Sicurezza
DELITTO DI CHIOMA
Difesa multimediale per il "biondino"
Luciano De Majo
Oggi riprende il processo in Appello. Parleranno Imposimato e Stefani
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LIVORNO. «Mi servono dieci-dodici ore». Più una minaccia che una promessa, quella di Eraldo Stefani, avvocato fiorentino, difensore di Andrei Orul, il «biondino» che si trova in carcere a Sollicciano, una condanna a trent'anni sul groppone per aver ucciso la giovane Annalisa Vincentini nella pineta di Chioma, il 19 agosto del 2002, e per aver tentato di ammazzare che l'amico della ragazza, Stefano Poli, unico testimone del delitto.
Stefani non ha dubbi: Orul non era lì per uccidere. E questo cercherà di spiegare stamani ai giudici della Corte d'Assise d'Appello che torneranno in aula per la seconda udienza del processo di secondo grado. Non sarà da solo, l'avvocato Stefani. Insieme a lui, la difesa del giovane omicida è curata dal professor Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione, padre storico del diritto italiano. Non mancherà, naturalmente, neppure l'avvocato livornese Riccardo Melani, che ha difeso Orul nel processo in primo grado.
A corredo della difesa, i legali hanno preparato una corposa documentazione, che con ogni probabilità sarà mostrata questa mattina. Stefani e Imposimato hanno dato vita ad una memoria multimediale, che contiene anche filmati e rielaborazioni delle consulenze realizzate per il procedimento che si è svolto davanti alla Corte d'Assise di Livorno. La Procura generale, che ha già parlato attraverso il sostituto procuratore Eva Celotti, ha ritenuto che la sentenza emessa a Livorno sia da confermare e ha chiesto, dunque, che i trent'anni di carcere inflitti al «biondino» restino tali.
Stefani e Imposimato mettono in dubbio, prima di tutto, la proprietà della pistola. Sono convinti che non potesse andare in giro tenendo una Makarov con tanto di silenziatore nei pantaloni corti: quell'arma, insomma, lui avrebbe cercato di strapparla al Poli. «E durante la colluttazione - dicono i difensori dell'imputato - sono partiti i colpi». Una ricostruzione totalmente differente da quella dell'accusa, secondo la quale la pistola era già nelle mani di Orul che sparò a bruciapelo, inginocchiato davanti alla Mercedes, sul cui sedile posteriore c'erano la povera Annalisa e Stefano.
Finora, la Corte non ha accettato le richieste di nuova istruttoria avanzate dalla difesa, che ha chiesto l'esecuzione di una perizia balistica e medico-legale e un nuovo confronto fra l'imputato e il testimone. Su questo, la decisione è stata rimandata al termine delle conclusioni delle difese, ma l'impressione è che per il momento non vi sia grande disponibilità, fra i giudici, a riaprire il caso per affidare incarichi ad esperti pronti a esaminare nuovamente la situazione. La Corte è, anzi, decisa a andare verso la sentenza a passo più spedito che può. L'unico dato certo è che Stefani e Imposimato parleranno a lungo, il che significa che ben difficilmente l'udienza di oggi sarà quella conclusiva: il «biondino» potrebbe essere destinato a tornare in aula fra qualche settimana ancora.
Stefani non ha dubbi: Orul non era lì per uccidere. E questo cercherà di spiegare stamani ai giudici della Corte d'Assise d'Appello che torneranno in aula per la seconda udienza del processo di secondo grado. Non sarà da solo, l'avvocato Stefani. Insieme a lui, la difesa del giovane omicida è curata dal professor Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione, padre storico del diritto italiano. Non mancherà, naturalmente, neppure l'avvocato livornese Riccardo Melani, che ha difeso Orul nel processo in primo grado.
A corredo della difesa, i legali hanno preparato una corposa documentazione, che con ogni probabilità sarà mostrata questa mattina. Stefani e Imposimato hanno dato vita ad una memoria multimediale, che contiene anche filmati e rielaborazioni delle consulenze realizzate per il procedimento che si è svolto davanti alla Corte d'Assise di Livorno. La Procura generale, che ha già parlato attraverso il sostituto procuratore Eva Celotti, ha ritenuto che la sentenza emessa a Livorno sia da confermare e ha chiesto, dunque, che i trent'anni di carcere inflitti al «biondino» restino tali.
Stefani e Imposimato mettono in dubbio, prima di tutto, la proprietà della pistola. Sono convinti che non potesse andare in giro tenendo una Makarov con tanto di silenziatore nei pantaloni corti: quell'arma, insomma, lui avrebbe cercato di strapparla al Poli. «E durante la colluttazione - dicono i difensori dell'imputato - sono partiti i colpi». Una ricostruzione totalmente differente da quella dell'accusa, secondo la quale la pistola era già nelle mani di Orul che sparò a bruciapelo, inginocchiato davanti alla Mercedes, sul cui sedile posteriore c'erano la povera Annalisa e Stefano.
Finora, la Corte non ha accettato le richieste di nuova istruttoria avanzate dalla difesa, che ha chiesto l'esecuzione di una perizia balistica e medico-legale e un nuovo confronto fra l'imputato e il testimone. Su questo, la decisione è stata rimandata al termine delle conclusioni delle difese, ma l'impressione è che per il momento non vi sia grande disponibilità, fra i giudici, a riaprire il caso per affidare incarichi ad esperti pronti a esaminare nuovamente la situazione. La Corte è, anzi, decisa a andare verso la sentenza a passo più spedito che può. L'unico dato certo è che Stefani e Imposimato parleranno a lungo, il che significa che ben difficilmente l'udienza di oggi sarà quella conclusiva: il «biondino» potrebbe essere destinato a tornare in aula fra qualche settimana ancora.
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