Il Tirreno

Livorno

Il mio bimbo di carta

Maria Antonietta Schiavina
Il mio bimbo di carta

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Chi ha paura delle parolacce se ne faccia una ragione, perché il Vernacoliere senza quelle non avrebbe la stessa impronta. Cercare di togliere dalle sue pagine “topa”, “culo”, “‘na sega” ecompany sarebbe, infatti, come levare a un calciatore i pallone o,per restare in tema vernacolare, ai livornesi il tanto amato “dé!”. Questo perché il più vivace e longevo dei giornali satirici italiani - un quarto di secolo di successi e lettori in tutto il mondo - per colpire nel segno oltre alla vignetta usa il linguaggio. Ma non un linguaggio qualunque, bensì lo slang labronico, condito con sale, pepe e, quando serve, un pizzico di peperoncino. Lo chef di questa cucina “infiammata” È Mario Cardinali, un Livornese oggi settantenne, che si Diverte ancora un mondo a prendere in giro, pardon, per il culo, politici e potenti, lanciando con il sorriso frecce acuminate che vanno a conficcarsi un po’ ovunque.

Entusiasmo da adolescente, parlata a raffica che non lascia molto spazio all’interlocutore, occhi furbetti, altezza 1 e 65, “con i capelli ritti”, come lui Stesso ama dichiarare ironizzando sui suoi scarsi centimetri, sostenendo però, con un pizzico di innocente vanità, di essere più alto della sua vittima preferita, Silvio Berlusconi. Dopo 25 anni trascorsi nei locali di Piazza Grande dal 1961 al 1985, Cardinali ha attualmente il suo regno, la redazione cioè del Vernacoliere, in un luminoso appartamento di Scali del Corso, al primo piano di un settecentesco palazzo della vecchia Venezia - il caratteristico rione percorso dai fossi medicei - con i muri tappezzati di locandine che raccontano, satireggiando, frammenti importanti della storia d’Italia. A lui va il merito - che gli riconoscono anche i benpensanti e gli intellettuali - di avere avuto la cosiddetta “idea vincente”, sopravvissuta nel tempo, al contrario di altri che hanno dato vita a giornali satirici più raffinati, destinati però a vivere poche stagioni.

E il diritto di godere oggi dei benefici di una “creatura” che campa splendidamente del solo apporto economico proveniente dai lettori, snobbando tutte le tentazioni della pubblicità. Un “bambino di carta”, Il Vernacoliere, a cui Cardinali, fin dal momento del primo vagito, ha fatto da tutor in tutti i sensi: spazzando al bisogno, come lui stesso afferma, anche i locali della redazione. Oggi però, poiché “gli frizza il culo”, il patron della satira labronica fa spazzare parecchio anche il fratello Umberto e il figlio di lui Valter, ai quali ha delegato un bel po’ di faticaccia redazionale ed organizzativa imbarcandoli sulla “Mario Cardinali Editore srl”, di cui il giovane Valter, più aggiornato dello zio per evidenti ragioni di età, è divenuto l’insostituibile colonna tecnica. Ma sia chiaro che a decidere è ancora e sempre lui, il Cardinali Mario, genitore unico e irripetibile.

Consapevole del fatto che, anche se si guarda bene dal pronunciare la fatidica frase del re di Francia Luigi XV: “Dopo di me il diluvio!”, la sua eredità non potrà essere portata avanti con lo stesso carisma e la stessa forza. Un carisma e una forza che il Tirreno hanno voluto riconoscergli, festeggiando il 25º anno di vita del mensile livornese con alcune delle sue più famose locandine e delle più esilaranti copertine, unite a una lunga intervista, pubblicata a puntate due volte alla settimana, il lunedì e il giovedì, che traccerà i momenti più importanti del percorso del Vernacoliere e del suo ideatore, cervellaccio fantasioso e spirito libero, che “a mandà’n culo anche gli intoccabili ‘un ci mette né due né tre”. Venticinque anni di successi, prima a Livorno e provincia e poi anche oltre frontiera. Quale il bilancio di queste riuscitissime nozze d’argento? «Un bilancio di grande soddisfazione, anche se il Vernacoliere, a dire il vero, ha ben più di 25anni.

E’infatti la prosecuzione del settimanale di controinformazione “Livorno Cronaca” nato nel 1961, poi divenuto nel 1973 il mensile “Livorno cronaca con Vernacoliere” la cui satira politica e di costume si è infine e voluta nel filone giornalistico satirico- vernacolare iniziato nel 1982 e giunto con successivi sviluppi al Vernacoliere d’oggi, caratterizzato dalle locandine vernacolari divenute anch’esse, negli anni, un vero e proprio fenomeno dell’editoria giornalistica. E oggi, dopo 25 anni a far data da quel 1982, valendosi di collaboratori eccellenti, il Vernacoliere è rimasto l’unico periodico satirico italiano a grande tiratura, con 42mil a copie medie a numero e una punta di quasi 80mila copie nel 1992, ai tempi di Mani pulite - diffuse nelle edicole di sette regioni e con migliaia d’abbonati in tutto il mondo. Lei è dunque l’editore e il direttore di uno dei giornali satirici più gettonati. Ma è vero che avrebbe dovuto diventare un chimico? «Verissimo, anche se sono sempre stato portato per la scrittura: a dieci anni scrissi il mio primo libro, pubblicato a puntate sul periodico del Cantiere navale, dove mio padre lavorava.

Poi però, dopo la maturità classica, incerto fra Scienze Politiche (volevo fare il sindacalista) e Chimica (avevo avuto una zia laureata in quella materia, che m’incuriosiva), scelsi la facoltà scientifica, ma dopo qualche mese cambiai idea: mi resi conto che non avrei potuto trascorrere la vita fra le provette. Passai dunque a Scienze politiche, scarsamente frequentata, per fare lo studente-lavoratore: con tre figli, due maschi e una femmina, mamma e babbo dovevano fare i salti mortali per far quadrare il bilancio e, a quei tempi, parlo degli anni Cinquanta, studiare era un lusso. Alternavo così lo studio con la produzione di contratti pubblicitari per i giornali, finché con l’avvocato Arrigo Melani, che mi fece da mecenate fondai, nel 1961, il settimanale di colore locale “Livorno cronaca”, poi divenuto,nel 1982, un periodico di controinformazione libertaria, in cui riversai tutta la mia passione civile di uomo di sinistra, in assoluta libertà da qualunque movimento e da partiti.

Subii ovviamente denunce e processi (il più “politico”, nel 1965, per una foto e un articolo contro la guerra), fino ad arrivare ai processi al Vernacoliere attuale, primo dei quali quello per la parola “Topa” apparsa per la prima volta su una nostra locandina nel 1983.

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