Sicurezza
Morì per l’amianto al Cantiere, maxi risarcimento
Sentenza storica: moglie e figlie del deceduto avranno 1 milione e 200mila euro
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LIVORNO. Il giudice del lavoro Jacqueline Magi ha condannato Fincantieri a risarcire la famiglia di un ex-dipendente del Cantiere, Alesio Ielencovich, morto nel 2005 a 67 anni per un mesotelioma pleurico. La malattia, infatti, è stata associata all’esposizione all’amianto durante i ventotto anni in cui Ielencovich è stato al lavoro al Cantiere Orlando. Un milione e 200 mila euro il risarcimento deciso dal giudice a favore della moglie e delle due figlie. Si tratta della prima sentenza - fra l’altro esecutiva - che riconosce una responsabilità civile del Cantiere per non aver garantito la protezione dei lavoratori che operavano a contatto con l’amianto. Alesio Ielenconvich si ammalò nel settembre del 2004, di una malattia terribile e fulminante: il mesotelioma pleurico. Il 17 gennaio del 2005 terminò di soffrire. Il funerale fu intenso e partecipato da moltissimi ex-colleghi di lavoro. “Franco”, come lo chiamavano per dribblare quel nome insolito, aveva lavorato al Cantiere Orlando per ventotto anni. E lì, come accerta adesso una sentenza, aveva contratto il mesotelioma pleurico. Secondo la magistratura la causa scatenante fu il contatto con l’amianto che, al Cantiere, veniva utilizzato massicciamente e senza precauzioni.
Ieri mattina il giudice Jacqueline Magi ha letto il dispositivo della sentenza con la quale viene accolta la causa presentata per conto della famiglia Ielencovich dagli avvocati Costanza e Sergio Leone. Fincantieri (rappresentata in giudizio dagli avvocati Enzo Morsico e Paola Pucci di Roma) ha già annunciato che ricorrerà in appello. Il risarcimento - 1 milione e 200mila euro - è uno dei più alti mai decisi per un decesso da amianto. L’altra pecularietà della sentenza è che Alesio Ielencovich non era un operaio, la categoria più esposta al rischio: era un impiegato tecnico, che però, per svolgere la propria mansione di capufficio dell’officina navale, si recava frequentemente sulle navi in costruzione e in riparazione per verificare l’andamento dei lavori. Ielencovich era stato assunto dal Cantiere Orlando il 1º settembre del 1967 come operaio caposquadra, per poi passare subito in ufficio. E’ stato impiegato tecnico fino al 1995 quando è andato in pensione. Per tutto questo tempo è stato esposto all’amianto.
I testimoni citati dalla famiglia hanno dichiarato che Ielencovich «era sempre tenuto al sopralluogo e seguiva tutta la fase di riparazione» e che «era a bordo con noi, anche se questa non era la sua attività principale». L’amianto veniva utilizzato per coibentare le navi senza che vi fosse alcuna misura di protezione, nè aspiratori per ripulire l’aria dalle polveri. Il contatto con l’amianto - secondo quanto riconosciuto dal giudice - avveniva anche nell’officina navale, dove venivano svolte le lavorazioni di tracciatura, taglio e sagomatura del materiale che alzavano un micidiale pulviscolo. Un ambiente che Ielencovinch frequentava, al pari dell’adiacente officina dove i falegnami molavano la marinite. La causa è iniziata nell’ottobre 2006. Per i periti nominati dalla famiglia dell’impiegato deceduto, «Ielencovich è stato certamente esposto all’amianto dal 1967 ad almeno tutti gli anni Ottanta» con una chiara relazione di causa-effetto sulla malattia che poi è insorta. Il mesotelioma pleurico è una patologia molto rara nelle persone non esposte ad amianto (1-2 casi per milione all’anno) mentre tra i lavoratori dell’ex Cantiere gestione Fincantieri si sono registrati finora ben 37 casi.
Non deve poi sorprendere che la malattia sia comparsa quando il deceduto era già in pensione da nove anni: il tempo di incubazione del mesotelioma pleurico può arrivare a trent’anni. Il giudice Magi ha accolto la tesi della famiglia secondo cui Fincantieri ha permesso che Ielencovich lavorasse in una situazione rischiosa omettendo di adottare le idonee misure per impedire il pericolo derivante dal contatto e dall’inalazione di particelle di amianto. I lavoratori del Cantiere, come concordano diverse testimonianze, non erano al corrente del rischio, non portavano le mascherine e fino al 1985 usavano «teli di amianto». Ma il dato più rilevante, confermato sia dai consulenti tecnici d’ufficio che dai testimoni, è la mancanza di aspiratori per le polveri di amianto sia a bordo nelle navi che in officina. Il giudice ha riconosciuto il danno biologico (487.300 euro) e il danno morale (243.650) per il defunto e il danno morale per gli eredi, cioè la moglie (200.000 euro) e le due figlie (150.000 euro ciascuna) che vivevano insieme ad Alesio Ielencovich.
Una sentenza che può aprire la strada a un’ondata di risarcimenti. «Sono molto contenta, questa causa mi ha coinvolto anche emotivamente, ha un aspetto umano molto forte» commenta l’avvocatessa Leone in attesa di leggere le motivazioni scritte dal giudice Magi.
Ieri mattina il giudice Jacqueline Magi ha letto il dispositivo della sentenza con la quale viene accolta la causa presentata per conto della famiglia Ielencovich dagli avvocati Costanza e Sergio Leone. Fincantieri (rappresentata in giudizio dagli avvocati Enzo Morsico e Paola Pucci di Roma) ha già annunciato che ricorrerà in appello. Il risarcimento - 1 milione e 200mila euro - è uno dei più alti mai decisi per un decesso da amianto. L’altra pecularietà della sentenza è che Alesio Ielencovich non era un operaio, la categoria più esposta al rischio: era un impiegato tecnico, che però, per svolgere la propria mansione di capufficio dell’officina navale, si recava frequentemente sulle navi in costruzione e in riparazione per verificare l’andamento dei lavori. Ielencovich era stato assunto dal Cantiere Orlando il 1º settembre del 1967 come operaio caposquadra, per poi passare subito in ufficio. E’ stato impiegato tecnico fino al 1995 quando è andato in pensione. Per tutto questo tempo è stato esposto all’amianto.
I testimoni citati dalla famiglia hanno dichiarato che Ielencovich «era sempre tenuto al sopralluogo e seguiva tutta la fase di riparazione» e che «era a bordo con noi, anche se questa non era la sua attività principale». L’amianto veniva utilizzato per coibentare le navi senza che vi fosse alcuna misura di protezione, nè aspiratori per ripulire l’aria dalle polveri. Il contatto con l’amianto - secondo quanto riconosciuto dal giudice - avveniva anche nell’officina navale, dove venivano svolte le lavorazioni di tracciatura, taglio e sagomatura del materiale che alzavano un micidiale pulviscolo. Un ambiente che Ielencovinch frequentava, al pari dell’adiacente officina dove i falegnami molavano la marinite. La causa è iniziata nell’ottobre 2006. Per i periti nominati dalla famiglia dell’impiegato deceduto, «Ielencovich è stato certamente esposto all’amianto dal 1967 ad almeno tutti gli anni Ottanta» con una chiara relazione di causa-effetto sulla malattia che poi è insorta. Il mesotelioma pleurico è una patologia molto rara nelle persone non esposte ad amianto (1-2 casi per milione all’anno) mentre tra i lavoratori dell’ex Cantiere gestione Fincantieri si sono registrati finora ben 37 casi.
Non deve poi sorprendere che la malattia sia comparsa quando il deceduto era già in pensione da nove anni: il tempo di incubazione del mesotelioma pleurico può arrivare a trent’anni. Il giudice Magi ha accolto la tesi della famiglia secondo cui Fincantieri ha permesso che Ielencovich lavorasse in una situazione rischiosa omettendo di adottare le idonee misure per impedire il pericolo derivante dal contatto e dall’inalazione di particelle di amianto. I lavoratori del Cantiere, come concordano diverse testimonianze, non erano al corrente del rischio, non portavano le mascherine e fino al 1985 usavano «teli di amianto». Ma il dato più rilevante, confermato sia dai consulenti tecnici d’ufficio che dai testimoni, è la mancanza di aspiratori per le polveri di amianto sia a bordo nelle navi che in officina. Il giudice ha riconosciuto il danno biologico (487.300 euro) e il danno morale (243.650) per il defunto e il danno morale per gli eredi, cioè la moglie (200.000 euro) e le due figlie (150.000 euro ciascuna) che vivevano insieme ad Alesio Ielencovich.
Una sentenza che può aprire la strada a un’ondata di risarcimenti. «Sono molto contenta, questa causa mi ha coinvolto anche emotivamente, ha un aspetto umano molto forte» commenta l’avvocatessa Leone in attesa di leggere le motivazioni scritte dal giudice Magi.
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