Gioco
Promosso Allegri, brinda tutta la Toscana
Il globetrotter della regione incanta sulla panchina del Sassuolo e vola in B
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LIVORNO. Si è ripreso la maglia numero 10. Quella del più bravo. Massimiliano Allegri l'aveva lasciata sei anni fa dopo averne indossate di gloriose (come quella a Napoli nel post-Maradona), adesso la riprende grazie all'impresa della promozione in B alla guida del Sassuolo. Perché Allegri è sempre stato un numero 10, nella testa e nei piedi, anche se adesso da allenatore è diventato anche un po' come il "vecchio" 8, quello che si sacrifica, che lotta, che carica gli altri anche quando il mondo sembra caderti addosso. Livornese, 40 anni festeggiati lo scorso agosto in ritiro, un globe-trotter della Toscana come si vede nella tabella a fianco. Domenica sera ha festeggiato la prima, storica, promozione in serie B del Sassuolo al termine di una stagione da favola: 19 vittorie su 33 partite, disintegrate avversarie come Cremonese e Foggia che sembravano di un altro pianeta.
C'è molto di Allegri in questa promozione, sigillata con un gioco da leccarsi i baffi. «Tutto merito dei ragazzi - svicola lui - e di una società solida. Avere la Mapei alle spalle è una garanzia». Già, la Mapei, quella del ciclismo: il signor Mapei si chiama Giorgio Squinzi, ha un impero specializzato nei prodotti per l'edilizia, con 46 stabilimenti nel mondo 1,4 milioni di euro di fatturato.
E pensare che Allegri doveva iniziare la stagione a Lecco, salvo poi far le valigie (divergenze di mercato) per migrare a Sassuolo. Qui ha iniziato alla grande, poi è rimasto 4 mesi a dividersi tra campo di allenamento e tribuna per una squalifica rimediata a causa di un doppio tesseramento nella stagione precedente (a Grosseto e con l'Udinese). Un pasticcio che però non ha rovinato il trionfo.
Scintille Cuoiopelli. La carriera di Allegri inizia a Santa Croce sull'Arno, maglia Cuoiopelli. E subito dimostra di non volere mosche sul naso. «Arrivai che avevo 16 anni, dovevo giocare con gli Allievi e invece finii subito con la rosa della prima squadra. Bello? Macché, con la prima squadra non toccavo campo, ero un bambino. Gli dissi: o mi fate giocare con quelli della mia età, o sennò torno a casa. Il giorno dopo ero già a Livorno. Poi mi richiamarono. Ecco, oggi nel calcio non vedo più quel furore che avevo io da ragazzino, la passione e la gioia di entrare in campo per giocare. Ora vogliono andare tutti in serie A o serie B, cercano il contratto, però in pochi hanno voglia di soffrire. E mi piange il cuore perché è come veder svanire una fetta di quel calcio che io amo di più».
Da Livorno a Pisa. Siamo al 1985, Allegri torna nel Livorno dove resterà per tre anni, con una parentesi a Pisa. «Erano anni di sofferenza, si arrivò addirittura a fare autogestione dentro lo spogliatoio perché la società era in difficoltà». Il flash più bello è datato maggio 1990, serie C2 il Livorno si gioca la salvezza in casa contro la Rondinella, allo stadio arrivano 15.000 persone. «Grande giornata, una battaglia, vincemmo con un gol di Palagi e sembrava di aver portato a casa lo scudetto».
Allegri piace da matti ad Anconetani che se lo porta nel Pisa, in serie A. Ti aspetti la rivoluzione dei tifosi e invece... «invece non successe niente. Un po' perché il Livorno era in C2 mentre il Pisa era in serie A per cui l'offerta era irrifiutabile, e poi perché io non sono mai stato uno di quei giocatori che dopo il gol baciava la maglia o roba del genere. A me quelli che baciano la maglia e dopo tre mesi vanno a giocare da un'altra parte non mi sono mai piaciuti. Se fai il calciatore devi essere un professionista: vai in campo, dai l'anima, sputa sangue, punto e basta. Poi dentro il mio cuore il Livorno c'è sempre, ma questo è un altro discorso».
Dicevamo del Pisa. «Anconetani stravedeva per me, e io di lui conservo un bel ricordo. Avevo 19 anni, il Pisa per riscattarmi doveva tirar fuori 600 milioni di lire, e non li aveva. Qualche tempo dopo rivedo Romeo e mi fa: "caro Allegri, con lei ho sbagliato. Dovevo fare di testa mia, in qualche modo dovevo riscattarla. E invece mi sono fatto consigliare male...". Mi fece piacere quel complimento».
Da Pistoia ad Agliana. Nel 2000 approda alla Pistoiese, ma Allegri ha già 33 anni e i fotogrammi più belli della sua carriera (Cagliari, Napoli e Pescara in serie A) sono già stati vissuti. «È vero, arrivai a Pistoia e mi sentivo vuoto dentro. Non essere stato confermato a Pescara mi aveva lasciato una ferita profonda, pensavo di finire la mia carriera lì e invece...».
Infatti a Pistoia non lascia il segno. Sembra il capolinea, ma non è così. «Avevo in testa l'idea di smettere, ma dopo pochi mesi ritrovai entusiasmo con l'Aglianese. Il presidente, Fabrizio Giusti, era una gran brava persona, vincemmo il campionato passando dall'Interregionale alla C2, e lì il passaggio da giocatore ad allenatore fu quasi naturale, per niente traumatico».
Grosseto e Camilli. Decisamente meno soft il rapporto col presidente Camilli quando sbarca a Grosseto. «Diciamo che abbiamo convissuto tra alti e bassi. Soprattutto la seconda stagione non è stata facile, è mancata un po' di sintonia».
L'etichetta sbagliata. Strana la vita. Da giocatore Allegri era considerato una testa matta, il suo sembrava l'identikit opposto di chi un giorno può diventare allenatore. «Quella è un'etichetta che mi hanno appiccicato sulle spalle a inizio carriera e che mi sono portato dietro per tanti anni. Senza nessuna ragione. Non ho mai tramato o remato contro un allenatore, ma ogni occasione era buona per parlare male di Allegri. Ho preso tante legnate che non meritavo».
Il maestro Galeone. Provi a chiedergli qual'è l'allenatore che più gli piace, ti aspetti un Mancini o un Ancelotti, magari uno Spalletti o un Mazzarri. Neanche per sogno. «Il migliore è Galeone. Sono stato 6 anni con lui, è una delle persone più intelligenti e meno banali che abbia mai conosciuto. Il problema è che nel calcio spesso devi essere bravo ad apparire, e lui invece è uno che magari non si mette la camicia e la giacca firmata. A livello tecnico e tattico lui è il migliore dei tanti allenatori che ho conosciuto».
Ma per Allegri sono i giocatori che si adeguano al modulo o viceversa? «Guarda, per me far adeguare i giocatori al modulo è una bestemmia. Tu fai l'allenatore e sei pagato per far rendere al meglio il materiale che hai, per cui devi essere tu ad adeguarti. Tant'è che nella mia carriera da allenatore ho cambiato tutti i moduli possibili. L'ultimo? Col Sassuolo ho scelto il 4-3-3».
Caro Livorno... Il futuro è una finestra spalancata verso l'aurora. Il contratto col Sassuolo scade il 30 giugno, ma "mister Mapei" è già in pressing a tutto campo per il prolungamento. «Vedremo - sorride Allegri -, adesso per qualche ora mi gusto questa promozione». Ma un sogno nel cassetto dovrà pur esserci... «Beh, allenare un giorno il Livorno sarebbe stupendo. Anche se mi rendo conto che, da livornese, sarebbe tutto più difficile che in qualsiasi altra piazza d'Italia. E allora per ora mi godo la mia casa, il mio mare, i miei amici. A proposito: ma è vero che hanno esonerato Camolese? Quest'anno è dura...».
C'è molto di Allegri in questa promozione, sigillata con un gioco da leccarsi i baffi. «Tutto merito dei ragazzi - svicola lui - e di una società solida. Avere la Mapei alle spalle è una garanzia». Già, la Mapei, quella del ciclismo: il signor Mapei si chiama Giorgio Squinzi, ha un impero specializzato nei prodotti per l'edilizia, con 46 stabilimenti nel mondo 1,4 milioni di euro di fatturato.
E pensare che Allegri doveva iniziare la stagione a Lecco, salvo poi far le valigie (divergenze di mercato) per migrare a Sassuolo. Qui ha iniziato alla grande, poi è rimasto 4 mesi a dividersi tra campo di allenamento e tribuna per una squalifica rimediata a causa di un doppio tesseramento nella stagione precedente (a Grosseto e con l'Udinese). Un pasticcio che però non ha rovinato il trionfo.
Scintille Cuoiopelli. La carriera di Allegri inizia a Santa Croce sull'Arno, maglia Cuoiopelli. E subito dimostra di non volere mosche sul naso. «Arrivai che avevo 16 anni, dovevo giocare con gli Allievi e invece finii subito con la rosa della prima squadra. Bello? Macché, con la prima squadra non toccavo campo, ero un bambino. Gli dissi: o mi fate giocare con quelli della mia età, o sennò torno a casa. Il giorno dopo ero già a Livorno. Poi mi richiamarono. Ecco, oggi nel calcio non vedo più quel furore che avevo io da ragazzino, la passione e la gioia di entrare in campo per giocare. Ora vogliono andare tutti in serie A o serie B, cercano il contratto, però in pochi hanno voglia di soffrire. E mi piange il cuore perché è come veder svanire una fetta di quel calcio che io amo di più».
Da Livorno a Pisa. Siamo al 1985, Allegri torna nel Livorno dove resterà per tre anni, con una parentesi a Pisa. «Erano anni di sofferenza, si arrivò addirittura a fare autogestione dentro lo spogliatoio perché la società era in difficoltà». Il flash più bello è datato maggio 1990, serie C2 il Livorno si gioca la salvezza in casa contro la Rondinella, allo stadio arrivano 15.000 persone. «Grande giornata, una battaglia, vincemmo con un gol di Palagi e sembrava di aver portato a casa lo scudetto».
Allegri piace da matti ad Anconetani che se lo porta nel Pisa, in serie A. Ti aspetti la rivoluzione dei tifosi e invece... «invece non successe niente. Un po' perché il Livorno era in C2 mentre il Pisa era in serie A per cui l'offerta era irrifiutabile, e poi perché io non sono mai stato uno di quei giocatori che dopo il gol baciava la maglia o roba del genere. A me quelli che baciano la maglia e dopo tre mesi vanno a giocare da un'altra parte non mi sono mai piaciuti. Se fai il calciatore devi essere un professionista: vai in campo, dai l'anima, sputa sangue, punto e basta. Poi dentro il mio cuore il Livorno c'è sempre, ma questo è un altro discorso».
Dicevamo del Pisa. «Anconetani stravedeva per me, e io di lui conservo un bel ricordo. Avevo 19 anni, il Pisa per riscattarmi doveva tirar fuori 600 milioni di lire, e non li aveva. Qualche tempo dopo rivedo Romeo e mi fa: "caro Allegri, con lei ho sbagliato. Dovevo fare di testa mia, in qualche modo dovevo riscattarla. E invece mi sono fatto consigliare male...". Mi fece piacere quel complimento».
Da Pistoia ad Agliana. Nel 2000 approda alla Pistoiese, ma Allegri ha già 33 anni e i fotogrammi più belli della sua carriera (Cagliari, Napoli e Pescara in serie A) sono già stati vissuti. «È vero, arrivai a Pistoia e mi sentivo vuoto dentro. Non essere stato confermato a Pescara mi aveva lasciato una ferita profonda, pensavo di finire la mia carriera lì e invece...».
Infatti a Pistoia non lascia il segno. Sembra il capolinea, ma non è così. «Avevo in testa l'idea di smettere, ma dopo pochi mesi ritrovai entusiasmo con l'Aglianese. Il presidente, Fabrizio Giusti, era una gran brava persona, vincemmo il campionato passando dall'Interregionale alla C2, e lì il passaggio da giocatore ad allenatore fu quasi naturale, per niente traumatico».
Grosseto e Camilli. Decisamente meno soft il rapporto col presidente Camilli quando sbarca a Grosseto. «Diciamo che abbiamo convissuto tra alti e bassi. Soprattutto la seconda stagione non è stata facile, è mancata un po' di sintonia».
L'etichetta sbagliata. Strana la vita. Da giocatore Allegri era considerato una testa matta, il suo sembrava l'identikit opposto di chi un giorno può diventare allenatore. «Quella è un'etichetta che mi hanno appiccicato sulle spalle a inizio carriera e che mi sono portato dietro per tanti anni. Senza nessuna ragione. Non ho mai tramato o remato contro un allenatore, ma ogni occasione era buona per parlare male di Allegri. Ho preso tante legnate che non meritavo».
Il maestro Galeone. Provi a chiedergli qual'è l'allenatore che più gli piace, ti aspetti un Mancini o un Ancelotti, magari uno Spalletti o un Mazzarri. Neanche per sogno. «Il migliore è Galeone. Sono stato 6 anni con lui, è una delle persone più intelligenti e meno banali che abbia mai conosciuto. Il problema è che nel calcio spesso devi essere bravo ad apparire, e lui invece è uno che magari non si mette la camicia e la giacca firmata. A livello tecnico e tattico lui è il migliore dei tanti allenatori che ho conosciuto».
Ma per Allegri sono i giocatori che si adeguano al modulo o viceversa? «Guarda, per me far adeguare i giocatori al modulo è una bestemmia. Tu fai l'allenatore e sei pagato per far rendere al meglio il materiale che hai, per cui devi essere tu ad adeguarti. Tant'è che nella mia carriera da allenatore ho cambiato tutti i moduli possibili. L'ultimo? Col Sassuolo ho scelto il 4-3-3».
Caro Livorno... Il futuro è una finestra spalancata verso l'aurora. Il contratto col Sassuolo scade il 30 giugno, ma "mister Mapei" è già in pressing a tutto campo per il prolungamento. «Vedremo - sorride Allegri -, adesso per qualche ora mi gusto questa promozione». Ma un sogno nel cassetto dovrà pur esserci... «Beh, allenare un giorno il Livorno sarebbe stupendo. Anche se mi rendo conto che, da livornese, sarebbe tutto più difficile che in qualsiasi altra piazza d'Italia. E allora per ora mi godo la mia casa, il mio mare, i miei amici. A proposito: ma è vero che hanno esonerato Camolese? Quest'anno è dura...».
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