Il Tirreno

Livorno

"Ha ucciso il padre che gli chiedeva soldi"

"Ha ucciso il padre che gli chiedeva soldi"

La procura ha disposto l'arresto del figlio

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LIVORNO. Ventiquattro ore esatte dopo il delitto dei Salesiani, gli inquirenti hanno fermato un sospettato: è Matteo Fioriti, figlio di 24 anni di Fabrizio, il rappresentante di medicinali massacrato a coltellate in via Fontana, davanti all'ingresso del complesso sportivo dei Salesiani. Per lui, ieri sera, si sono aperti i cancelli del carcere delle Sughere.
 Omicidio volontario. Il giovane è stato convocato ieri pomeriggio in questura dove gli sono state mosse le contestazioni da parte degli investigatori: è formalmente indagato dalla Procura della Repubblica per omicidio volontario. Ma, al momento, senza l'aggravante della premeditazione. All'interrogatorio del pubblico ministero Carmen Santoro, Matteo si è avvalso della facoltà di non rispondere, assistito dall'avvocato Anna Francini. Due giorni fa aveva parlato davanti allo stesso pm e al capo della squadra mobile Angela Marvulli, confermando la sua innocenza. Secondo il suo racconto, sarebbe andato dietro ai Salesiani a cercare il padre, con il quale avrebbe dovuto trovarsi alla Snai di viale Carducci. Ma sapeva, il ragazzo, che Fabrizio doveva vedere qualcuno ai Salesiani. «Doveva parlare con uno strozzino», ha detto Matteo alla polizia.
 «Si è contraddetto». «Nelle sue parole ci sono contraddizioni evidenti anche solo dal punto di vista logico», dice invece il procuratore capo Francesco De Leo, che ieri ha spiegato i motivi del fermo di polizia giudiziaria scattato a carico di Matteo Fioriti. Il movente del delitto sarebbe da ricercare nei debiti accumulati dalla vittima. Tutta colpa della passione per il gioco. Lo dicono anche gli amici di Fabrizio: chi frequentava, come lui, il bar di via Cherubini racconta di averlo visto spesso alle macchinette del videopoker. Ma anche le scommesse sulle corse dei cavalli gli costavano soldi. Avrebbe chiesto denaro dappertutto: anche al figlio, che lavorava, sì, ma saltuariamente, alla Baracchina rossa di Ardenza. Prestiti di entità relativa, che al ragazzo non piacevano di certo.
 Il coltello. In termini di prove, sono due le carte da giocare per la Procura. La più importante è il ritrovamento di un coltello sotto un cassonetto, a una manciata di metri dal luogo del delitto. Se le prime ricerche dell'arma del delitto, nell'immediatezza del fatto, avevano dato esito negativo, la prosecuzione dell'attività investigativa ha dato i suoi frutti durante la notte, quando è saltato fuori questo coltello da cucina con la lama ormai curva, traccia di un uso assai violento. Per gli inquirenti è di un'arma compatibile con le ferite riscontrate sul cadavere di Fabrizio Fioriti. Le analisi sul coltello saranno effettuate nei prossimi giorni (oggi la Procura dovrebbe affidare l'incarico, così come quello per l'autopsia), ma la perquisizione effettuata a casa di Matteo avrebbe evidenziato che da un set di coltelli ne manca uno, uno soltanto. Delle dimensioni, peraltro, di quello ritrovato.
 Testimone oculare. Secondo elemento: le parole di un testimone oculare. E' qualcuno che si trovava lì perché accompagnava la figlia alla palestra dei Salesiani. Questo testimone avrebbe udito un tonfo sordo, forse il rumore del corpo dell'uomo che cadeva a terra, e visto un giovane, la cui descrizione corrisponderebbe a Matteo, chino sulla vittima ormai morente. Entrambe le circostanze sono contestate dalla difesa dell'indagato: il coltello, stando a quanto afferma l'avvocato Francini, non sarebbe quello mancante da casa, mentre il fatto che qualcuno avesse visto Matteo non aggiungerebbe niente al suo racconto. Il giovane, infatti, ha detto di aver trovato il padre in fin di vita.
 La rabbia infinita. Ma gli investigatori hanno ritenuto di dover procedere al fermo perché convinti anche da una valutazione di carattere psicologico, che riguarda il rapporto fra padre e figlio. Un rapporto molto forte, intenso, anche in senso positivo. E non è un luogo comune ma un fatto - fa capire il procuratore De Leo - che i grandi affetti, anche i grandi amori, in momenti particolari, nei quali scatta la rabbia, sappiano trasformarsi in un'odio infinito, impossibile da descrivere e perfino da contenere. E grande devono essere stati l'impeto e la rabbia con cui l'assassino ha colpito: quindici coltellate inferte con forza all'addome e al torace, sul lato sinistro del corpo, fino a recidere l'aorta nel suo tratto più vicino al collo. Forse l'omicida ha colpito aprendo la portiera e rimanendo fuori dall'auto di Fabrizio Fioriti, forse invece era seduto sul sedile del passeggero e l'ha stretto in un abbraccio mortale accoltellandolo. «Ho visto mio padre uscire dall'auto che era ferito, vomitava sangue ed è crollato a terra», ha raccontato Matteo quando, ancora non indagato, ha risposto alle domande della polizia e del magistrato. La versione non convince gli inquirenti, che hanno deciso di tenerlo in carcere.

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di Redazione web