Il Tirreno

Livorno

La polizia indaga anche nel giro degli usurai

La polizia indaga anche nel giro degli usurai

Lo sfogo di Matteo: cercava sempre soldi, ci faceva firmare le sue cambiali

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LIVORNO. Il mondo degli strozzini nel mirino della Squadra mobile livornese. Gli investigatori non lasciano intentata alcuna strada per risolvere il giallo del delitto dei Salesiani e in queste ore stanno indagando nelle strette maglie della rete degli usurai attivi in città, proprio in seguito all’input fornito loro dallo stesso indagato per omicidio, Matteo Fioriti, figlio della vittima Fabrizio. Ricordiamo che il giovane, nell’interrogatorio davanti al pm venerdì, si è avvalso della facoltà di non rispondere; però giovedì, da persona informata dei fatti, aveva raccontato ai poliziotti che il padre quel pomeriggio, prima di essere ucciso, gli aveva confidato di avere appuntamento con uno strozzino nel piazzale dei Salesiani. Pare infatti che Fabrizio dovesse vedere un uomo a cui doveva dei soldi per via di alcuni debiti, sembra di gioco. Le indagini proseguono dunque a 360 gradi: se davvero c’erano degli strozzini che ricattavano Fabrizio, allora c’è bisogno di far chiarezza su questo aspetto. Perciò gli agenti della Mobile vogliono capire se l’omicidio sia collegato all’universo non facile dell’usura. Un sistema complesso, composto, come rilevato dagli investigatori, da tanti “pesci” piccoli che sfruttano i loro risparmi per mettere su un giro di prestiti a nero da migliaia di euro.

Un altro chiarimento importante dovrà arrivare dai tabulati del cellulare della vittima. In base a quanto emerso nelle prime ore dell’indagine, sembra che Fabrizio Fioriti, prima di uscire di casa, in via Cherubini, dove viveva con la moglie Ambra e la figlioletta di 5 anni, aveva ricevuto una telefonata al cellulare. I coniugi dovevano uscire per fare la spesa, ma, dopo quella conversazione telefonica, Fabrizio aveva detto alla moglie che doveva assentarsi momentaneamente. Secondo il figlio Matteo, quella telefonata poteva essere dello strozzino che gli chiedeva un appuntamento nel piazzale dei Salesiani di via Fontana. Incontro dopo il quale, sempre secondo Matteo, il babbo doveva incontrarsi con lui alla Snai. La polizia vuole vederci chiaro e quindi ricostruire tutte le chiamate fatte e ricevute quella sera dalla vittima, per capire quali siano state le sue ultime conversazioni e chi siano stati i suoi interlocutori prima di morire. Dopo la tragedia, Matteo s’è sfogato con un amico a cui ha urlato ancora una volta la sua innocenza, descrivendo il profondo affetto che lo legava al padre. «C’è stato un buon rapporto tra noi. Come fanno ad accusarmi di averlo ucciso? Ma come si può anche solo pensare una cosa del genere?».

Dell’arma, un coltello di uso domestico, poco più grande di quelli usati a tavola, il giovane dice di non saper nulla. All’amico, però, il ventiquattrenne avrebbe anche raccontato degli episodi spiacevoli, legati ai soldi. In particolare, gli avrebbe riferito di aver ricevuto in regalo dal padre, in occasione di un viaggio in Messico, una carta di credito non funzionante, e anche di aver firmato a volte delle cambiali per il babbo, a cui avrebbe fatto da garante per alcuni prestiti. «Mi chiamava spesso per chiedere del denaro, a me e anche a mia sorella, si appoggiava a noi, ma non per questo eravamo in lite, anzi. L’affetto trionfava su tutto. Non ti potevi arrabbiare con lui, gli volevo un gran bene». Oggi il giovane vedrà in carcere la sua legale, Anna Francini, e forse già domani ci sarà l’udienza di convalida del fermo davanti al gip.

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di Redazione web