Il Tirreno

Livorno

La Chiesa secondo me? Coraggio e speranza

Mauro Zucchelli
La Chiesa secondo me? Coraggio e speranza

Intervista a mons. Giusti: cercherò di insegnare a gustare la vita nell'amore

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Lei è un prete pisano che viene a Livorno a fare il vescovo: il Papa ha deciso di sfidare secoli del campanilismo più inossidabile del Paese?
 «Il Papa crede nella grande lezione di ecumenismo che mons. Ablondi ha dato a Livorno, occorre essere accoglienti verso tutti e pertanto considera ormai superato il campanilismo».

 Lei ha in tasca la laurea di architetto e ha progettato molte chiese e cappelle: come si costruisce una Chiesa con la C maiuscola (nel senso di comunità di persone) e come invece una chiesa con la c minuscola (nel senso di edificio sacro)?
 «Una chiesa con la C maiuscola deve essere un luogo bello che aiuta a pregare. L'edificio chiesa altro non è che il luogo ove si raduna il popolo di Dio per celebrare l'Eucarestia. Se non vi si celebra bene l'architetto ha sbagliato il progetto».

 Quale identikit di città pensa di trovare?
 «Una città laboriosa e franca, ricca di cuore e cosmopolita con una grande devozione alla Madonna di Montenero».

 Cosa conosce di Livorno? E' mai stato nella nostra diocesi per incontri o iniziative pastorali o per le sue responsabilità di livello regionale nella Chiesa toscana?
 «Sono stato invitato più volte a parlare ai catechisti della diocesi di Livorno ed ho incontrato tante realtà vive e forti».

 Ha già avuto contatti con la Chiesa livornese dopo la nomina?
 «Oggi pomeriggio (ieri per chi legge, ndr) incontrerò una delegazione di sacerdoti guidata dal vicario».

 Livorno è anche una realtà a forte impronta laica: come pensa di presentarsi alla città che sta fuori dalla parrocchia e anzi guarda magari con una certa diffidenza a preti e messe?
 «La Chiesa ha una grande tradizione in campo educativo e caritativo, sono due emergenze del paese: l'educazione delle nuove generazioni e i poveri. Sono sicuro che nella franchezza e nel rispetto dei rispettivi ruoli potremo fare molto insieme».

 Di cosa ha bisogno, a suo giudizio, la comunità ecclesiale per crescere?
 «Di una forte vita spirituale e di una grande carità fraterna: "che siate una cosa sola perché il mondo creda".

 Livorno ha alle spalle una tradizione multiculturale: nel lontano passato il porto mediterraneo delle cento religioni riassunte nella chiesa della Madonna dove ogni comunità nazionale aveva un suo altare, più di recente l'impegno di Ablondi nel dialogo fra le fedi diverse. Ha senso guardare a questa eredità, a questa memoria o è un modo per impedirsi di guardare al futuro?
 «Certamente, ho molto da imparare da chi mi ha preceduto».

 Lei inizia questo cammino. C'è un gesto simbolico attraverso il quale pensa di far "parlare" il suo modo di essere? C'è un problema in particolare che le sta a cuore e dal quale conta di partire?
 «Dai giovani e dalle famiglie. La vita è troppo bella per essere bruciata dalla droga, dall'alcool o dalla incapacità a saper amare. Quanta sofferenza ho incontrato in persone che si volevano veramente bene ma non sapevano amarsi. Vorrò cercare di insegnare a gustarsi la vita sapendo amare, avendo l'amore nel cuore ovvero tenendosi stretti al buon Dio».

 E quale ruolo può avere la Chiesa nel suo complesso di fronte ai problemi della città?
 «Essere colei che sa dare speranza, coraggio. I problemi sono tanti ma non dobbiamo lasciarci schiacciare da essi. Insieme, insieme come è sempre stato fatto nei secoli precedenti, possiamo affrontarli e superarli».

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