Gioco
Ora lasciate fare a noi rampolli
Mario Lancisi
Hanno studiato alla Bocconi, sognano una città più aperta
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C’è chi sogna come la giovane Valentina Checchi, 28 anni, uno spot in Tv per poter dire: «Siamo grandi, siamo finalmente arrivati». Chi invece lavora al riparo dalla celebrità mediatica per spedizioni nello spazio, missione Luna e Marte, come Davide Zolesi. Chi fa consulenza e ricerca finanziamenti per le imprese, come Francesca Marcucci, figlia dell’ex presidente dell’Autorità portuale. Ci sono i figli delle grandi famiglie, come Silvio Fremura. Chi come Filippo Palumbo spedisce commesse in giro per il mondo e prende di mira i giovani bamboccioni. Storie molto diverse tra loro, ma unite dal filo di una nuova generazione che sogna una Livorno più aperta al mondo. Giovani rampolli laureati alla Bocconi e svezzati nei quartieri labronici. Conoscono bene i bilanci dell’azienda, ma hanno anche un’idea della loro città, e di chi la governa.
D’altra parte il futuro di Livorno dipende sì dalla capacità di progettare e fare di chi comanda in questa città, ma soprattutto dalle nuove generazioni, dai figli dei potenti, da chi ha oggi trent’anni e annusa il timone del potere. E si specchia nell’ambizione di «saremo famosi». Ma saranno davvero famosi? Massimo Paoli, docente di economia all’università di Perugia, non vede granché rosa: «Al contrario dei padri e dei nonni i giovani eredi sono di fatto degli sconosciuti in termini pubblici: è naturale riservatezza o non si sentono all’altezza?», si chiede. L’impressione che scaturisce dalla nostra inchiesta, di cui le sei storie sono solo un esempio parziale, appare più complessa. Si possono infatti distinguere almeno tre tipi di eredi.
Ci sono innanzitutto i figli delle grandi famiglie, i Fremura, i Neri, i D’Alesio, per intenderci, che seguono un canovaccio aziendale già scritto, ormai consolidato. Non sembrano avere grande autonomia e forse neppure la statura per rovesciare il corso spesso secolare della famiglia. Poi ci sono le imprese sbocciate dopo la guerra, di storia più recente, ma anche di fatturati non proprio da grandi cifre. Qui la sfida dei figli - i Palumbo, i Frangerini, le sorelle Checchi - appare quella di riuscire a consolidare l’azienda, in una situazione mondiale in cui la concorrenza sui mercati è agguerrita. Non basterà loro seguire il solco tracciato dai padri, ma sicuramente dovranno individuare nuove possibilità, essere innovativi e dinamici.
E’ la generazione di chi riceve dai padri un’eredità non scontata per il futuro. Infine ci sono i rampolli che azzardano nuove strade o che puntano ad aziende fortemente innovative per la tradizione livornese. Ci sono donne che avanzano (una, Francesca Marcucci, è vicepresidente regionale dei giovani industriali). Le nuove generazioni rispetto ai padri (e nonni) sembrano dotati forse di minore talento imprenditoriale, ma hanno forse più consapevolezza manageriale. E coltivano idee precise sulla città. Forse non basta per aspirare a essere classe dirigente, ma è già un buon segno.
D’altra parte il futuro di Livorno dipende sì dalla capacità di progettare e fare di chi comanda in questa città, ma soprattutto dalle nuove generazioni, dai figli dei potenti, da chi ha oggi trent’anni e annusa il timone del potere. E si specchia nell’ambizione di «saremo famosi». Ma saranno davvero famosi? Massimo Paoli, docente di economia all’università di Perugia, non vede granché rosa: «Al contrario dei padri e dei nonni i giovani eredi sono di fatto degli sconosciuti in termini pubblici: è naturale riservatezza o non si sentono all’altezza?», si chiede. L’impressione che scaturisce dalla nostra inchiesta, di cui le sei storie sono solo un esempio parziale, appare più complessa. Si possono infatti distinguere almeno tre tipi di eredi.
Ci sono innanzitutto i figli delle grandi famiglie, i Fremura, i Neri, i D’Alesio, per intenderci, che seguono un canovaccio aziendale già scritto, ormai consolidato. Non sembrano avere grande autonomia e forse neppure la statura per rovesciare il corso spesso secolare della famiglia. Poi ci sono le imprese sbocciate dopo la guerra, di storia più recente, ma anche di fatturati non proprio da grandi cifre. Qui la sfida dei figli - i Palumbo, i Frangerini, le sorelle Checchi - appare quella di riuscire a consolidare l’azienda, in una situazione mondiale in cui la concorrenza sui mercati è agguerrita. Non basterà loro seguire il solco tracciato dai padri, ma sicuramente dovranno individuare nuove possibilità, essere innovativi e dinamici.
E’ la generazione di chi riceve dai padri un’eredità non scontata per il futuro. Infine ci sono i rampolli che azzardano nuove strade o che puntano ad aziende fortemente innovative per la tradizione livornese. Ci sono donne che avanzano (una, Francesca Marcucci, è vicepresidente regionale dei giovani industriali). Le nuove generazioni rispetto ai padri (e nonni) sembrano dotati forse di minore talento imprenditoriale, ma hanno forse più consapevolezza manageriale. E coltivano idee precise sulla città. Forse non basta per aspirare a essere classe dirigente, ma è già un buon segno.
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