Gioco
Livorno
Il barracuda vive da anninei nostri marima attacca raramente
Juna Goti
Il barracuda sulla tavola al posto di sogliole e orate? Perché no. Fra qualche anno, parola di esperto, il vorace e temuto predatore rivisto in versione soft-mediterranea potrebbe anche conquistare il mercato.
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LIVORNO. Il barracuda sulla tavola al posto di sogliole e orate? Perché no. Fra qualche anno, parola di esperto, il vorace e temuto predatore rivisto in versione soft-mediterranea potrebbe anche conquistare il mercato.
Questa volta però non dei pesci da acquario, ma di quelli pronti per essere cotti e mangiati. "Specie predatrici come quella dei barracuda - spiega il direttore del centro di biologia marina di Livorno, Stefano De Ranieri - ormai vivono nei nostri mari da molti anni. Niente di cui stupirsi: sono arrivate spinte da diversi fattori (il più importante è sicuramente il riscaldamento delle acque) e poi si sono stabilizzate". Il primo avvistamento, nel 1993, fu proprio lungo le nostre coste: le pinne originarie dei Caraibi, infatti, apparvero a sorpresa davanti a una spiaggia dell'isola d'Elba. Da quel momento il numero di esemplari "stranieri" e predatori non ha mai smesso di crescere e insieme ai barracuda mediterranei è possibile ritrovarsi a nuotare a tu per tu con pesci serra e lampughe. Che siano destinati a prendere il posto degli "autoctoni", sempre più rari e costosi, anche nel piatto? "Il pesce balestra - spiega il biologo marino -, altro esemplare per così dire importato, ormai viene commercializzato abitualmente nel Mediterraneo".
E i barracuda? "Si cucinano già in molte zone dell'Africa". Per non parlare del loro proliferare nelle ricette e, quasi sempre in incognito, sui banconi dei mercati. Anche del nostro.
Ma dopo il morso rifilato quindici giorni fa a una bagnante dei Pejani, che è stata costretta a una cura antibiotica a causa dell'infezione sopraggiunta a tre giorni di distanza dal fattaccio, la domanda che sorge spontanea è un'altra: quanto sono pericolosi? "Niente a che vedere con i barracuda tropicali che vivono nell'immaginario collettivo", commenta De Ranieri. Insomma, per usare un paragone, occhio a non scambiare il killer squalo bianco con l'innocuo squalo elefante, e a non lasciarsi impressionare dal film divenuto un cult di Harry Kerwin. "I barracuda che si spostano lungo la nostra costa - chiarisce l'esperto - e il cui numero è sicuramente aumentato negli ultimi anni, non sono pericolosi per l'uomo. In più gli attacchi sono rarissimi, pressoché nulli". L'ultimo morso accertato di un predatore acquatico, questa volta però di un pesce serra, risalirebbe addirittura a qualche anno fa. "In ogni caso - riprende il direttore del centro di biologia marina - il morso può provocare infezioni, proprio come capitato alla bagnante livornese.
E una volta individuata la ferita è consigliabile rivolgersi subito al medico e applicare almeno un antibiotico locale". Questi pesci, inoltre, sono attirati dal luccichio (non a caso vengono catturati spesso con l'aiuto di esche luminose) e sott'acqua potrebbero avvicinarsi all'uomo spinti da invitanti collane e bracciali.
La livornese presa di mira una quindicina di giorni fa tra la punta dei Pejani e il moletto di Ardenza nuotava proprio con al polso un orologio argentato.
Questa volta però non dei pesci da acquario, ma di quelli pronti per essere cotti e mangiati. "Specie predatrici come quella dei barracuda - spiega il direttore del centro di biologia marina di Livorno, Stefano De Ranieri - ormai vivono nei nostri mari da molti anni. Niente di cui stupirsi: sono arrivate spinte da diversi fattori (il più importante è sicuramente il riscaldamento delle acque) e poi si sono stabilizzate". Il primo avvistamento, nel 1993, fu proprio lungo le nostre coste: le pinne originarie dei Caraibi, infatti, apparvero a sorpresa davanti a una spiaggia dell'isola d'Elba. Da quel momento il numero di esemplari "stranieri" e predatori non ha mai smesso di crescere e insieme ai barracuda mediterranei è possibile ritrovarsi a nuotare a tu per tu con pesci serra e lampughe. Che siano destinati a prendere il posto degli "autoctoni", sempre più rari e costosi, anche nel piatto? "Il pesce balestra - spiega il biologo marino -, altro esemplare per così dire importato, ormai viene commercializzato abitualmente nel Mediterraneo".
E i barracuda? "Si cucinano già in molte zone dell'Africa". Per non parlare del loro proliferare nelle ricette e, quasi sempre in incognito, sui banconi dei mercati. Anche del nostro.
Ma dopo il morso rifilato quindici giorni fa a una bagnante dei Pejani, che è stata costretta a una cura antibiotica a causa dell'infezione sopraggiunta a tre giorni di distanza dal fattaccio, la domanda che sorge spontanea è un'altra: quanto sono pericolosi? "Niente a che vedere con i barracuda tropicali che vivono nell'immaginario collettivo", commenta De Ranieri. Insomma, per usare un paragone, occhio a non scambiare il killer squalo bianco con l'innocuo squalo elefante, e a non lasciarsi impressionare dal film divenuto un cult di Harry Kerwin. "I barracuda che si spostano lungo la nostra costa - chiarisce l'esperto - e il cui numero è sicuramente aumentato negli ultimi anni, non sono pericolosi per l'uomo. In più gli attacchi sono rarissimi, pressoché nulli". L'ultimo morso accertato di un predatore acquatico, questa volta però di un pesce serra, risalirebbe addirittura a qualche anno fa. "In ogni caso - riprende il direttore del centro di biologia marina - il morso può provocare infezioni, proprio come capitato alla bagnante livornese.
E una volta individuata la ferita è consigliabile rivolgersi subito al medico e applicare almeno un antibiotico locale". Questi pesci, inoltre, sono attirati dal luccichio (non a caso vengono catturati spesso con l'aiuto di esche luminose) e sott'acqua potrebbero avvicinarsi all'uomo spinti da invitanti collane e bracciali.
La livornese presa di mira una quindicina di giorni fa tra la punta dei Pejani e il moletto di Ardenza nuotava proprio con al polso un orologio argentato.
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