Gioco
Quella sera che nacque il canto degli italiani
Ecco uno dei due temi vincitori del concorso sull'inno nazionale
AUTUNNO 1847. L'Italia del nord è sotto il dominio austriaco. A Genova in una notte dove la luna splendeva piena nel cielo, e rischiarava tutta la città, alcuni uomini stavano trascorrendo del tempo nel caffè Colosso, luogo di ritrovo delle più fervide menti in circolazione.
Fra questi vi era il filosofo e patriota Giuseppe Mazzini, intento a discorrere con un vasto pubblico di politica.
«Indipendenza, unità e libertà! Sono questi i concetti alla base della Giovine Italia! E per questo vi chiedo di unirmi a me, per creare un vasto movimento insurrezionale e rovesciare così il dominio straniero!». Uno scroscio d'applausi seguì il discorso di Mazzini.
Parla Garibaldi! Solo Giuseppe Garibaldi, appena tornato dall'esperienza sudamericana si discostò dall'unisono di applausi.
«I tempi della rivoluzione sono maturi ora! È inutile aspettare! E vi dirò di più: con 1.000 uomini riuscirei da solo, a farvi ottenere la tanto sospirata libertà!». Si alzano fragorose risate dal pubblico, in parte coperte da coloro che non consideravano l'idea di Garibaldi così tanto ridicola.
Cominciano le discussioni fra chi sosteneva l'una o l'altra parte, e poco ci mancò che il tutto si trasformasse in una rissa generale.
Interviene Mameli. Il caso vuole che fosse lì presente Goffredo Mameli, un giovane poeta di sentimenti liberali e repubblicani che, nell'intento di calmare gli animi, si levò in piedi e iniziò a pronunciare un solenne discorso: «Compagni, o meglio, fratelli, visto che siamo tutti figli della stessa patria, è giunta l'ora di alzarsi in piedi, armarsi e combattere per una vittoria che sempre fu italiana, poiché Dio stesso la donò alla Roma repubblicana, che guidata da Scipione l'Africano, sconfisse Annibale nella celeberrima battaglia di Zama, scongiurando così il pericolo del dominio punico sulla penisola italiana». La folla, ridotta al silenzio, si fece più attenta alle parole dell'oratore, che continuò «Come voi siete ora divisi da un'idea, così l'Italia lo è da secoli, e per questo è oppressa e dominata dallo straniero! È giunta l'ora di unirci tutti sotto un'unica bandiera, quella della libertà!».
Un discorso esaltante. Esaltata dall'incalzante discorso, la folla seguiva in nervosa trepidazione. «L'unione e l'amore ci guideranno alla vittoria. Giuriamo qui, ora tutti insieme, di liberare l'Italia, perché uniti, chi ci può vincere? Ricordate Legnano? Ricordate uomini come Ferrucci o Balilla, il bambino che per primo si ribellò agli austriaci?
Ricordate l'intera città di Palermo che unita, cacciò i francesi dalla Sicilia?».
Il pubblico pendeva oramai dalle labbra di Mameli. Ciascuno si sentiva mosso da un orgoglio tutto italiano, tutti sarebbero stati pronti a partire, anche subito. Ma Mameli non aveva ancora finito. «I mercenari austriaci si piegheranno come giunchi al vento, e quel vento saranno i nostri patrioti! Già la Polonia ha versato il sangue del suo popolo contro l'Austria. Lo stesso deve fare l'Italia, nella speranza che ciò serva per decretare la fine del dominio straniero!». Si riaccesero le discussioni all'interno della folla, ma stavolta sembravano dire all'unisono «Siamo pronti a combattere fino alla morte, è l'Italia che ci chiama!».
Uniti per la libertà. Nel locale le parole di Mameli sembravano riecheggiare ancora, i presenti sembravano aver appianato le divergenze avute fino a poco prima; adesso tutti uniti inneggiavano all'unità, all'indipendenza e alla libertà.
Mameli fu portato in trionfo per tutto il locale, tutti si complimentavano con lui per il grande discorso. Ad un certo punto però l'imprevisto: uno di quelli mancò la presa, e Mameli capitombolò per terra.
Un sogno meraviglioso. Quando riaprì gli occhi era sdraiato accanto al suo letto, e dalla finestra entravano i primi raggi del sole mattutino. Si rese conto che la serata al caffè, Mazzini, Garibaldi e il suo discorso altro non erano se non un sogno. Le immagini si sovrapponevano in maniera confusa, soltanto una cosa ricordava chiaramente: le parole da lui pronunciate davanti alla folla. Parole di un discorso ispirato dal sentimento patriottico italiano, dal coraggio, dal sacrificio e dall'eroismo di un popolo stanco dell'oppressione austriaca, pronto a dare la propria vita per l'unità, la libertà e l'indipendenza tanto desiderata. Ricordava anche l'entusiasmo che aveva unito le persone dopo il suo discorso e, ispirato dallo stesso sentimento, scrisse ciò che la mente gli aveva suggerito. Finito di scrivere si rese conto di avere in mano una poesia, una poesia che avrebbe unito tutti gli italiani sotto un unico canto. Il maestro Novaro. Ma un canto non può essere definito tale se non è accompagnato da una melodia, che fu affidata al maestro Michele Novaro. Novaro concepì la musica ispirato dalle immagini suggeritogli dalla poesia. Immaginò una vasta pianura dove il popolo italiano era chiamato a raccolta. Poi, una figura che si alza, uno squillo di tromba, un rullo di tamburi che richiamano l'attenzione generale. La figura comincia a parlare pronunciando un discorso carico di sentimento. La folla che lo ripete fra sé e sé, sempre più convinta, e infine in un'esplosione di entusiasmo.
Il canto deggli italiani. Nacque così il «Canto degli italiani», simbolo dell'Italia unita, nella libertà e nell'uguaglianza, che divenne, a seguito del vasto successo presso il popolo, l'inno nazionale. Oggi, nelle occasioni importanti, viene eseguita solo la prima parte dell'inno seguita dal ritornello, ma basta questa prima parte, senza scordare il resto della poesia, per unire tutti gli italiani nel sentimento di orgoglio nazionale, e per far passare in secondo piano ogni divergenza sul piano culturale, ideale e sociale.
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