Gioco
LIVORNO
Per il biondino è il giorno della verità
Luciano De Majo
◗
Annalisa VincentiniOggi Andrei Orul parla davanti alla Corte d’Assise d’Appello, poi la sentenza
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LIVORNO. Lascerà il carcere di Sollicciano di buon mattino. Poi i riflettori, nell’aula della Corte d’Assise d’Appello di Firenze, saranno tutti per lui, per Andrei Orul, se questo è veramente il suo nome. Sarà il giorno della verità, quello di oggi, per il «biondino» condannato a trent’anni per il delitto di Chioma. Parlerà, davanti alla Corte, al rappresentante della Procura generale, ai suoi difensori e ai legali di parte civile. Parlerà perché, come ha cercato di dire al termine della scorsa udienza, nel suo italiano ancora assai stentato, «le cose non sono andate come dite voi», rivolto agli avvocati che assistono i genitori di Annalisa Vincentini, la giovane vittima di quell’omicidio, e il testimone del delitto, Stefano Poli.
Il presidente della Corte Gaetano Tomaselli, quando ha saputo che l’imputato avrebbe voluto rendere dichiarazioni spontanee, non ci ha pensato due volte, rinviando il processo e convocando una nuova udienza per oggi. Lui, il giudice relatore Livio Genovese e gli otto giudici popolari avranno davanti a loro un’intera giornata per ascoltare Orul, la cui deposizione peraltro verrà integralmente registrata, quindi le repliche della Procura generale e degli avvocati e poi per ritirarsi in camera di consiglio e decidere. Decidere se confermare la condanna a trent’anni, come ha chiesto la Procura generale attraverso il sostituto Eva Celotti, o se accogliere le richieste avanzate dalla difesa di Orul.
Gli avvocati che difendono il «biondino», Eraldo Stefani e Ferdinando Imposimato, hanno infatti chiesto l’esecuzione di una nuova perizia balistica ritenendo non credibili le conclusioni della consulenza che la Procura di Livorno affidò, per il processo in primo grado, al professor Domenico Compagnini. Secondo la difesa, Orul non sparò a Annalisa volontariamente, ma i colpi partirono dalla pistola Makarov durante la colluttazione fra l’imputato e Poli. Perché, secondo gli avvocati di Orul, che richiamano a questo proposito alcune testimonianze rese al processo di primo grado dalla proprietaria e da un frequentatore del bar di Antignano, la pistola era di proprietà dell’amico della vittima, e il «biondino» riuscì a strappargliela di mano in un momento di distrazione di Poli, che a detta di Stefani e Imposimato perse la concentrazione per qualche istante per riagganciarsi i pantaloni.
Una ricostruzione, questa, contestata radicalmente tanto dalla parte civile quanto dagli esperti della Procura livornese: non solo la consulenza balistica di Compagnini, ma anche la testimonianza dei rappresentanti del Ris dei carabinieri, secondo i quali una pistola semiautomatica come quella che ha ucciso Annalisa avrebbe sparato, se solo qualcuno avesse provato a impossessarsene facendo forza sul silenziatore.
Comunque sia, la difesa tenta di giocare questa carta fino in fondo, ritenendo che sia necessario anche rimettere a confronto l’imputato e il testimone del delitto, davanti alla Corte. Richiesta, pure questa, su cui la Procura generale non concorda, dal momento che confronti fra Orul e Poli ce ne sono stati almeno tre: uno davanti al pubblico ministero in fase di indagini preliminari, uno nel sopralluogo effettuato a Chioma, un terzo in una delle ultime udienze del processo svoltosi davanti alla Corte d’Assise di Livorno. Stefani, nel corso di una delle udienze in Appello, non ha usato mezzi termini. «E’ giusto che i giudici vedano questo testimone, è giusto che si presenti davanti a loro e che parli», ha detto riferito a Poli, che peraltro non si è mai visto nel processo fiorentino.
Il presidente della Corte Gaetano Tomaselli, quando ha saputo che l’imputato avrebbe voluto rendere dichiarazioni spontanee, non ci ha pensato due volte, rinviando il processo e convocando una nuova udienza per oggi. Lui, il giudice relatore Livio Genovese e gli otto giudici popolari avranno davanti a loro un’intera giornata per ascoltare Orul, la cui deposizione peraltro verrà integralmente registrata, quindi le repliche della Procura generale e degli avvocati e poi per ritirarsi in camera di consiglio e decidere. Decidere se confermare la condanna a trent’anni, come ha chiesto la Procura generale attraverso il sostituto Eva Celotti, o se accogliere le richieste avanzate dalla difesa di Orul.
Gli avvocati che difendono il «biondino», Eraldo Stefani e Ferdinando Imposimato, hanno infatti chiesto l’esecuzione di una nuova perizia balistica ritenendo non credibili le conclusioni della consulenza che la Procura di Livorno affidò, per il processo in primo grado, al professor Domenico Compagnini. Secondo la difesa, Orul non sparò a Annalisa volontariamente, ma i colpi partirono dalla pistola Makarov durante la colluttazione fra l’imputato e Poli. Perché, secondo gli avvocati di Orul, che richiamano a questo proposito alcune testimonianze rese al processo di primo grado dalla proprietaria e da un frequentatore del bar di Antignano, la pistola era di proprietà dell’amico della vittima, e il «biondino» riuscì a strappargliela di mano in un momento di distrazione di Poli, che a detta di Stefani e Imposimato perse la concentrazione per qualche istante per riagganciarsi i pantaloni.
Una ricostruzione, questa, contestata radicalmente tanto dalla parte civile quanto dagli esperti della Procura livornese: non solo la consulenza balistica di Compagnini, ma anche la testimonianza dei rappresentanti del Ris dei carabinieri, secondo i quali una pistola semiautomatica come quella che ha ucciso Annalisa avrebbe sparato, se solo qualcuno avesse provato a impossessarsene facendo forza sul silenziatore.
Comunque sia, la difesa tenta di giocare questa carta fino in fondo, ritenendo che sia necessario anche rimettere a confronto l’imputato e il testimone del delitto, davanti alla Corte. Richiesta, pure questa, su cui la Procura generale non concorda, dal momento che confronti fra Orul e Poli ce ne sono stati almeno tre: uno davanti al pubblico ministero in fase di indagini preliminari, uno nel sopralluogo effettuato a Chioma, un terzo in una delle ultime udienze del processo svoltosi davanti alla Corte d’Assise di Livorno. Stefani, nel corso di una delle udienze in Appello, non ha usato mezzi termini. «E’ giusto che i giudici vedano questo testimone, è giusto che si presenti davanti a loro e che parli», ha detto riferito a Poli, che peraltro non si è mai visto nel processo fiorentino.
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