Il Tirreno

Livorno

Livornesità al bivio

Alfonso Maurizio Iacono*

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Un tempo le cose sarebbero state viste con uno sguardo da lontano. Oggi non abbiamo più la testa per fare questo. Un tempo, vedendo arrivare albanesi, senegalesi, cinesi, domenicani, tunisini, marocchini, macedoni, croati, nigeriani, ci saremmo chiesti cosa sarebbe accaduto tra non molti anni, cosa avrebbe creato questo inarrestabile flusso che da sempre ha caratterizzato i popoli, come saremmo cambiati.

Oggi viviamo giorno per giorno e quando accadono certi episodi, ci si risveglia stupiti dal comodo torpore per poi, magari, tornare a dormire in attesa del prossimo ancora più brusco risveglio. Come governare le inevitabili contraddizioni, i crescenti conflitti, la paura dell’altro? La consapevolezza storica, il senso dell’identità (oggi così rigido perché molto, troppo fragile), la cosiddetta cultura possono fare qualcosa?

Possono, per esempio, aiutare a interrogarsi sul significato di ciò che sta accadendo e sul senso che vogliamo dare alla nostra vita quotidiana? Non ne sono sicuro. Ieri non avrei risposto così, ma oggi mi guardo attorno e vedo nel nostro paese sintomi di una situazione che a me pare inquietante. Per esempio, trionfa ormai da un bel po’ quella che può essere definita una cultura plebea, che, attenzione!, non solo non ha niente a che fare con la cultura popolare, ma anzi tende a ucciderla trasformandola nel suo fantasma. Sto pensando a quello che passa nei mass media e che viene scimmiottato nelle piazze e nei viali, nei comportamenti e perfino negli sguardi. La cultura popolare è critica e ironica verso la cosiddetta alta cultura ma vi interagisce in modo vivo influenzandola, la cultura plebea la odia e la disprezza e così facendo la subisce nei suoi aspetti peggiori, quelli ripetitivi e cortigiani.

La cultura popolare rivendica una tradizione, un’identità, una storia, e poiché la storia è mutamento, la tradizione e l’identità assumono un ruolo vivo, quello della consapevolezza di essere se stessi ma non in modo cristallizzato e immutabile, bensì nella mescolanza delle esperienze. La cultura plebea non ha storia e non ha mutamento. Non ha memoria e così frantuma ogni tradizione e ogni identità in una miscela di folklore, turismo e imitazione di ciò che avviene nelle accoglienti barche dei vip. Ho visto città difficili cambiare di aspetto e di senso grazie a un governo che le ha saputo interpretare, restituendo, per esempio, le piazze ai bambini, agli anziani, ai cittadini.

Non sono diventate città perfette, non hanno annullato le loro contraddizioni, ma qualcosa è accaduto. Penso a Genova, a Catania, a Siracusa e alla trasformazione di molti luoghi un tempo pericolosi in spazi fruibili per tutti. Livorno non si deve compiacere troppo della sua livornesità perché temo sia a un bivio. O la livornesità si fa cultura popolare e allora forse può esprimere il senso di ciò che sta cambiando all’interno della sua tradizione oppure si fa cultura plebea e allora, temo, non riuscirà a fermare la trasformazione dei conflitti in violenza razzista.

* Preside della facoltà di Lettere e filosofia dell’ateneo pisano

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