Il dolore
DELITTO CHIOMA
Il biondino, killer freddo e bugiardo
Luciano De Majo
«Orul cercava soldi. Credibile il racconto del testimone: non è mai cambiato»
4 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Quella di Andrei Orul è una «personalità algida, ambigua e impenetrabile». Un uomo abituato a mentire, anche sul movente dell'omicidio nel quale ha ucciso la giovane Annalisa Vincentini, il 19 agosto del 2002. Per i giudici del tribunale, che hanno condannato a trent'anni di carcere il «biondino» scovato nella ex Germania Est grazie alla prova del Dna, il giovane ha ammazzato mentre stava cercando soldi. «Era verosimile - hanno scritto i giudici nella sentenza - che vivesse di espedienti» e che «avesse necessità di procurarsi denaro», pensando di riuscire in quest'intento con una rapina.
Poli credibile. E' stata depositata in questi giorni la sentenza emessa dalla Corte d'assise il 12 febbraio scorso, a notte fonda. Nelle 79 pagine firmate dal presidente della Corte Vincenzo Martorano e dal giudice estensore Beatrice Dani, in sostanza si avvalora l'ipotesi dell'accusa e si attribuisce credibilità a quanto riferito dall'unico testimone oculare del delitto, Stefano Poli, l'amico della vittima, che a detta dei giudici è da ritenersi attendibile perché non ha mai cambiato versione nel racconto dei fatti, reso più volte nel corso degli anni.
«Inattaccabile». «Ci vorrà tempo per studiarsi la sentenza - dice l'avvocato Pietro Visalli, legale di parte civile incaricato da Elisabetta Sartoni, la madre della vittima - però sembra di capire che l'impianto accusatorio formulato dal pubblico ministero e condiviso dalle parti civili abbia retto. E' una sentenza che al momento mi sembra inattaccabile». Nei prossimi giorni, forse, arriveranno altri commenti, fra i quali quello dello stesso pubblico ministero Giuseppe Rizzo. Mentre l'avvocato Riccardo Melani, che ha curato la difesa dell'imputato, ha annunciato che in ogni caso presenterà ricorso in appello.
Il confronto. Particolare attenzione è stata prestata dai giudici al confronto che andò in scena in aula fra i due protagonisti del processo nell'udienza del 15 gennaio, a un mese dalla conclusione. Anche in quella occasione, scrivono i giudici, «Poli ha ribadito la sua versione, circostanziandola e rispondendo con coerenza e senza contraddizioni a tutte le domande». Mentre «Orul in sede di confronto si è limitato a dire che Poli diceva menzogne, senza aggiungere particolari».
Di chi era l'arma? Alla fatidica domanda sul possesso della Makarov, la pistola di fabbricazione sovietica che ha ucciso Annalisa, i giudici rispondono che era del «biondino». I soli testimoni che avevano espresso qualche dubbio, su questo, erano Maruska Morelli, la barista di Antignano, e Vincenzo Verdicchio, frequentatore dello stesso bar. In particolare la donna, amica della giovane vittima: Annalisa le avrebbe confidato, tornando da una cena, che Poli aveva una pistola con la quale cacciava i cinghiali di frodo. Ma questa testimonianza è stata ritenuta priva di attendibilità dalla Corte d'assise che ha emesso la sentenza. Secondo i giudici, la descrizione di Maruska Morelli era «stata quantomeno influenzata e suggestionata dalla stampa, sulla quale era già ampiamente apparsa la descrizione dell'arma», ma anche «dal clima che si era creato attorno al delitto di Chioma soprattutto nell'ambiente del suo bar, ove i vari frequentatori e clienti fin dall'inizio propendevano per la colpevolezza del Poli e non credevano all'ipotesi della rapina».
Un killer bugiardo. In uno dei passaggi più significativi della sentenza, i giudici parlano di Andrei Orul come di una persona caratterizzato da una «naturale e quasi spontanea tendenza a mentire, confermata anche dal fatto che neppure ha voluto fornire notizie circa la sua lingua d'origine e sul suo passato in genere». Quest'immagine di ragazzo misterioso privo di storia e di ricordi, insomma, ha finito per ritorcersi contro Orul. Sempre che di Andrei Orul si tratti, visto che nella stessa sentenza si fa riferimento a quando in Germania si presentava come il greco Tarasadian Nalpantian. Più che un uomo senza memoria, hanno concluso i giudici, questo «biondino» si è rivelato come persona assai abituata a non raccontare la verità. E i riferimenti agli episodi prima accennati e a volte smentiti, riguardanti anche la sua infanzia, non mancano. Così, secondo i giudici il «biondino» ha mentito anche quando diceva che nell'agosto del 2002, mentre si trovava in Italia, non aveva problemi economici e passava la notte nella sua auto per scelta personale. In realtà, sostengono i giudici nella sentenza, lui aveva bisogno di soldi e per questo decise di procurarseli facendo una rapina. Una rapina andata a segno, visti i 150 euro che gli ha consegnato Poli, ma poi finita male. Finita in tragedia.
Poli credibile. E' stata depositata in questi giorni la sentenza emessa dalla Corte d'assise il 12 febbraio scorso, a notte fonda. Nelle 79 pagine firmate dal presidente della Corte Vincenzo Martorano e dal giudice estensore Beatrice Dani, in sostanza si avvalora l'ipotesi dell'accusa e si attribuisce credibilità a quanto riferito dall'unico testimone oculare del delitto, Stefano Poli, l'amico della vittima, che a detta dei giudici è da ritenersi attendibile perché non ha mai cambiato versione nel racconto dei fatti, reso più volte nel corso degli anni.
«Inattaccabile». «Ci vorrà tempo per studiarsi la sentenza - dice l'avvocato Pietro Visalli, legale di parte civile incaricato da Elisabetta Sartoni, la madre della vittima - però sembra di capire che l'impianto accusatorio formulato dal pubblico ministero e condiviso dalle parti civili abbia retto. E' una sentenza che al momento mi sembra inattaccabile». Nei prossimi giorni, forse, arriveranno altri commenti, fra i quali quello dello stesso pubblico ministero Giuseppe Rizzo. Mentre l'avvocato Riccardo Melani, che ha curato la difesa dell'imputato, ha annunciato che in ogni caso presenterà ricorso in appello.
Il confronto. Particolare attenzione è stata prestata dai giudici al confronto che andò in scena in aula fra i due protagonisti del processo nell'udienza del 15 gennaio, a un mese dalla conclusione. Anche in quella occasione, scrivono i giudici, «Poli ha ribadito la sua versione, circostanziandola e rispondendo con coerenza e senza contraddizioni a tutte le domande». Mentre «Orul in sede di confronto si è limitato a dire che Poli diceva menzogne, senza aggiungere particolari».
Di chi era l'arma? Alla fatidica domanda sul possesso della Makarov, la pistola di fabbricazione sovietica che ha ucciso Annalisa, i giudici rispondono che era del «biondino». I soli testimoni che avevano espresso qualche dubbio, su questo, erano Maruska Morelli, la barista di Antignano, e Vincenzo Verdicchio, frequentatore dello stesso bar. In particolare la donna, amica della giovane vittima: Annalisa le avrebbe confidato, tornando da una cena, che Poli aveva una pistola con la quale cacciava i cinghiali di frodo. Ma questa testimonianza è stata ritenuta priva di attendibilità dalla Corte d'assise che ha emesso la sentenza. Secondo i giudici, la descrizione di Maruska Morelli era «stata quantomeno influenzata e suggestionata dalla stampa, sulla quale era già ampiamente apparsa la descrizione dell'arma», ma anche «dal clima che si era creato attorno al delitto di Chioma soprattutto nell'ambiente del suo bar, ove i vari frequentatori e clienti fin dall'inizio propendevano per la colpevolezza del Poli e non credevano all'ipotesi della rapina».
Un killer bugiardo. In uno dei passaggi più significativi della sentenza, i giudici parlano di Andrei Orul come di una persona caratterizzato da una «naturale e quasi spontanea tendenza a mentire, confermata anche dal fatto che neppure ha voluto fornire notizie circa la sua lingua d'origine e sul suo passato in genere». Quest'immagine di ragazzo misterioso privo di storia e di ricordi, insomma, ha finito per ritorcersi contro Orul. Sempre che di Andrei Orul si tratti, visto che nella stessa sentenza si fa riferimento a quando in Germania si presentava come il greco Tarasadian Nalpantian. Più che un uomo senza memoria, hanno concluso i giudici, questo «biondino» si è rivelato come persona assai abituata a non raccontare la verità. E i riferimenti agli episodi prima accennati e a volte smentiti, riguardanti anche la sua infanzia, non mancano. Così, secondo i giudici il «biondino» ha mentito anche quando diceva che nell'agosto del 2002, mentre si trovava in Italia, non aveva problemi economici e passava la notte nella sua auto per scelta personale. In realtà, sostengono i giudici nella sentenza, lui aveva bisogno di soldi e per questo decise di procurarseli facendo una rapina. Una rapina andata a segno, visti i 150 euro che gli ha consegnato Poli, ma poi finita male. Finita in tragedia.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
