Il Tirreno

Livorno

Si incatena alla casa del datore di lavoro

Si incatena alla casa del datore di lavoro

La disperazione di un giovane travolto dalla crisi dell’auto. «Ho due bimbi, senza quei 3000 euro non posso vivere». E si incatena alla casa del datore di lavoro che gli deve i soldi

3 MINUTI DI LETTURA





 LIVORNO. «Sono disperato: quei 3mila euro mi servono come il pane. Ho una bimba di 3 anni e un bimbo di 12 in Moldavia. Mia moglie non lavora più: se non mando quei soldi mi buttano la famiglia per la strada. Non so più che fare». Attacca a piangere come un bimbo Vladimir Lupu: si è incatenato in via di Popogna davanti al cancello di casa del suo ex-datore di lavoro che 3.052 euro glieli deve dal 2006. Vladimir, 30 anni, immigrato («qui dal 2003, regolare da 2 anni»), è figlio di quel pezzo d’Europa povera che qui da noi scappa a cercare l’Eden e sempre più spesso sbatte invece il muso contro scenari d’inferno.

I sogni di Vladimir si sono scontrati infatti con la crisi della componentistica auto che ha azzannato la nostra economia come un rottweiler, macinando altre storie di disperazione: tutte made in Leghorn. A dovere i soldi all’immigrato moldavo (e ad altri 3 suoi connazionali) è infatti il livornese Marco Cecchi, 50 anni e una figlia di 6: fino a 3 anni fa titolare insieme al fratello Simone della ditta CEF che produceva pezzi in ferro per le aziende dell’indotto Fiat. «Lavoravamo con Trw, Pierburg, Motrol», racconta, poi da un giorno all’altro il colpo da ko: «hanno trasferito tutta la lavorazione fuori da qui, in Polonia e chissà dove: senza una spiegazione, basta, non c’è più lavoro: in pochi mesi ci hanno portato alla rovina».

I Cecchi, ereditando l’attività del padre, lavoravano nella carpenteria leggera da più di 30 anni: fino al’97 avevano 30-40 dipendenti: «negli anni’90 abbiamo agguantato, poi a partire dal 2000 è stata una discesa micidiale verso il baratro». Il ritornello è tristemente conosciuto: la crisi, dice Cecchi, «è come una morsa, ti stringe in un attimo e non ce la fai a reagire». I racconti di Lupu e Cecchi sono un ping-pong di storie per ora senza lieto fine. Perché Vladimir ora ha ritrovato sì un lavoretto come metalmeccanico («a Piombino, prendo 6 euro e 39 l’ora, i primi soldi però li vedrò il 20 giugno») ma fino a una settimana fa non lavorava: tempo fa si è rovinato il naso lavorando con una motosega elettrica: pesanti e costose operazioni, aggravate da una infezione: «sono dovuto tornare al mio paese per un po’, ora non ho un soldo per me, e soprattutto niente da mandare ai miei bambini: non sopporto l’idea di aver fatto tanti sacrifici per poi vederli finire per la strada».

Marco Cecchi però non se la passa meglio, anche perché fa parte dei “senza ammortizzatori sociali”: dallo Stato per i piccoli imprenditori falliti non arriva una lira: «all’Inps mi hanno detto: Cecchi sono affari suoi. Per i titolari di azienda che si trovano d’un colpo senza lavoro è un dramma vero». In tre anni nemmeno l’ombra di un lavoretto: «e chi glielo dà un lavoro a uno di 50 anni? Non ho più nemmeno la macchina, ho una figlia piccola da mantenere e vivo grazie all’aiuto degli amici: sto provando a vendere una casa di proprietà di famiglia per ripianare un po’ di debiti, ma con la crisi che c’è in giro non riesco a vendere nemmeno quella». Vladimir ha detto che rimarrà in catena finché non avrà i suoi soldi: «Che gli devo dire - risponde Cecchi - è un bravissimo ragazzo e un ottimo lavoratore: se ce li avesse i soldi glieli darei non una ma tre volte. Il problema è che ha trovato uno forse più disgraziato di lui».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web