Il Tirreno

Livorno

Quel fucecchiese al servizio della figlia di Garibaldi

Paolo Santini
Quel fucecchiese al servizio della figlia di Garibaldi

«Fui richiamato in fanteria, poi mi aggregarono alla Marina a Caprera, come attendente di donna Clelia»

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Garibaldi e Fucecchio. C’è una lapide - in corso Matteotti - che ricorda il passaggio dell’eroe in paese. Un omaggio dei fucecchiesi all’uomo che unì l’Italia. Ma al di là di quella lapide in marmo bianco che sta lì da oltre un secolo con la barba del generale in evidenza e l’orgoglio del popolo per quella notte del primo luglio 1867 in cui Garibaldi dimorò a Fucecchio, altri legami (se non l’amicizia col triumviro Giuseppe Montanelli) tra il paese e l’eroe dei due mondi non sono così immediati. Spesso però l’apparenza inganna. E così, andando un po’ più a fondo, si scoprono nei meandri della storia coincidenze inaspettate. Che hanno ancora un nome e un cognome: Marino Caverni. Una data di nascita: il 1914. Due occhi vispi come quelli di un bambino e un libro di storia racchiuso nella mente e nel cuore. Novantaquattro anni ben portati - tanto che si fatica a chiamarlo nonno data la sua giovanilità - fucecchiese autentico della vecchia guardia, di quelli che parlano ancora e bene il bel fucecchiese “antico” per intendersi, Caverni abita in centro, in via XXV aprile. Domani compirà gli anni. Siamo andati a trovarlo e ci ha raccontato la sua storia.

Momenti straordinari di una vita avventurosa, i classici ricordi da raccontare ai nipoti. Ma che in questo caso hanno un respiro ben più ampio. Perché lui ha fatto l’attendente a Clelia Garibaldi, la figlia di Giuseppe. Ha sentito con le sue orecchie gli aneddoti e le storie sull’eroe della spedizione dei Mille, ha avuto il privilegio di portare il cavallo della prima discendente di Garibaldi quando in Italia c’era ancora il re e il ricordo dell’unità - sebbene avvenuta da mezzo secolo circa - si respirava appieno. Caverni è un fiume in piena. Dipana con straordinaria lucidità storie, aneddoti, episodi. «Fui richiamato in servizio militare, destinato al 59esimo reggimento fanteria “Calabria - Tempio Pausania”; dopo un po’ di tempo fui mandato con il reggimento all’isola della Maddalena, e assegnato ai servizi sedentari, aggregato alla Regia Marina». Comincia così la storia di quell’incontro magico e fatale. Era il 1938. La sorpresa per Marino arriverà di lì a poco. «Dopo 70 giorni - continua Caverni - mi mandarono a Caprera, dove rimasi per più di un anno, fino al 1939 inoltrato. Fu uno dei periodi più belli della mia vita, stavo davvero bene. Il comandante della forza militare sull’isola mi chiamò e mi disse: ‘Caverni, ti mando a svolgere un servizio d’onore.

Non tutti hanno questa possibilità e in molti la vorrebbero avere. Comportati bene, andrai a fare servizio da attendente presso la figlia di Giuseppe Garibaldi, Donna Clelia’». Caverni racconta l’emozione e il sussulto di quel momento come se lo avesse vissuto ieri. «Il cavallo per Donna Clelia fu mandato per volontà diretta di Sua Maestà il Re d’Italia, un cavallo bellissimo che montavo per andare in paese a fare la spesa. Mi sentivo un eroe». I tempi però stavano cambiando e si avvicinava la guerra. Tante le cartoline in partenza per la mobilitazione dei militari abili verso le zone d’operazioni. Per Marino ci fu l’intercessione di Donna Clelia presso gli alti comandi militari affinché non fosse trasferito. «Clelia Garibaldi scrisse direttamente al generale di Corpo d’armata comandante della Sardegna - esclama con orgoglio - per farmi rimanere a Caprera con lei. Mi voleva bene, tanto che spesso mi diceva che, se avessi voluto, lei mi avrebbe trovato un buon posto di lavoro, magari un impiego statale. I militari che sono stati qui, diceva, li ho sistemati tutti in ottimi posti. Ma io non me la sentivo di abbandonare i miei fratelli più giovani».

Per Marino prevalse il senso del dovere e il valore vero della famiglia. «Mia mamma era morta da poco - prosegue con un filo di commozione - e io avevo due fratelli, uno del 1923 e l’altro del 1925. Non avrei mai abbandonato il babbo e la mia famiglia, preferivo tornare a lavorare nei campi a casa mia». Caverni narra anche di Donna Clelia e dei suoi racconti. «A Caprera c’è ancora il pino piantato da Garibaldi quando nacque la figlia Clelia, nel 1867, e il figlio Manlio, quando il padre morì, fermò l’orologio sull’ora della morte. L’orologio è sempre lì, fermo, e anche il pino è ancora in vita». Singolare coincidenza: il 1867 è anche l’anno della visita dell’Eroe dei due mondi proprio a Fucecchio e dintorni. Tanti aneddoti fanno la loro comparsa nel racconto di Caverni, come la disperata ricerca della “Muzzolina”, un fantomatico materiale inesistente che faceva impazzire puntualmente, ogni anno, i militari incaricati di fare la spesa a Donna Clelia. «Era il primo aprile, ma io non cascai nel tranello. Mi accorsi quasi subito che era un “chiapparello”, uno scherzo per farmi girare un po’ di negozi e fare figurette».

Dopo 18 mesi arrivò il primo congedo, ma la guerra incombeva e Marino rispose alla nuova chiamata del Regio Esercito Italiano, e questa volta la destinazione era un po’ meno “piacevole”. Fu spedito in alta Italia, in Piemonte e quindi al Forte di Fenestrelle. A questo punto, il racconto si fa più cupo. «Il 17 settembre del 1942 - prosegue Marino - fui mandato in licenza lunga per la raccolta e il trattamento del tabacco. Il giorno dopo per il mio battaglione arrivò l’ordine di partire per il fronte russo. Tornarono in pochi, e io ebbi davvero fortuna ad essere in licenza. Non partii. Fui congedato dal servizio attivo nei primi mesi del 1943 e destinato ancora una volta a servizi sedentari. L’8 settembre del 1943 mi colse a Pistoia e fui svelto a tornare a casa». Ma la sorte per la famiglia di Marino aveva preparato un ultimo, tragico appuntamento. «In tre fratelli come eravamo, il caso ci aveva riportati tutti a casa nel 1944. Il 18 di luglio del 1944 - afferma malinconicamente e con la rabbia ancora accesa nonostante i sessantaquattro anni trascorsi - le artiglierie americane da San Miniato cominciarono un bombardamento anche su Fucecchio.

Mio fratello Duilio, impaurito dalle prime cannonate, uscì fuori dal rifugio, vicino a casa. Fu colpito in pieno da un proiettile, e così finì la vita di un ragazzo di ventuno anni». Sul volto di Marino arriva di nuovo il sorriso però, quando gli torna alla mente Donna Clelia e il bellissimo cavallo concesso dal Re in persona.

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di Redazione web