. Che non è solo l'abbreviazione di Modigliani. È anche la pronuncia di maudit. Maledetto. "Autenticare un Modigliani è come puntare a Las Vegas". A dirlo è un anonimo mercante d'arte italiano intervistato sul sito Forbes.com. Voci sostengono che almeno tre opere su quattro attribuite a Amedeo Modigliani siano in realtà dei falsi.
Il primo a fare i soldi con il successo postumo di Modigliani si chiama Leopold Zborowski, amico, mecenate e mercante d'arte del pittore. Secondo qualcuno, fa anche terminare ad altri pittori abbozzi e schizzi di Modigliani. Comunque sia, è una fortuna che dura poco: Zborowski perde tutto nella Grande Depressione e muore in miseria nel 1932. Per campare, la sua vedova non trova allora di meglio che attestare l'autenticità di molti disegni senza grandi scrupoli. Un'altra amica e modella di Modigliani, Lunia Czechowska, fa lo stesso. Nel dopoguerra ci si mette anche un certo Elmyr De Hory. Il nome non vi dirà niente ma, quando si ammazza imbottendosi di sonniferi a Ibiza, nel 1976, questo signore è una celebrità. Elmyr De Hory è uno dei più grandi falsari del Novecento, tanto che alla sua biografia Orson Welles ha dedicato F for Fake (F come falso). Per vent'anni, De Hory ha praticamente impestato il mercato.
Vende Matisse, Renoir taroccati e, soprattutto, falsi Modigliani. L’ attività non lo ha reso però né ricco né felice. Quando si suicida, a settant’anni, è in procinto di essere estradato e processato, dopo una vita intera da fuggiasco, dopo aver dipinto falsi per un quattrocento dollari al mese e senza essere riuscito a imporsi, ironia della sorte, con le proprie opere originali. A spedire Modigliani in cima alla top ten degli artisti più falsificati del Novecento intervengono anche altre ragioni. Di fronte alla sua grande fortuna, per esempio, il corpus delle sue opere è numericamente ristretto. Picasso ha lasciato circa cinquantamila disegni, Modigliani poco più di novecento, che oggi possono valere dai cinquantamila ai centomila euro. Aggiungete che Modigliani disegnava all’impronta, al bistrot per pagarsi da bere, con uno stile tecnicamente semplice da imitare, e capite bene quale preda ideale sia stato Modì per falsari e mercanti senza scrupoli.
La beffa delle false teste del 1984 si inserisce quindi in un labirinto internazionale di sospetti, segreti, interessi e rivalità. Lo ha capito bene già nel 1976 un certo Zachary Stone che a Londra pubblica un thriller intitolato “The Modigliani Scandal”. Al centro c’è un’opera sconosciuta del pittore livornese, che scatena una lotta senza esclusione di colpi fra un giovane studioso, un collezionista e un gallerista. A parte la curiosa coincidenza del cognome (Stone significa pietra), anche quella firma è a suo modo un falso. Zachary Stone infatti non esiste, è lo pseudonimo di un giovane scrittore alle prime armi di nome Ken Follett.
TAVOLO DA GIOCO
Non siamo quindi al tavolino di un bar dove fra un ponce e l’altro possa nascere l’idea di una burla estemporanea. Siamo a un tavolo da gioco dove la posta è davvero pesante e i bluff non mancano mai. In questo scenario si innescano le vicende convulse della calda estate del 1984. Meritano di essere ripercorse, perché forse neppure uno come Ken Follett avrebbe potuto scandire colpi di scena a ripetizione in maniera così spietata. La mostra su Modigliani scultore, la prima che Livorno dedica al “suo” grande artista, apre nel centesimo compleanno dell’artista. A curarla ci sono i fratelli Durbé. Vera è direttrice del Museo Progressivo d’Arte Contemporanea di Villa Maria. Un’autodidatta sanguigna e instancabile che al posto dei titoli accademici vanta una grande passione e una carriera nel funzionariato pubblico. I titoli non mancano certo al fratello Dario, direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Nonostante questo, su ventisei sculture universalmente riconosciute di Modigliani, ne sono arrivate a Livorno solo quattro, e una. fra l’altro, potrà rimanere solo pochi giorni.
LA PRIMA GRANA
La prima grana scoppia subito: Vera Durbé e la figlia di Modigliani sono protagoniste di una querelle su un “Ritratto di Picasso” esposto a Livorno che, scrive Jeanne Modigliani da Parigi, non appare “in nessuna edizione attendibile”. E in più lamenta di essere stata esclusa dal Comitato Scientifico della mostra, pur avendo dato la sua collaborazione ai curatori. Il giovane assessore Frontera se la prende invece con i “signorotti di paese della cultura” che boicottano la grande occasione di tutta una città solo perché temono di perdere i loro piccoli feudi di potere. In realtà lo scacchiere di rivalità è più ampio e complesso. Solo per dirne una, l’anno prima Dario Durbè ha a sua volta rifiutato una mostra su Modigliani, avallando sospetti sull’autenticità di opere certificate da Jeanne Modigliani e dal suo braccio destro Christian Parisot. Poche le sculture, pochi i quadri e disegni, pochi i visitatori: la grande occasione di Livorno langue, la calda estate spinge le folle verso scogli, spiagge e bagni. Forse anche per questo Vera Durbé torna alla carica con la leggenda del 1909. È, a dire il vero, il suo pallino da qualche anno, ma intuisce che ora, o mai più, ci sono le condizioni per cercare le famose teste buttate da Modì. In tempi relativamente brevi si trovano quaranta milioni di lire, si appronta una benna speciale, si ottengono i permessi, si superano le perplessità dei vari “enti preposti” che devono dire la loro o apporre un timbro su un’operazione del genere. La Durbé si fa immortalare con l’indice proteso verso il punto in cui “sente” la presenza delle teste di Modì.
L’ESCAVATRICE
Il 16 luglio l’escavatrice caricata su una grossa chiatta inizia a rimestare il fondo del Fosso Reale: e quello ancora più torbido della leggenda. Si ridesta immediatamente l’interesse dei media.
Ci sono più curiosi sulle spallette davanti al Mercato che visitatori alla mostra di Villa Maria. Passa una settimana di lavoro estenuante in cui viene su di tutto, dalle biciclette alle pistole, ma non le famose sculture. Il 24 luglio potrebbe essere uno degli ultimi giorni di lavoro, se la melma del Fosso Reale non restituisse, alle 9 di mattina, una pietra che reca segni di lavorazione. Una volta lavata e ripulita, ne emerge il profilo rudimentale di un volto che richiama una maschera primitiva. Anche senza internet e senza cellulari, la notizia dilaga per tutta la città in pochi minuti. I giornalisti, che ovviamente avevano un po’ mollato, tornano di corsa sul posto. Lo scetticismo viene subito messo sotto pressione. C’è chi vive il momento come una promozione collettiva dall’anonimato della provincia, c’è chi tira un sospiro di sollievo. E c’è chi, come vera Durbè, si sente vicina a un traguardo che è anche una rivincita.
TRE AMICI
Piefrancesco Ferrucci, Pietro Luridiana e Michele Ghelarducci non partecipano a niente di tutto questo. Sono tre amici, studenti universitari figli della Livorno bene, che in un paio di serate si sono divertiti con un Black & Decker e un piccolo blocco di arenaria a preparare una di quelle teste che tutti cercano. L’hanno buttata di notte davanti alla benna e la mattina del 24 luglio pensano solo di “guardare di nascosto l’effetto che fa” prima che tutti si accorgano della bufala. Peccato la pietra scolpita ripescata non sia la loro. La burla si complica. Alle quattro del pomeriggio la benna recupera comunque anche la loro opera. Entrambe vengono magnificate da Vera Durbé: “La prima è più bella, nobilissimo il naso, la seconda sembra un dipinto...“ Lei, sostiene, non è una superlaureata, le basta l’intuito. I media di tutta Italia si gettano sulla notizia. Per trovare un po’ di scetticismo bisogna allontanarsi da Livorno e dall’Italia. A Parigi, Jeanne Modigliani è infatti stata avvertita da lettere anonime che a Livorno stanno per essere ritrovate due false teste. Di chi, non si è mai appurato. Jeanne Modigliani tace su quelle lettere e rilascia dichiarazioni molto caute. Alla fine decide di partire per Livorno per capire meglio cosa sta succedendo. Il 27 viene trovata priva di sensi ai piedi delle scale del suo appartamento. Morirà dopo alcune ore in ospedale. Una caduta accidentale e un trauma cranico letale, concludono le autorità francesi. Ma senza neppure aver disposto l’autopsia.
IL SINDACO
Per dare un’idea del clima del momento, quel giorno stesso a Livorno il sindaco emette un’ordinanza apposita per evitare che le teste siano trasferite nella rivale Pisa. Che siano gli esperti della Soprintendenza, a muoversi, per analizzarle. Si finanzia inoltre il proseguimento delle ricerche, che il 9 agosto pesca dal Fosso Reale una terza scultura. Intanto arriva il momento anche dei superlaureati. Per quanto riguarda lo stato delle due pietre, Marco Franzini, docente di Mineralogia a Pisa, interpreta analisi e dati con un tortuoso “nulla emerge che sia contrario all’ipotesi che giacciano sul fondo dal 1909”. Rino Giannini, insegnante all’Accademia di Belle Arti di Carrara, pur parlando di “tracce di scalpelli inusualmente larghi” e di “uso di ugnetto evidente e di tale precisione che meritava risposta migliore da parte della pietra”, conclude che “il processo esecutivo appare quello tipico di Modì”. E così scultori come Cascella, Guerrini e Signori. Messi di fronte alle teste, riconoscono “in esse la mano di un artista che non padroneggia ancora l’appropriato uso degli strumenti”. Hanno ragione da vendere, eppure non dubitano che la mano inesperta possa anche non essere quella di Modigliani. Per Dario Durbé, anzi, è la mano di Modì a rivelare “una commovente e indagante incertezza”. Sta in queste parole la beffa più autentica, l’inganno più crudele, perché è l’inganno di chi, pur essendo capace di ricavare dati corretti, li stravolge e vi vede ciò che desidera vedere, che tutti desiderano vedere. Innescando così le estasi intellettuali di critici come Argan, Brandi, Carli o Ragghianti. Le tre teste ritrovate vengono così esposte alla mostra di Villa Maria, che finalmente vede arrivare visitatori a frotte, da tutta Italia. Si appronta un catalogo apposito, che viene presentato domenica 2 settembre.
SCOOP
Peccato che “Panorama”, in edicola il lunedì, anticipi il suo scoop da copertina: tre studenti hanno rivelato al settimanale di essere gli autori di almeno una testa, quella definita “Modì 2”.
Scoppia il putiferio, ma Vera Durbè liquida il tutto come uno scherzo, mentre Enzo Pagliani, restauratore capo della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, si schiera in prima linea: “Non nutro alcun dubbio sull’autenticità delle teste”. Di lì a pochi giorni Dario Durbè parlerà di un oscuro complotto, tirando in ballo persino la mafia. Altri insinuano che il tutto sia stato architettato per scalfire il vero monolite granitico di questa storia, la Giunta comunale di Livorno, un monocolore con il PCI al 56 %. Argan resiste, ma dà l’idea di prepararsi una qualche ritirata, affermando che quelle pietre, certo “non sono capolavori”. Verso le tre del pomeriggio del 7 settembre a Modì 2 vengono messi i sigilli dall’ufficiale giudiziario in attesa di essere trasferita due giorni più tardi nel caveau della Banca d’Italia. La mostra livornese per il centenario di Modì finisce così con un acceso parapiglia e con Vera Durbè ricoverata per un malore. Ancora niente, rispetto a quello a cui tutta Italia sta per assistere: il 10 settembre Ferrucci, Luridiana e Ghelarducci vanno su Raiuno e in poco tempo scolpiscono in diretta una replica di Modì 2. Esibiscono anche le prove fotografiche di quella che da burla è diventata un vero e proprio affaire. A Livorno missini e socialisti infatti partono all’attacco del sindaco e della Giunta. Non potrebbe andare peggio, pare, e invece non è ancora finita: il 13 settembre esce allo scoperto l’autore delle altre due teste, la 1 e la 3.
Si chiama Angelo Froglia, è un giovane portuale con una storia tormentata, il volto da angelo caduto del rock e un talento artistico non banale. Froglia possiede anche un video della creazione delle teste, che nei suoi progetti doveva essere esso stesso un’opera artistica concettuale e provocatoria. Lo mostra il 15 settembre, in una saletta di una pizzeria dell’Ardenza stipata all’inverosimile di giornalisti. Il pateracchio è davvero completo, tutto il mondo parla del caso e qualcuno a Livorno commenta amaramente: “dalla gloria internazionale siamo alla derisione intercontinentale”. Dopo la beffa del 1984 il clima intorno alle opere di Modigliani non poteva certo migliorare.
Nel 1991, per esempio, Christian Parisot degli Archivi Legali Modigliani indica come falsi ben settantanove disegni giovanili attribuiti al pittore, un’intera mostra allestita dal noto critico Osvaldo Patani. Arrivano i Carabinieri e sequestrano tutto. La perizia stabilirà che, quando è stata prodotta quella carta, Modì riposava già da un pezzo nel cimitero di Père Lachaise. Fra il 1992 e il 1994, le quotazioni di Modigliani salgono poi vertiginosamente. Non più tardi di tre anni fa, da Sotheby’s, un ritratto di Jeanne Hébuterne viene battuto per 24 milioni di euro. Nel 1998 intanto, un’altra inchiesta della Guardia di Finanza ha scoperto un vertiginoso giro di disegni falsi in cui erano implicati diversi galleristi. Ecco perché con Modigliani non solo si possono rimediare brutte figure, ma si può rischiare molto tentando di fare il proprio lavoro scrupolosamente.
VENDITA BLOCCATA
Ne sa qualcosa Marc Restellini, dell’Istituto Wildenstein, che nel 2000 ha estromesso dal catalogo ragionato dell’opera di Modigliani “La donna dai capelli neri”. La vendita del dipinto è stata quindi bloccata immediatamente e il proprietario Moshe Shallid Gracian ha citato in giudizio Restellini prima negli Stati Uniti, poi in Francia. Perché, quando un esperto ti incenerisce alcuni milioni di euro con una semplice firma, è difficile prenderla bene. Ma c’è chi l’ha presa anche peggio, se è vero come è vero che nel 2003 Restellini ha rinunciato definitivamente all’impresa di portare a termine un catalogo ragionato universale dell’opera di Modigliani. Alle venti telefonate al giorno di collezionisti sul piede di guerra, alle beghe legali, ai dissapori con Christian Parisot, detentore del diritto morale di autenticare le opere di Modì, si sono aggiunte le minacce di morte. Nemmeno Parisot, principale collaboratore di Jeanne Modigliani, è rimasto immune da qualche disavventura: nell’aprile del 2008 un tribunale francese lo ha dichiarato colpevole di aver contraffatto una sessantina di disegni di Jeanne Hébuterne, la giovane artista, musa e compagna di Modigliani, che si lanciò nel vuoto due giorni dopo la morte del pittore. L’ultimo episodio non è che di poche settimane fa. Da marzo, alla Kunst und Ausstellunghalle di Bonn è in corso una mostra su Amedeo Modigliani, ma un articolo della Suddeutsche Zeitung adombra l’ipotesi che vi sia almeno un falso, l’opera intitolata “Elvira”, in vendita per più di 4 milioni di euro. La querelle è ancora in corso, anche se formalmente non è stata aperta alcuna inchiesta.
Ma in questa storia c’è anche la beffa delle beffe. Nel 1991, a Giuseppe Saracino, uno stilista livornese, si guasta l’automobile. La porta a riparare in un’autofficina del quartiere di Salviano e, appoggiate su un soppalco, nota tre sculture in arenaria. Piero Carboni, il titolare, gli racconta una storia tutto sommato lineare eppure persino incredibile, a questo punto. Quelle teste lui se le ricorda fin da bambino, nel giardino dei suoi parenti, i Simoncini, vicino al Mercato di Livorno. Ci facevano i pali quando giocavano a pallone. Gli dicevano che un artista le avesse lasciate a un Simoncini venditore di limoni, detto Solicchio, perché doveva andarsene da Livorno e non poteva portarsele dietro. Quell’artista aveva affittato due stanze in via Gherardi Del Testa ed è quello l’indirizzo dove lavorò Modigliani per tutta l’estate del 1909. Poi venne la Guerra, vennero i bombardamenti, lo sfollamento. Carboni tornò nella Livorno devastata e fra le macerie di quelle case riconobbe le teste scolpite. Le caricò su un carretto e se le portò via, dice, semplicemente perché “lo affascinavano”. E forse perché significava anche salvare un pezzo familiare della sua infanzia. Sono tre sculture che avrebbero potuto farlo vivere di rendita come un sultano, ma Carboni se le è portate dietro con una specie di affetto, di officina in officina, fra lamiere e lunotti, continuando ogni giorno a guadagnarsi da vivere nella sua tuta sporca di grasso. Sembra un comportamento incredibile, contraddittorio, ma il meccanico di Salviano forse capisce meglio di tanti altri, in questa storia, che per giocare a certi tavoli non è sufficiente avere in mano una scala reale. E gli bastano un paio di telefonate, a Vera Durbé e agli Archivi Modigliani, per rendersi conto che nessuno lo crederà. Prima della beffa non lo credono perché smonterebbe la leggenda del Fosso Reale, e dopo la beffa perché nessuno al mondo è più disposto a sbilanciarsi.
QUEL CLIENTE
Ma proprio Saracino, quel cliente capitato da lui quasi per caso, lo convince a intraprendere con lui l’avventura di far dichiarare autentiche quelle tre opere. Non mancano infatti indizi importanti: assieme alle teste, Carboni ha conservato anche un baule con alcuni libri, e una perizia stabilirà che le note a margine sulle pagine delle Egloghe di Virgilio sono senza dubbio di Modigliani. Inoltre, alcuni disegni di Modì sembrano proprio raffigurare quelle sculture. E poi, ancora, su quelle sculture sono presenti simboli della cabala che richiamano la cultura ebraica. Anche il diffidente Carlo Pepi si schiera dalla loro parte. Ma chi può dichiararle ufficialmente autentiche? Saracino e Carboni chiedono allora il permesso di esportare quelle opere, il che obbliga la Sovrintendenza a fornire un parere. Se sono vere, infatti, non possono lasciare l’Italia. La Sovrintendenza stabilisce che sono false e i due, assieme a Pepi, si beccano quindi una denuncia per aver tentato di mettere in circolazione dei falsi. Le sculture diventano corpi di reato e non vanno da nessuna parte. Il processo va avanti per anni. Carboni muore all’improvviso una mattina, nel 1998, senza vederne la fine. Pepi e Saracino saranno assolti nel 2002. Le perizie della Sovrintendenza sono state approssimative e i tre imputati hanno agito con palese buona fede. Non ci sono quindi elementi per decidere che siano false, ma non è un tribunale a poter stabilire che sono state scolpite da Modigliani. Le sculture rimangono nel limbo, perché a questo punto nessuno scalpita dalla voglia di fornire expertise. E siccome un nuovo colpo di scena non manca mai, in questa storia, una di esse sparisce nel nulla. Le altre due se le dividono nel 2008 gli eredi di Carboni, dei Simoncini e di Saracino dopo l’ennesima disputa legale.
L’ombra di Modì è davvero lunga come il collo dei suoi ritratti femminili. È enigmatica come gli occhi senza iride che dalle sue tele hanno stregato il mondo. È come se il fantasma di Modigliani, morto nel delirio della febbre e nel freddo della miseria, gravasse ancora sia su avidità e ambizioni personali, sia sulle passioni di chi lo ama. O almeno vorrebbe amarlo. Perché nell’estate del 1984 è andato soprattutto in scena un capitolo rocambolesco di un amore impossibile, quello fra Modigliani e Livorno. Un amore nato già guasto, per il senso di colpa verso il grande figlio perduto e incompreso. Un amore ansioso e maldestro perché irrimediabilmente tardivo. Un amore che fa scambiare i propri desideri per certezze, e fa leggere anche nei segnali più ostili, nei dati più freddi, meravigliose conferme di un’illusione già tramontata.
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