La protesta
Pronto soccorso, altri tre anni di file
Per avere un nuovo pronto soccorso serviranno almeno almeno tre anni. L'attuale struttura, inaugurata appena tre anni addietro, dovrà essere profondamente ristrutturata per far posto alla fame di posti letto, medicherie e apparecchi diagnostici. Nel frattempo ci vorrà sempre tanta pazienza
4 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Ore di attesa per una visita, o per un esame urgente, come ad esempio le sei che ha aspettato Gabriella Lenzi per un’ecografia. Questa è la prassi comune del pronto soccorso di Livorno, un reparto dove le giornate con poca gente in fila rappresentano l’eccezione alla regola, e dove a volte si scatenano discussioni e liti delle quali spesso fanno le spese incolpevoli dipendenti Asl.
Ieri, in una giornata “di buona”, le attese erano sicuramente ridotte, ma l’oretta per i più fortunati e le due o più per altri erano comunque da mettere in conto. La stessa Monica Calamai, neo direttore generale dell’Asl 6, dopo la sua prima visita al reparto ha detto chiaro e tondo «di aver trovato il caos» e di voler cambiare lo stato delle cose. Ma quanto dovremo attendere per vedere questo cambiamento? Parecchio, almeno tre anni, visto che questa struttura, inaugurata appena tre anni addietro, dovrà essere profondamente ristrutturata per far posto alla fame di posti letto, medicherie e apparecchi diagnostici. Nel frattempo, a parte qualche miglioria, ci vorrà sempre tanta pazienza.
Problemi ortopedici. Ieri mattina i problemi maggiori erano al pronto soccorso ortopedico, dove la sala d’attesa offriva solo posti in piedi. Franca Baracchino, con una frattura ad un piede, ha atteso due ore prima della visita. «Va fatto qualche cosa per questa situazione - spiega - anche se assolutamente non accuso il personale, che non ha nessuna colpa e anzi si da un gran daffare». Va meglio per chi attende al pronto soccorso generale: Piero Nencini e Roberta Questa attendono che un loro congiunto termini gli esami e si dicono «soddisfatti» di come procedono le cose.
Giornate sì, giornate no. Che ieri fosse una giornata particolare lo hanno notato anche le infermiere al bancone del triage (il punto di accoglienza dove si smistano i vari codici di precedenza, secondo la gravità dei casi). «Oggi c’è davvero poca gente - hanno spiegato - ma qui le cose vanno a giornate e a orari». Ovvero, i massimi afflussi si hanno dopo le 8, alle 12 e la sera dopo cena. Situazioni che peggiorano d’estate con il maggior numero di incidenti e con l’arrivo dei turisti, e d’inverno quando esplode l’influenza.
In ogni caso questo vuol dire che in un anno più di 71mila livornesi vanno al pronto soccorso (il 40% della popolazione).
«E’ nato già vecchio». Massimo Ferrucci, segretario regionale del sindacato autonoma della sanità Fials conosce bene il problema pronto soccorso: «E’ stata costruita una struttura che era già vecchia quando è stata inaugurata, su cui, per di più, si riversano anche i problemi legati alle liste di attesa per la diagnostica».
Quindi, tutto sbagliato, tutto da rifare? «Sì risponde il sindacalista - e in attesa che la struttura sia risistemata, spendendo altri fondi pubblici, bisognerebbe che si riuscisse a arginare gli ingressi, anche grazie alla collaborazione dei medici di famiglia, ma anche aumentando il personale, cosa che sarebbe sempre possibile».
Ruote sgonfie. La signora Beatrice Cesi sta riportando una carrozzella con cui ha accompagnato fuori il marito, dimesso dopo un intervento chirurgico: la sedia a rotelle ha le ruote sgonfie e per trovarala, è anche dovuta andare a cercarsela tra i reparti. «Le dimissioni sono così - commenta - non c’è nessuna assistenza».
Intanto si viene a spere che a volte le carrozzelle, gonfie o no, sono state ritrovate in tutta Livorno, fino a La Rosa.
Liti e altro ancora. A volte la situazione al pronto soccorso degenera in liti se non in vere e prorie aggressioni. In questi casi intervengono gli agenti del posto fisso di polizia: «Le lunghe attese, magari con la preoccupazione per un congiunto, spesso fanno saltare i nervi a persone che normalmente sarebbero anche ragionevoli - spiega l’ispettore Corrado Sanna - in quei casi interveniamo, anche perché il servizio pubblico deve essere garantito. E se le persone non si calmano, siamo costretti anche ad allontanarle, anche se cerchiamo sempre di parlare con loro e di calmarli».
Poi qui arrivano anche persone con problemi psichici o senza casa. «Il problema - conclude l’ispettore - è che mancano strutture che possano aiutarli sul territorio e qui trovano comunque un rifugio».
Ieri, in una giornata “di buona”, le attese erano sicuramente ridotte, ma l’oretta per i più fortunati e le due o più per altri erano comunque da mettere in conto. La stessa Monica Calamai, neo direttore generale dell’Asl 6, dopo la sua prima visita al reparto ha detto chiaro e tondo «di aver trovato il caos» e di voler cambiare lo stato delle cose. Ma quanto dovremo attendere per vedere questo cambiamento? Parecchio, almeno tre anni, visto che questa struttura, inaugurata appena tre anni addietro, dovrà essere profondamente ristrutturata per far posto alla fame di posti letto, medicherie e apparecchi diagnostici. Nel frattempo, a parte qualche miglioria, ci vorrà sempre tanta pazienza.
Problemi ortopedici. Ieri mattina i problemi maggiori erano al pronto soccorso ortopedico, dove la sala d’attesa offriva solo posti in piedi. Franca Baracchino, con una frattura ad un piede, ha atteso due ore prima della visita. «Va fatto qualche cosa per questa situazione - spiega - anche se assolutamente non accuso il personale, che non ha nessuna colpa e anzi si da un gran daffare». Va meglio per chi attende al pronto soccorso generale: Piero Nencini e Roberta Questa attendono che un loro congiunto termini gli esami e si dicono «soddisfatti» di come procedono le cose.
Giornate sì, giornate no. Che ieri fosse una giornata particolare lo hanno notato anche le infermiere al bancone del triage (il punto di accoglienza dove si smistano i vari codici di precedenza, secondo la gravità dei casi). «Oggi c’è davvero poca gente - hanno spiegato - ma qui le cose vanno a giornate e a orari». Ovvero, i massimi afflussi si hanno dopo le 8, alle 12 e la sera dopo cena. Situazioni che peggiorano d’estate con il maggior numero di incidenti e con l’arrivo dei turisti, e d’inverno quando esplode l’influenza.
In ogni caso questo vuol dire che in un anno più di 71mila livornesi vanno al pronto soccorso (il 40% della popolazione).
«E’ nato già vecchio». Massimo Ferrucci, segretario regionale del sindacato autonoma della sanità Fials conosce bene il problema pronto soccorso: «E’ stata costruita una struttura che era già vecchia quando è stata inaugurata, su cui, per di più, si riversano anche i problemi legati alle liste di attesa per la diagnostica».
Quindi, tutto sbagliato, tutto da rifare? «Sì risponde il sindacalista - e in attesa che la struttura sia risistemata, spendendo altri fondi pubblici, bisognerebbe che si riuscisse a arginare gli ingressi, anche grazie alla collaborazione dei medici di famiglia, ma anche aumentando il personale, cosa che sarebbe sempre possibile».
Ruote sgonfie. La signora Beatrice Cesi sta riportando una carrozzella con cui ha accompagnato fuori il marito, dimesso dopo un intervento chirurgico: la sedia a rotelle ha le ruote sgonfie e per trovarala, è anche dovuta andare a cercarsela tra i reparti. «Le dimissioni sono così - commenta - non c’è nessuna assistenza».
Intanto si viene a spere che a volte le carrozzelle, gonfie o no, sono state ritrovate in tutta Livorno, fino a La Rosa.
Liti e altro ancora. A volte la situazione al pronto soccorso degenera in liti se non in vere e prorie aggressioni. In questi casi intervengono gli agenti del posto fisso di polizia: «Le lunghe attese, magari con la preoccupazione per un congiunto, spesso fanno saltare i nervi a persone che normalmente sarebbero anche ragionevoli - spiega l’ispettore Corrado Sanna - in quei casi interveniamo, anche perché il servizio pubblico deve essere garantito. E se le persone non si calmano, siamo costretti anche ad allontanarle, anche se cerchiamo sempre di parlare con loro e di calmarli».
Poi qui arrivano anche persone con problemi psichici o senza casa. «Il problema - conclude l’ispettore - è che mancano strutture che possano aiutarli sul territorio e qui trovano comunque un rifugio».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
