La protesta
Il sociologo. Ognuno si sente fragile e esasperato
Occhio al rischio polverierabasta un fiammifero e poi...
Mauro Zucchelli
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Il prof. Massimo AmpolaQuando una polveriera sociale esplode è inutile star lì a chiedersi se la fiammella fatale è saltata fuori da un fiammifero, da un sigaro mal spento o da un accendino chic: meglio capire come si poteva disinnescare il pericolo e perché nessuno l'ha fatto
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LIVORNO. Quando una polveriera sociale esplode è inutile star lì a chiedersi se la fiammella fatale è saltata fuori da un fiammifero, da un sigaro mal spento o da un accendino chic: meglio capire come si poteva disinnescare il pericolo e perché nessuno l'ha fatto. Parola del sociologo Massimo Ampola, docente di metodologia della ricerca sociale all'università di Pisa: lo dice dopo che il tentativo di linciaggio di mercoledì e la rissa di sabato hanno fatto salire a mille il termometro dei rapporti fra le comunità che ruotano attorno a piazza della Repubblica («non ha senso appigliarsi al bilancino dei torti in un solo episodio, il singolo fatto è tutt'al più la goccia che fa traboccare il vaso»).
Livorno la smetta di baloccarsi negli opposti luoghi comuni: "felice" o "infelice" ma pur sempre un'isola. «Abbiamo anche noi - dice Ampola - le tensioni urbane che schizzano fuori in ogni città: con ritmi e tempi diversi, ma le abbiamo».
Ampola gira al largo dalla tentazione di mettersi in cattedra a distribuire fette di indignazione o solidarietà. «Gli immigrati, c'è qualcuno che li abbia inseriti in un contesto di regole e valori? No, sono arrivati e stanno lì semplicemente perché senza le badanti straniere non sapremmo come assistere i nostri cari più bisognosi di cure e senza la manodopera extracomunitaria si fermerebbero l'edilizia e le industrie dalle produzioni più nocive».
E in livornesi doc? E' fisiologico che, nel contesto urbano, qui come altrove la casa sia vista come un rifugio. «A maggior ragione - rincara Ampola - se pensiamo all'esasperazione di chi deve fare i conti con la difficoltà di arrivare alla terza settimana». Dieci o venti anni fa l'immigrato avrebbe trovato un contesto in cui inserirsi: «Forse a suon di bastone e di carota», ma sarebbe entrato in un luogo "organizzato" secondo riti, miti, regole. Come un rione operaio, ad esempio. Lo spappolamento sociale centrifuga tutto «e ognuno si sente abbandonato, minacciato, in lite con il mondo».
Non resta che «un equilibrio adattivo fragile», dice il sociologo: un «equilibrio che non è un equilibrio bensì un arrangiarsi sempre sul filo». Senza che nessuno conosca l'altro davvero, e tantomeno lo rispetti: Ampola la chiama la sindrome di Cip e Ciop. «Guardando i cartoon ci immaginiamo che gli scoiattoli siano simpatici e sorridenti. Poi andiamo nel parco a dargli le noccioline e appena ci addentano un dito, ecco che iniziamo a odiarli».
E Livorno: rischia davvero di veder esplodere la polveriera? «La nostra città non è messa male», dice Ampola. Altrove questi problemi pensano di risolverli con il ghetto o con un muro: insomma, con un cordone sanitario. Balle. Non crediate che qui da noi gli immigrati siano concentrati solo in qualche rione. E' tecnicamente più difficile all'inizio trovare il bandolo della matassa ma può servire ad affrontare sul serio la questione senza scorciatoie. A patto che le istituzioni non vengano lasciate sole».
Livorno la smetta di baloccarsi negli opposti luoghi comuni: "felice" o "infelice" ma pur sempre un'isola. «Abbiamo anche noi - dice Ampola - le tensioni urbane che schizzano fuori in ogni città: con ritmi e tempi diversi, ma le abbiamo».
Ampola gira al largo dalla tentazione di mettersi in cattedra a distribuire fette di indignazione o solidarietà. «Gli immigrati, c'è qualcuno che li abbia inseriti in un contesto di regole e valori? No, sono arrivati e stanno lì semplicemente perché senza le badanti straniere non sapremmo come assistere i nostri cari più bisognosi di cure e senza la manodopera extracomunitaria si fermerebbero l'edilizia e le industrie dalle produzioni più nocive».
E in livornesi doc? E' fisiologico che, nel contesto urbano, qui come altrove la casa sia vista come un rifugio. «A maggior ragione - rincara Ampola - se pensiamo all'esasperazione di chi deve fare i conti con la difficoltà di arrivare alla terza settimana». Dieci o venti anni fa l'immigrato avrebbe trovato un contesto in cui inserirsi: «Forse a suon di bastone e di carota», ma sarebbe entrato in un luogo "organizzato" secondo riti, miti, regole. Come un rione operaio, ad esempio. Lo spappolamento sociale centrifuga tutto «e ognuno si sente abbandonato, minacciato, in lite con il mondo».
Non resta che «un equilibrio adattivo fragile», dice il sociologo: un «equilibrio che non è un equilibrio bensì un arrangiarsi sempre sul filo». Senza che nessuno conosca l'altro davvero, e tantomeno lo rispetti: Ampola la chiama la sindrome di Cip e Ciop. «Guardando i cartoon ci immaginiamo che gli scoiattoli siano simpatici e sorridenti. Poi andiamo nel parco a dargli le noccioline e appena ci addentano un dito, ecco che iniziamo a odiarli».
E Livorno: rischia davvero di veder esplodere la polveriera? «La nostra città non è messa male», dice Ampola. Altrove questi problemi pensano di risolverli con il ghetto o con un muro: insomma, con un cordone sanitario. Balle. Non crediate che qui da noi gli immigrati siano concentrati solo in qualche rione. E' tecnicamente più difficile all'inizio trovare il bandolo della matassa ma può servire ad affrontare sul serio la questione senza scorciatoie. A patto che le istituzioni non vengano lasciate sole».
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