Il Tirreno

Livorno

"Ero esasperato, sono stato io a ucciderlo"

La confessione di Matteo al giudice

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LIVORNO. Tre ore per confessare. Tre ore per guardare in faccia il magistrato e per dirle: «Sì, mio padre l'ho ucciso io». Ora non ci sono più dubbi: è Matteo Fioriti l'autore del delitto dei Salesiani. Il giovane ci stava pensando da tempo. Non ce la faceva a portarsi dietro tutto il peso di un fatto terrificante: l'omicidio del padre, a colpi di coltello da cucina. Una volta fermato e entrato in carcere, ha riflettuto per un paio di giorni. Poi, addirittura prima dell'udienza di convalida di lunedì, aveva informato delle sue intenzioni Anna Francini, il suo avvocato. «Voglio confessare». E lei aveva organizzato tutto, in modo che la famiglia fosse il più possibile protetta da un'altra tempesta di emozioni quale può essere la confessione di un figlio che ammette di aver ucciso il padre. Per questo ha consigliato a Matteo di presentare un'istanza al pubblico ministero per poter essere interrogato e rendere la confessione.
 «Sta meglio». Il momento è arrivato ieri pomeriggio, quando hanno varcato la soglia del carcere il pubblico ministero Carmen Santoro e la dirigente della squadra mobile Angela Marvulli. Il giovane è apparso ragionevolmente sereno, durante il colloquio, grazie anche ai toni comprensivi degli inquirenti, riconosciuti anche dalla stessa difesa. «Ora si può dire che Matteo stia meglio. Si è liberato di un carico pesante», ha detto l'avvocato Francini uscendo dal carcere.
 Movente. Comincia a delinearsi meglio il movente dell'omicidio. Fin dall'inizio la Procura della Repubblica ha parlato di una situazione che si era fatta insostenibile per il giovane, al quale il padre chiedeva soldi per rientrare dai suoi debiti di gioco. Questa ipotesi, che pure trova conferma, da sola non basta per spiegare tutta la rabbia delle quindici coltellate inferte all'addome del padre. Il movente va ricercato, insomma, nella complessità e nella tortuosità di un rapporto padre-figlio che tutto era meno che «normale». C'è chi parla di un legame forte, nel bene e nel male. E forse è pure vero. Ma a questo punto viene da sottolineare anche l'ipotesi secondo la quale siano state le vessazioni e le richieste continue di Fabrizio Fioriti a portare il giovane all'esasperazione. Matteo le viveva come prepotenze, angherie non più sopportabili. Si trattava, insomma, di un rapporto totalmente rovesciato rispetto a ciò che accade fra padre e figlio. Matteo si era stancato, insomma, per dirla con una sintesi ai limiti del paradosso, di dover fare da padre a suo padre. Ricorda quasi il verso dantesco «Vergine madre, figlia del tuo figlio», la celebre invocazione di San Bernardo alla Madonna nell'ultimo canto del Paradiso, che raccoglie in sé tutta l'intensità e la maestà dell'amore di Maria. Ma in questo caso ciò che ha colpito gli inquirenti è stata, essenzialmente, la morbosità di questo rapporto.
 Non c'è premeditazione. La Procura della Repubblica continua a non contestare a Matteo l'aggravante della premeditazione. Di certo, lui il giorno del delitto è uscito di casa con il coltello, circostanza che però, secondo i magistrati, non è sufficiente per poter parlare di omicidio premeditato. L'accusa con la quale il giovane rimane in carcere è, dunque, quella di omicidio volontario.
 Racconto incompleto. Su alcuni aspetti, il racconto di Matteo è ancora incompleto. O, per meglio dire, non del tutto lucido. Il giovane non ricorda bene, ad esempio, che cosa è successo dopo il momento dell'omicidio. Non scende ancora nei particolari su tutto, non chiarisce se ha colpito il padre in un abbraccio assassino mentre era seduto accanto a lui sul sedile del passeggero dell'auto, ed è questa l'ipotesi più accreditata, o se invece ha ucciso dall'esterno della vettura, aprendo la portiera e avventandosi contro l'uomo. Ma alcuni particolari Matteo dovrà fornirli anche sulla gestione del coltello, su quello strano tentativo di fuga, appena abbozzato e subito rientrato. Difficile ottenere da lui risposte precise su tutto. «Ha dato alcuni input utili per chiarire il quadro», ha detto ancora l'avvocato Francini, che ha sottolineato, comunque, che gli accertamenti di carattere scientifico sul coltello andranno avanti: «E' giusto che sia così: le impronte sul coltello potranno portare nuove informazioni, a cominciare dall'eventuale presenza di impronte sull'arma non solo di Matteo, ma anche del padre».
 Familiari. Roberto Viaggi, il «secondo padre» di Matteo, è rimasto a lungo davanti ai cancelli delle Sughere. Ha atteso che l'avvocato uscisse dal carcere e si è allontanato insieme a lei. Ora ciò che vorrebbe è abbracciare Matteo, che non vede da quando è stato portato in cella, venerdì scorso. E' anche un desiderio del giovane, quello di riabbracciare la famiglia. Dovrebbe succedere presto, nel giro di pochi giorni, non appena la richiesta depositata dall'avvocato avrà il parere farevole.

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di Redazione web