Il Tirreno

Livorno

Quei 44 livornesi sul treno di Auschwitz

Quei 44 livornesi sul treno di Auschwitz

Le memorie di alcuni livornesi deportati ad Auschwitz riemergono dalle paroole di Primo levi e da alcuni documenti d'epoca. Storie toccanti rimaste nascoste per molto tempo

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Fossoli-Auschwitz: partirono in 650, tornarono in poche decine. Tra questi Primo Levi, il grande scrittore torinese, e cinque ebrei livornesi che la sorte strappò all’olocausto. Ma su quel treno, stipati in carri bestiame, c’erano 44 livornesi: quasi tutti, vecchi, donne, bambini, inabili furono gasati al loro arrivo al campo, il 26 febbraio del 1944. Un gruppo però superò la selezione e tutti fecero parte della squadra di lavoro che venne trasferita a Buna-Monowitz con Primo Levi. Tra questi Aldo Moscati, Michele Behor Baruch, (entrambi sopravvissuti) e altri due Baruch non meglio identificati che non ce la fecero: uno morì di stenti, l’altro durante la marcia di trasferimento da Buna-Monowitz nel gennaio del 1945. Gli altri tre che si salvarono dall’inferno, due donne Matilde Beniacar che all’epoca aveva 18 anni, Sol Cittone che ne aveva 15 e Isacco Mario Baruch che ne aveva 18 erano tutti nati a Smirne e abitavano non si sa da quanto a Livorno.

 650 Stuck. “Ricordo con precisione il numero degli ebrei deportati che erano 650, perché al termine dell’appello un tedesco disse: “650 Stuck, alles in Ordnung” (650 pezzi, tutto in ordine, ndr) Non ricordo chi eseguì l’appello, se cioè un ufficiale o i soldati. Sono sicuro che la partenza avvenne il 22 febbraio....”: così Primo Levi nella testimonianza fredda e oggettiva che rese il 3 maggio 1971 davanti ad un tribunale tedesco che giudicava l’ex colonnello delle SS Friedrich Bosshammer accusato della deportazione di 3500 ebrei italiani e che fu condannato all’ergastolo.
 “Il treno - raccontò Levi - era composto da dodici vagoni merci, ciascuno dei quali era occupato da 45 fino a 60 persone. Il mio vagone era il più piccolo ed era occupato da 45 persone. Un occupante il mio vagone potè leggere un cartello appeso all’esterno del vagone stesso che portava la scritta “Auschwitz”, ma nessuno di noi sapeva il significato di questa parola, né dove la località si trovasse.... “I vagoni - proseguì Levi - contenevano solo un po’ di paglia sul pavimento e nessun tipo di gabinetto e nessun secchio”.

 La piccola Franca. “Nel nostro vagone - racconta ancora Levi - c’era un bambino ancora lattante e una bambina di tre anni. Anche per loro non vi fu nulla da mangiare se non la razione di pane e marmellata...”. Questa bambina - secondo la ricerca fatta da un altro deportato Italo Tibaldi, si chiamava Franca: era nata a Livorno nell’anno 1943.
 Tutti gli arrestati in Toscana furono vittime di “italiani” o di “italiani con tedeschi”: i repubblichini, “i ragazzi di Salò”, con tutti i loro ideali, ebbero un ruolo attivo e sinistro nell’odiosa persecuzione che portò oltre 8000 ebrei italiani nei campi di sterminio. Su quel treno per Auschwitz c’erano anche molti bambini o adolescenti livornesi: Clara Baruch e Lisa Beniacar avevano 16 anni (suo fratello Giacomo 13), Stella Castelletti 14 anni, Raffaele Cittone 14, suo fratello Nissim 13, Marco Baruch 13, Perla Beniacar (sorella di Lisa e Giacomo) 9 anni, Salvatore Baruch 9 anni, Vittoria Cittone 7 anni (la sorella Sol di 15 anni riuscì a sopravvivere), Viktor Castelletti 11, Franca Baruch 3. Per loro la luce si spense quel 26 febbraio tra le gelide nebbie di Auschwitz. E c’erano anche molti vecchi, uomini e donne, alcuni avevano più di 80 anni.

 La selezione. “Il nostro convoglio terminò il viaggio - proseguiva Primo Levi nella sua testimonianza - la sera del 26 febbraio, il treno si fermò alla stazione civile della città di Auschwitz (non a Birkenau o non nel campo centrale...). Appena fummo discesi dai vagoni, ebbe luogo una rapidissima selezione: furono formati tre gruppi. Del primo gruppo, a cui io appartenevo, facevano parte 95 o 96 uomini adatti al lavoro; del secondo gruppo facevano parte 29 donne adatte al lavoro; tutti gli altri furono giudicati non adatti al lavoro... Gli uomini validi, di cui io facevo parte, furono trasportati con un camion quella notte stessa al campo di Buna-Monowitz. Il gruppo maggiore, costituito dai non adatti al lavoro (tutti i bambini, i vecchi e le donne con figli, i malati e gli inabili) furono caricati su camion e portati a una destinazione a noi sconosciuta. Solo qualche mese dopo... mi resi conto che gli inabili al lavoro erano stati tutti soppressi nei giorni immediatamente seguenti all’arrivo...”.

 La ciminiera. Anche Michele Behor Baruch non comprese subito l’atroce sorte dei suoi familiari, il padre Isacco di 54 anni, la madre Cadina Masriel di 44, due sorelle Susanna di 19 anni, Clara di 17 e Marco di 14 anni. “...Mentre facevamo l’appello - scrisse quarant’anni dopo con parole semplici Michele - di fronte alle nostre baracche vedevamo un’altra baracca molto grande, con una grossa ciminiera le cui fiamme uscivano dipinte di mille colori. Noi nuovi del campo non sapevamo che cosa venisse fatto là e per appagare la nostra curiosità domandammo a qualcuno più anziano del campo a cosa serviva quella ciminiera e così venimmo a sapere che quello era un forno crematorio. Poi domandai quando potevo incontrarmi con la mia famiglia, me purtroppo seppi la verità e cioè che i miei cari erano stati barbaramente stroncati nelle camere a gas ed i loro corpi fatti scomparire per sempre nel forno crematorio. Mi sentii mancare il terreno sotto i piedi pensando ai miei cari ed a quanto avevano dovuto soffrire... allora per diverso tempo implorai la morte, perché ero rimasto solo ed avevo appena ventiquattro anni”.

 La lista. “Allego alla presente deposizione un mio appunto - concludeva la sua testimonianza Primo Levi - che consiste in una lista di 75 nomi che ho potuto ricostruire dopo il mio ritorno in Italia. Si tratta di 75 nomi sui 95 o 96 uomini adatti al lavoro che entrarono con me nel campo di Monowitz. I nomi cerchiati sono quelli di coloro che sopravvissero alla liberazione, i nomi contrassegnati con T sono quelli che fecero parte del trasporto di evacuazione avvenuto nel gennaio del 1945 da Auschwitz verso Buchenwald e Mauthausen; con S sono contrassegnati i nomi dei morti di selezione; con M i nomi dei morti di malattia; e con L il nome dell’unico prigioniero morto dopo la liberazione e prima del rimpatrio...”.

 Vediamoli i livornesi della lista. Sono tre i Baruch indicati, di cui uno si salvò, Michele Behor. Era nato a Smirne in Turchia nel 1920, fu arrestato a Cutigliano in provincia di Pistoia il 21 gennaio 1944 da italiani insieme a tedeschi (dopo gli ordini del fascista pisano Guido Buffarini-Guidi, ministro dell’Interno di Salò, di arrestare e deportare gli ebrei- 30 novembre 1943). Chi fossero gli altri due non si sa con certezza, di uomini dal cognome Baruch nel convoglio ce n’erano ben sei. Alcuni facevano parte di un folto gruppo di ebrei di origine italiana che erano stati rimpatriati dall’esercito italiano dopo l’occupazione della Grecia nel 1941 e che si erano stanziati a Livorno, loro ultima residenza nota. Privi di conoscenza e di radicamento, con pochi mezzi, questi ebrei orientali furono facili prede dei rastrellamenti nei luoghi di sfollamento: quasi tutti furono catturati sulla montagna pistoiese. Infine Aldo Moscati, nato a Livorno nel 1914, arrestato a Lamporecchio il 26 gennaio 1944 “da italiani” con il fratello Giorgio più giovane di tre anni e che non tornò più.

 Moscati ha ricordato l’arresto e la deportazione in una breve memoria. Si salvò per un caso: entrò come aiuto-infermiere nel Ka-Be (ospedale) del campo “quando ormai ero allo stremo delle forze e pensavo mi rimanessero poche settimane di vita”. Già a Monowitz e poi tornato in Italia Moscati strinse una fraterna amicizia con Primo Levi.

 Tra i sopravvissuti, due donne Matilde Beniacar (arrestata a Borgo a Buggiano) e Sol Cittone (presa a Serravalle Pistoiese) che certamente facevano parte del gruppo di 29 donne che superarono la prima selezione e Mario Isacco Baruch (anch’egli arrestato a Borgo a Buggiano) che probabilmente è tra i 20 o 21 nominativi che Primo Levi non riuscì a ricostruire. Del resto se furono 650 i deportati da Fossoli sui 12 carri bestiame, è stato possibile ricostruire l’elenco solo di 489 persone (l’elenco completo è in “Primo Levi testimone e scrittore di storia” Giuntina 1999) perché la Transportliste è andata perduta. Per cui tra i 171 nomi rimasti sconosciuti potrebbero esserci stati anche altri livornesi. La contabilità della morte ci dice che furono oltre 120 gli ebrei livornesi che non tornarono più, e furono altre decine i civili livornesi deportati molti dei quali soppressi nel campi per essersi opposti con un gesto, una parola ai nazi-fascisti.

 Le testimonianze dei pochi superstiti, da quelle inarrivabili di Primo Levi a quella più modesta, ma sentitissima, di un Michele Baruch o di un’altra sopravvissuta livornese, la mitissima Frida Misul (che fu tradita da una sua insegnante), sono una miniera preziosa di umanità e di terribili crudeltà.
 Dietro la sorte dei sommersi, delle vite spezzate dall’odio razziale che albergava anche in troppi poveri spiriti di “italiani brava-gente”, si cela un messaggio di dolore e di amore che pretende di essere ascoltato.

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di Redazione web