Toscana
Karol catturato nella roulotte all’alba
Blitz al campo rom del Cisternino, stava per fuggire in Spagna
3 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Si nascondeva in un campo nomadi al Cisternino, nella periferia di Livorno, al confine col territorio di Collesalvetti. Un blitz della polizia ieri all’alba e Karol Racz, rumeno di 36 anni, è stato arrestato dalla polizia: secondo gli investigatori sarebbe coinvolto nello stupro di una ragazzina di 14 anni, sabato scorso, nel parco romano della Caffarella, insieme a un altro rumeno di 20 anni, arrestato ieri a Roma, e forse anche nella violenza di Primavalle. Il giovane è accusato di violenza sessuale e rapina. Quando i poliziotti della Squadra mobile di Roma insieme ai colleghi livornesi hanno fatto irruzione nella roulotte erano le 4.30. Da domenica sera era in città, ospite nel campo della famiglia rom Halilovic, a cui non ha rivelato il vero motivo del suo arrivo. Nei prossimi giorni sarebbe fuggito in Spagna. Al momento dell’arresto, ha improvvisato un disperato tentativo di fuga, che però è durato poco: era impossibile scappare. A condurre la polizia a Karol è stato l’altro rumeno arrestato, ma anche e soprattutto l’eccezionale collaborazione della vittima e del suo fidanzato, anche lui aggredito.
Il rumeno, che nel suo Paese faceva il pugile, è stato riconosciuto attraverso le fotografie dalla ragazzina. Un elemento importante è stato anche un segno particolare del rumeno, a cui mancano quattro dita alla mano destra. Racz non ha confessato nulla. Ora è in carcere a Roma, dove è stato portato dalla polizia subito dopo L’arresto, e tra oggi e domani sarà sentito dagli inquirenti. I suoi abiti sono all’esame degli investigatori, che stanno cercando eventuali reperti biologici, riconducibili allo stupro di sabato. Karol era a Livorno da domenica sera: era arrivato in treno e poi aveva raggiunto a piedi il campo, che già conosceva bene. I poliziotti lo hanno trovato in una roulotte, dopo aver setacciato l’area, bussando di porta in porta: già sapevano che il giovane si nascondeva là e sono andati dritti alla meta. Da novembre 2007 a febbraio dell’anno successivo il rumeno era stato a Livorno, in un accampamento nella zona industriale. In quei mesi era entrato in contatto con alcuni membri del clan Halilovic, di origini slave, che per tradizione lavora il ferro. A uno di loro domenica aveva chiesto di poter lavorare qualche giorno, prima di ripartire.
Chi lo conosce lo descrive come un giovane schivo, di poche parole. Piccolo di statura, tarchiato, la pelle scura, quattro dita amputate da una mano, il naso schiacciato. Karol Racz nel suo Paese aveva passato più di un guaio: tre anni di carcere dal 1999 al 2002 per furto aggravato e ricettazione. Era arrivato in Italia con l’ultima ondata migratoria, innescata dall’ingresso della Romania in Europa. Giunto in città la prima volta, si era aggregato alla famiglia dei quattro bimbi rom morti bruciati nell’agosto 2007 nel campo di via Pian di Rota. Intanto nel campo rom del Cisternino si temono ritorsioni da parte della gente. «Ci toccherà fare le ronde, ma noi non sappiamo nulla», dicono i nomadi. Ma la questura livornese rassicura: «Non ci sono elementi di rappresaglie, ma noi comunque intensificheremo la vigilanza».
Il rumeno, che nel suo Paese faceva il pugile, è stato riconosciuto attraverso le fotografie dalla ragazzina. Un elemento importante è stato anche un segno particolare del rumeno, a cui mancano quattro dita alla mano destra. Racz non ha confessato nulla. Ora è in carcere a Roma, dove è stato portato dalla polizia subito dopo L’arresto, e tra oggi e domani sarà sentito dagli inquirenti. I suoi abiti sono all’esame degli investigatori, che stanno cercando eventuali reperti biologici, riconducibili allo stupro di sabato. Karol era a Livorno da domenica sera: era arrivato in treno e poi aveva raggiunto a piedi il campo, che già conosceva bene. I poliziotti lo hanno trovato in una roulotte, dopo aver setacciato l’area, bussando di porta in porta: già sapevano che il giovane si nascondeva là e sono andati dritti alla meta. Da novembre 2007 a febbraio dell’anno successivo il rumeno era stato a Livorno, in un accampamento nella zona industriale. In quei mesi era entrato in contatto con alcuni membri del clan Halilovic, di origini slave, che per tradizione lavora il ferro. A uno di loro domenica aveva chiesto di poter lavorare qualche giorno, prima di ripartire.
Chi lo conosce lo descrive come un giovane schivo, di poche parole. Piccolo di statura, tarchiato, la pelle scura, quattro dita amputate da una mano, il naso schiacciato. Karol Racz nel suo Paese aveva passato più di un guaio: tre anni di carcere dal 1999 al 2002 per furto aggravato e ricettazione. Era arrivato in Italia con l’ultima ondata migratoria, innescata dall’ingresso della Romania in Europa. Giunto in città la prima volta, si era aggregato alla famiglia dei quattro bimbi rom morti bruciati nell’agosto 2007 nel campo di via Pian di Rota. Intanto nel campo rom del Cisternino si temono ritorsioni da parte della gente. «Ci toccherà fare le ronde, ma noi non sappiamo nulla», dicono i nomadi. Ma la questura livornese rassicura: «Non ci sono elementi di rappresaglie, ma noi comunque intensificheremo la vigilanza».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
