Il Tirreno

Livorno

I familiari: il coltello ritrovato non era mai stato in casa nostra

Luciano De Majo
I familiari: il coltello ritrovato non era mai stato in casa nostra

Il ragazzo ha confermato la sua versione anche parlando con il suo secondo padre, poco prima di essere fermato. «Io con questa storia non c'entro. Quando sono arrivato, papà stava morendo»

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LIVORNO. Che cos’è che inchioda Matteo Fioriti, almeno secondo gli inquirenti? Il coltello trovato a pochi metri da dove Fabrizio Fioriti è morto? Un’accusa che non regge, dicono in cori tutti i familiari del giovane sospettato. C’è un elemento forte, o sicuramente interessante, che viene portato da chi conosce Matteo, a sua discolpa: non mancherebbe nessun coltello da casa Viaggi-Fioriti. Lo dicono i parenti, ma sarebbe pronta a confermarlo anche un’altra persona, che non fa parte del nucleo familiare ma che frequenta comunque l’appartamento della Leccia. Anche perché il «set» di coltelli da cucina sarebbe composto, secondo quanto viene ricordato, da quattro coltelli e non da cinque: non c’è nessun ceppo di legno che li conteneva, ma erano conservati ne cassetto, in cucina, insieme a tutti gli altri. E le ipotesi avanzate dalla Procura della Repubblica si baserebbero, secondo i familiari del giovane, essenzialmente su un dato: il coltello ripescato sotto un cassonetto nella notte successiva al delitto sarebbe di misura leggermente inferiore a uno dei quattro trovati e sequestrati a casa Fioriti e di misura leggermente superiore a un altro.

E’ davanti a una situazione del genere che gli inquirenti parlano di «arma compatibile» con quella del delitto: il tipo di coltello e le dimensioni della lama sarebbero l’ideale completamento di un set da cinque coltelli. Ma è una conclusione che viene contestata alla radice dalla difesa, che può evidentemente contare su qualche testimonianza a suo favore. Sempre restando sul tema dell’arma del delitto, la difesa ha chiesto fin dal momento del fermo di Matteo Fioriti di sapere se siano state trovate le impronte digitali del giovane sul manico. Gli inquirenti avrebbero detto che questo tipo di prove sono in corso: il rilievo delle impronte e delle tracce di sangue sulla lama. «Se anche venisse provato che il sangue su quel coltello è di Fabrizio Fioriti - precisa l’avvocato Anna Francini - la sola conseguenza sarebbe che quella è l’arma del delitto. Ma il coinvolgimento, sia pure non decisivo, di Matteo potrebbe essere confermato soltanto dalla presenza delle sue impronte: significherebbe che ha toccato quel coltello, ma come e quando non lo si saprebbe ancora». Ultimo elemento, anche questo tutt’altro che banale: la convinzione con la quale Matteo si è sempre detto innocente.

Ne ha parlato con la sua legale, con gli inquirenti prima di passare dalla veste di persona informata sui fatti a quella di indagato (e fermato), ma soprattutto con le persone con cui ha i rapporti più autentici. Quando è stato convocato in questura, nel pomeriggio di venerdì, è rimasto a lungo, insieme ai familiari più stretti, fuori dagli uffici della polizia, nell’attesa che arrivasse il pubblico ministero Carmen Santoro per la notifica del fermo e l’inizio del tentativo di interrogatorio. Ha parlato anche con Roberto Viaggi, l’uomo che considera davvero un secondo padre. E, lontano da sguardi indiscreti, ha risposto in maniera ferma alla fatidica domanda che in questi casi si fa, prendendo il coraggio chissà dove. «Dimmi la verità, Matteo: hai fatto qualcosa di brutto?». E lui, il ragazzo, non ha fatto passare che pochi istanti: «Non c’entro niente. Sono arrivato lì e l’ho trovato in fin di vita». Sono queste le parole pronunciate da Matteo Fioriti. Ed è così che si spiega la grande angoscia in preda alla quale sono lui e i suoi familiari.

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di Redazione web