Gioco
Successo o flop? Effetto Venezia divide gli addetti ai lavori
Per qualcuno è stato un successo. Per altri è una formula usurata dallo scarso appeal culturale. Effetto Venezia attrare tantissime persone ma continua a far discutere e dividere. A confrontarsi qui sono un "fan" come Paolo Ruffini e un critico d'arte come Francesca Cagianelli
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Paolo Ruffini - Showman
Se con meno soldi viene fuori un’edizione così, allora evviva la crisi. Perché quest’anno Effetto Venezia mi è piaciuto ancora di più. Avevo letto che si lavorava in economia e da questa festa, che io comunque amo, mi aspettavo meno qualità. Invece mi ha sorpreso quel cartellone davvero speciale, connubio perfetto tra pop e qualità.
Nomi come Gil, Jannacci, Max Gazzè sono i nomi che fanno la differenza, che tutti conoscono, che richiamano gente da fuori, che fanno divertimento ma anche cultura. E poi c’era quello spazio dedicato ai bambini e al circo, con le bolle di sapone e un’atmosfera magica, a misura di bambino eppure né smelensa né provinciale. Appunto, pop e qualità, ancora, e così si conquista tanta gente e si fa anche un’operazione culturale.
Perché questa è una festa di tutti: di chi va magari solo per vedere le bancarelle e bersi una birra e di chi, all’una di notte, se ne andava in Fortezza Nuova a seguire gli incontri con gli artisti che si erano esibiti prima sul palco di piazza del Luogo Pio, incontri che sono stati secondo me uno dei fiori all’occhiello di questa edizione. Tutto quel ciabattare in canottiera? Per me è necessario, restituisce alla gente la festa popolare. Ben venga l’infradito se uno in ciabatte va a godersi uno spettacolo di qualità, una mostra, un’occasione per incontrare gli amici. Perché Effetto Venezia ha due anime in una, è la festa che mi piace, interclassista, una sagra paesana kolossal e non certo in senso dispregiativo.
Qui la città si ritrova con se stessa e apre le porte a chi viene di fuori, gode del proprio territorio, sfrutta le proprie risorse. Sull’aspetto mangereccio credo che non dovrebbe prevalere su tutto il resto, ma comunque è un servizio e funziona, aiuta a vivere la festa, magari in mezzo ai clown, ai gonfiatori di palloncini, agli artisti di strada che sono un’altra chicca di Effetto Venezia. Insomma, questa manifestazione mi piace e mi sembra abbia imboccato la strada giusta, non puntando tutto sulla livornesità ma guardando anche oltre i nostri confini, anche se non c’erano i soldi e magari accontentarsi di produzioni locali ma non eccelse sarebbe stato facile.
Mi piace, e non mi piacciono quelli che si lamentano. Si lamentano di tutto, dei rumori e dei disagi, e dovrebbero imparare a vivere nel 2009. Ovunque si svolgono eventi che durano tutta la notte, solo a Livorno dopo mezzanotte vorrebbero che tacesse utto il mondo. Una bella festa, e non mi dispiacerebbe organizzarla, come Nido del Cuculo: se me lo chiedessero non ci penserei due volte e ho già pronto il filo conduttore: la risata
Francesca Cagianelli - Critico d'arte
Se da più parti ci si è azzardati in esternazioni di internazionalità per l’ormai usurato “Effetto Venezia”, e anzi c’è chi addirittura sogna la sua inclusione nella Biennale del Mediterraneo, si è invece propensi a credere di trovarsi di fronte ad una progressiva perdita di identità di tale evento culturale, ridotto quasi esclusivamente ad una trita riproposizione di un canovaccio spettacolare che da un lato occhieggia al panorama di una più che canonica e sedimentata musica italiana (stavolta, con Nadia e Jannacci, siamo addirittura fermi ai testimoni degli anni Sessanta), dall’altro invece scandaglia personalità di recente affermazione (quest’anno è il caso di Max Gazzè), ma più volentieri si limita a pur meritorie espressioni labroniche._img_
E certo non basta l’exploit di Gilberto Gil per garantire l’avvenire internazionale di Effetto Venezia, ma solo l’utilizzazione del suo palcoscenico come ennesima tappa periferica di concerti altrove trionfanti.
E allora non si può che sorridere delle esternazioni del direttore artistico intorno alla vocazione tematica di Effetto Venezia, laddove rincorrono “la voce” con enfasi ingiustificata, categoria onnivora e omnicomprensiva quest’ultima per consentire il tutto e il contrario di tutto, per evitare cioè l’ingombro di una strategia graffiante ed effettivamente attrattiva.
Irreversibile, d’altra parte, appare quel processo di trasformazione di Effetto Venezia da palcoscenico culturale a salone di ristorazione indiscriminata, contaminato da velleità antiquariali, artigianali e commerciali che quasi mai respirano aria di effettiva ambizione espositiva.
Non bastano neppure gli scarsi eventi culturali ed espositivi a garantire una crescita di Effetto Venezia in grado di promuoverlo come attrattiva per l’area toscana, visto che pur trattandosi in generale di occasioni assolutamente meritorie, è la loro sostanza prevalentemente localistica e l’assoluta casualità di ogni concertazione strategica ad impedirne fruttuose possibilità di ricezione e gradimento.
Non con sorpresa, ma con disappunto, si legge allora l’insistita ricerca della ricorrente “bella storia” di Paolo Virzì che inneggia all’ibrido amalgama di tutti quegli aspetti di Effetto Venezia che ne costituiscono a nostro avviso, non tanto il merito, quanto esclusivamente il punto di partenza: certamente da individuare e tesaurizzare quest’ultimo come specificità di un tessuto culturale, quello livornese, pervaso di complessità e di contraddizioni, ma, se davvero si volesse pensare a una proiezione nazionale o almeno regionale e ad un’ambizione mediterranea, da saper volgere verso una stagione di crescita e di cambiamenti radicali.
Se con meno soldi viene fuori un’edizione così, allora evviva la crisi. Perché quest’anno Effetto Venezia mi è piaciuto ancora di più. Avevo letto che si lavorava in economia e da questa festa, che io comunque amo, mi aspettavo meno qualità. Invece mi ha sorpreso quel cartellone davvero speciale, connubio perfetto tra pop e qualità.
Nomi come Gil, Jannacci, Max Gazzè sono i nomi che fanno la differenza, che tutti conoscono, che richiamano gente da fuori, che fanno divertimento ma anche cultura. E poi c’era quello spazio dedicato ai bambini e al circo, con le bolle di sapone e un’atmosfera magica, a misura di bambino eppure né smelensa né provinciale. Appunto, pop e qualità, ancora, e così si conquista tanta gente e si fa anche un’operazione culturale.
Perché questa è una festa di tutti: di chi va magari solo per vedere le bancarelle e bersi una birra e di chi, all’una di notte, se ne andava in Fortezza Nuova a seguire gli incontri con gli artisti che si erano esibiti prima sul palco di piazza del Luogo Pio, incontri che sono stati secondo me uno dei fiori all’occhiello di questa edizione. Tutto quel ciabattare in canottiera? Per me è necessario, restituisce alla gente la festa popolare. Ben venga l’infradito se uno in ciabatte va a godersi uno spettacolo di qualità, una mostra, un’occasione per incontrare gli amici. Perché Effetto Venezia ha due anime in una, è la festa che mi piace, interclassista, una sagra paesana kolossal e non certo in senso dispregiativo.
Qui la città si ritrova con se stessa e apre le porte a chi viene di fuori, gode del proprio territorio, sfrutta le proprie risorse. Sull’aspetto mangereccio credo che non dovrebbe prevalere su tutto il resto, ma comunque è un servizio e funziona, aiuta a vivere la festa, magari in mezzo ai clown, ai gonfiatori di palloncini, agli artisti di strada che sono un’altra chicca di Effetto Venezia. Insomma, questa manifestazione mi piace e mi sembra abbia imboccato la strada giusta, non puntando tutto sulla livornesità ma guardando anche oltre i nostri confini, anche se non c’erano i soldi e magari accontentarsi di produzioni locali ma non eccelse sarebbe stato facile.
Mi piace, e non mi piacciono quelli che si lamentano. Si lamentano di tutto, dei rumori e dei disagi, e dovrebbero imparare a vivere nel 2009. Ovunque si svolgono eventi che durano tutta la notte, solo a Livorno dopo mezzanotte vorrebbero che tacesse utto il mondo. Una bella festa, e non mi dispiacerebbe organizzarla, come Nido del Cuculo: se me lo chiedessero non ci penserei due volte e ho già pronto il filo conduttore: la risata
Francesca Cagianelli - Critico d'arte
Se da più parti ci si è azzardati in esternazioni di internazionalità per l’ormai usurato “Effetto Venezia”, e anzi c’è chi addirittura sogna la sua inclusione nella Biennale del Mediterraneo, si è invece propensi a credere di trovarsi di fronte ad una progressiva perdita di identità di tale evento culturale, ridotto quasi esclusivamente ad una trita riproposizione di un canovaccio spettacolare che da un lato occhieggia al panorama di una più che canonica e sedimentata musica italiana (stavolta, con Nadia e Jannacci, siamo addirittura fermi ai testimoni degli anni Sessanta), dall’altro invece scandaglia personalità di recente affermazione (quest’anno è il caso di Max Gazzè), ma più volentieri si limita a pur meritorie espressioni labroniche._img_
E certo non basta l’exploit di Gilberto Gil per garantire l’avvenire internazionale di Effetto Venezia, ma solo l’utilizzazione del suo palcoscenico come ennesima tappa periferica di concerti altrove trionfanti.
E allora non si può che sorridere delle esternazioni del direttore artistico intorno alla vocazione tematica di Effetto Venezia, laddove rincorrono “la voce” con enfasi ingiustificata, categoria onnivora e omnicomprensiva quest’ultima per consentire il tutto e il contrario di tutto, per evitare cioè l’ingombro di una strategia graffiante ed effettivamente attrattiva.
Irreversibile, d’altra parte, appare quel processo di trasformazione di Effetto Venezia da palcoscenico culturale a salone di ristorazione indiscriminata, contaminato da velleità antiquariali, artigianali e commerciali che quasi mai respirano aria di effettiva ambizione espositiva.
Non bastano neppure gli scarsi eventi culturali ed espositivi a garantire una crescita di Effetto Venezia in grado di promuoverlo come attrattiva per l’area toscana, visto che pur trattandosi in generale di occasioni assolutamente meritorie, è la loro sostanza prevalentemente localistica e l’assoluta casualità di ogni concertazione strategica ad impedirne fruttuose possibilità di ricezione e gradimento.
Non con sorpresa, ma con disappunto, si legge allora l’insistita ricerca della ricorrente “bella storia” di Paolo Virzì che inneggia all’ibrido amalgama di tutti quegli aspetti di Effetto Venezia che ne costituiscono a nostro avviso, non tanto il merito, quanto esclusivamente il punto di partenza: certamente da individuare e tesaurizzare quest’ultimo come specificità di un tessuto culturale, quello livornese, pervaso di complessità e di contraddizioni, ma, se davvero si volesse pensare a una proiezione nazionale o almeno regionale e ad un’ambizione mediterranea, da saper volgere verso una stagione di crescita e di cambiamenti radicali.
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