Italia
Moby, consulente aggreditodubbi sull'attendibilità
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Il traghetto Moby Prince in fiammeHa riferito alla polizia che doveva incontrarsi con l’avvocato Palermo
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LIVORNO. Si tinge di giallo l’aggressione che sarebbe avvenuta nella notte tra venerdì e sabato a Bocca d’Arno, vittima un livornese di 39 anni. Agli agenti della questura di Pisa l’uomo ha detto molte cose: anche di essere consulente tecnico nell’inchiesta riaperta dalla Procura sulla tragedia del traghetto Moby Prince. Dichiarazioni messe a verbale, sulla cui attendibilità però la polizia pisana ha più di un dubbio.
F.P., 39 anni, ex paracadutista, ha detto di essere stato aggredito e ferito da quattro persone con il volto coperto da passamontagna, che lo avrebbero costretto prima a ingerire sostanze stupefacenti e poi a salire sulla sua auto, alla quale poi avrebbero dato fuoco. Ha spiegato di essersi ripreso in tempo dal torpore e di essere fuggito prima che la vettura bruciasse. La polizia lo ha avvistato a un chilometro dal luogo dell’aggressione e portato in questura. Qui il livornese ha raccontato di essere un consulente tecnico che si occupa dell’inchiesta sul Moby Prince. Ha detto che si trovava a Boccadarno per incontrare un informatore che lo avrebbe dovuto mettere al corrente su notizie relative all’inchiesta. Ha aggiunto che il giorno dopo, cioè venerdì, avrebbe dovuto incontrare l’avvocato Carlo Palermo - l’ex magistrato che ha ottenuto la riapertura dell’inchiesta - in una stanza d’albergo a Pisa. Palermo assiste i figli del comandante del traghetto, Carlo e Luchino Chessa, e Maurizio Giardini, padre di una delle vittime. I documenti che avrebbe dovuto portargli, però, sono spariti dall’auto.
In questura non è stata data particolare importanza alle sue dichiarazioni. La testimonianza non sarebbe stata del tutto convincente, tanto che si è dovuta più volte interrompere la stesura del verbale. Di certo ci sono i sette giorni di prognosi dati all’uomo all’ospedale Santa Chiara e l’auto, bruciata. Le dichiarazioni di F.P. stamani saranno portate all’attenzione della magistratura.
F.P., 39 anni, ex paracadutista, ha detto di essere stato aggredito e ferito da quattro persone con il volto coperto da passamontagna, che lo avrebbero costretto prima a ingerire sostanze stupefacenti e poi a salire sulla sua auto, alla quale poi avrebbero dato fuoco. Ha spiegato di essersi ripreso in tempo dal torpore e di essere fuggito prima che la vettura bruciasse. La polizia lo ha avvistato a un chilometro dal luogo dell’aggressione e portato in questura. Qui il livornese ha raccontato di essere un consulente tecnico che si occupa dell’inchiesta sul Moby Prince. Ha detto che si trovava a Boccadarno per incontrare un informatore che lo avrebbe dovuto mettere al corrente su notizie relative all’inchiesta. Ha aggiunto che il giorno dopo, cioè venerdì, avrebbe dovuto incontrare l’avvocato Carlo Palermo - l’ex magistrato che ha ottenuto la riapertura dell’inchiesta - in una stanza d’albergo a Pisa. Palermo assiste i figli del comandante del traghetto, Carlo e Luchino Chessa, e Maurizio Giardini, padre di una delle vittime. I documenti che avrebbe dovuto portargli, però, sono spariti dall’auto.
In questura non è stata data particolare importanza alle sue dichiarazioni. La testimonianza non sarebbe stata del tutto convincente, tanto che si è dovuta più volte interrompere la stesura del verbale. Di certo ci sono i sette giorni di prognosi dati all’uomo all’ospedale Santa Chiara e l’auto, bruciata. Le dichiarazioni di F.P. stamani saranno portate all’attenzione della magistratura.
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