Toscana
Enriques, a scuola fuori dalla scuola
Il lungomare diventa un'aula a cielo aperto, prof in cattedra sulla scala
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LIVORNO. Chissà se il ministro Gelmini si arrenderà come ha fatto Giove Pluvio: pure lui evidentemente tifa destra e ieri mattina, appena prima che i ragazzi del liceo Enriques trasferissero zazzere e zainetti sul lungomare a fare lezione, aveva spedito giù un po' di pioggia. Tanto per bagnare le polveri al movimento degli studenti. Invece no: tamerici e terreno fradici, umidità che si taglia a braciole eppure l'idea di inventare la “scuola fuori dalla scuola” ce l'ha fatta a decollare. Erano in 700 ad ascoltare alcuni fra i loro insegnanti che, non avendo alunni in classe, hanno ripreso il megafono in mano dopo trent'anni e hanno fatto lezione: la 5ª L, ad esempio, raggruppata attorno alla prof d'italiano vicino all'ingresso dello Scoglio della Regina; un gruppo al riparo della baracchina per sentire il docente di filosofia che zooma sulla “notte della Repubblica” fra stragi e mafia; più in là, in mezzo agli alberi, a cerchio intorno a un altro docente che spiega diritti e Costituzione.
Ma il grosso è sotto la scala sul retro della baracchina sud: altro megafono, altro prof. E' la “guest star” della giornata: l'economista Massimo Paoli, università di Perugia, che squaderna sotto gli occhi dei ragazzi i guai del terremoto che sta sconvolgendo l'economia ai quattro angoli del mappamondo (e le difficoltà prossime venture che ricadranno sulle esistenze di chi lo ascolta).
Niente agiografia filo-protesta, il movimento non è un santino: c'è chi scherza con la fidanzatina, chi parlotta con l'amico. Ma è sorprendente tanto il livello di partecipazione (più della metà di tutti gli iscritti all'Enriques) quanto lo standard di attenzione: forse addirittura maggiore di quanto accadrebbe in classe se alla lavagna si spiegassero trigonometria, verbi semideponenti o teorema di Gauss. «Vogliamo dimostrare che non siamo bruciaioli: non rinunciamo a studiare e imparare ma nemmeno a protestare», dice Michael Palombo. Michele Valente, dal fronte dei ragazzi dell'ultimo anno, rincara: «Sappiamo che per noi e per il nostro futuro studiare è importante: è proprio perché ci teniamo che stiamo lottando».
L'istruzione - aggiunge - non è un optional: è «alla base della società democratica». Yari («no, il cognome no») avverte che «da oggi ogni giorno faremo qualcosa». Lo incalza Lorenzo Matarazzo: «Vogliamo farci sentire».
Idem Agnese Barbensi, anche lei con la maturità all'orizzonte (e con un filino di voce): «Sta crescendo una coscienza collettiva, guardi lei quanti ragazzi sono qui». Come dire: potevano filarsela al biliardo, alla playstation, a fare quattro passi in centro, e invece eccoli lì a sentir parlare di futures e globalizzazione, euro forte e superpetrolio. Di quanto sarà dura, «per voi ragazzi qui davanti», la competizione per «trovare il vostro posto nel mondo».
Prima che parta il corteo per riagganciarsi ai ragazzi del Classico in piazza Cavour, il prof. Lamberto Giannini coglie al volo questa voglia di “protestare facendo lezione”: «E' sacrosanto contestare ma - tiene a sottolineare - non dimenticate di studiare: non date ascolto a chi vi dice di buttare nella spazzatura Hegel e i logaritmi. Fatevi sentire, ma con i libri in mano».
Ma il grosso è sotto la scala sul retro della baracchina sud: altro megafono, altro prof. E' la “guest star” della giornata: l'economista Massimo Paoli, università di Perugia, che squaderna sotto gli occhi dei ragazzi i guai del terremoto che sta sconvolgendo l'economia ai quattro angoli del mappamondo (e le difficoltà prossime venture che ricadranno sulle esistenze di chi lo ascolta).
Niente agiografia filo-protesta, il movimento non è un santino: c'è chi scherza con la fidanzatina, chi parlotta con l'amico. Ma è sorprendente tanto il livello di partecipazione (più della metà di tutti gli iscritti all'Enriques) quanto lo standard di attenzione: forse addirittura maggiore di quanto accadrebbe in classe se alla lavagna si spiegassero trigonometria, verbi semideponenti o teorema di Gauss. «Vogliamo dimostrare che non siamo bruciaioli: non rinunciamo a studiare e imparare ma nemmeno a protestare», dice Michael Palombo. Michele Valente, dal fronte dei ragazzi dell'ultimo anno, rincara: «Sappiamo che per noi e per il nostro futuro studiare è importante: è proprio perché ci teniamo che stiamo lottando».
L'istruzione - aggiunge - non è un optional: è «alla base della società democratica». Yari («no, il cognome no») avverte che «da oggi ogni giorno faremo qualcosa». Lo incalza Lorenzo Matarazzo: «Vogliamo farci sentire».
Idem Agnese Barbensi, anche lei con la maturità all'orizzonte (e con un filino di voce): «Sta crescendo una coscienza collettiva, guardi lei quanti ragazzi sono qui». Come dire: potevano filarsela al biliardo, alla playstation, a fare quattro passi in centro, e invece eccoli lì a sentir parlare di futures e globalizzazione, euro forte e superpetrolio. Di quanto sarà dura, «per voi ragazzi qui davanti», la competizione per «trovare il vostro posto nel mondo».
Prima che parta il corteo per riagganciarsi ai ragazzi del Classico in piazza Cavour, il prof. Lamberto Giannini coglie al volo questa voglia di “protestare facendo lezione”: «E' sacrosanto contestare ma - tiene a sottolineare - non dimenticate di studiare: non date ascolto a chi vi dice di buttare nella spazzatura Hegel e i logaritmi. Fatevi sentire, ma con i libri in mano».
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