Il Tirreno

Livorno

Quattro fermi per i genitori

Luciano De Majo
Il trasporto dei feretri
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Il trasporto dei feretri

Un tragico incidente ma il magistrato accusa: "Gravissime negligenze"

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LIVORNO. A notte fonda, al piano terra degli uffici della questura di Livorno c’era ancora la luce accesa. Il sostituto procuratore Antonio Giaconi, insieme ai vertici della polizia, dal questore Vincenzo Roca al dirigente dell’anticrimine Paolo Rossi, stava scrivendo il provvedimento di fermo a carico dei genitori dei quattro bambini rumeni morti nel rogo che ha distrutto un accampamento di rom all’estrema periferia nord della città, nella zona di Pian di Rota. Le ipotesi di reato sono quelle di incendio colposo e abbandono di minori seguito da morte. Sono stati trasferiti nel carcere delle Sughere.

Eva, la più grande, 12 anni, era sordomuta come Mengi, il fratellino di 4. Eppure ha voluto proteggerlo fino all’ultimo, cercando di fargli scudo con il suo corpo, prima che le fiamme divorassero quell’ammasso di legno e lamiere del quale non è rimasto praticamente niente. Anche Danci, il terzo fratello della famiglia Clopotar, 8 anni, ha trovato la morte in quel rogo. Forse stavano dormendo, tutti insieme, e quando le fiamme li hanno svegliati non hanno trovato scampo. La quarta vittima, invece, è una bambina di 6 anni, di nome Tutsa.

L’apocalisse.
L’incendio è scoppiato improvvisamente alla mezzanotte di venerdì. E’ divampato nel giro di pochi minuti ed è stato devastante. Si è mangiato tutto quello che c’era alle spalle di un pilone che sostiene il viadotto che scavalca la Variante Aurelia, a pochi chilometri dall’ingresso della città. Qualcuno ha chiamato i vigili del fuoco perché ha visto le fiamme arrivare al livello della carreggiata. I pompieri sono arrivati credendo di avere a che fare con un incendio di sterpaglie, ma non appena hanno spento il fuoco e hanno visto i resti delle baracche si sono resi conto di ciò che era accaduto. I corpicini erano ammassati contro il pilone del viadotto. Impossibile distinguere anche il sesso, operazione resa possibile soltanto dalle testimonianze della mattina dopo.

Il pellegrinaggio.
Da quel momento, è cominciato un andirivieni che si è protratto fino al tardo pomeriggio di ieri, quando il sostituto procuratore che conduce l’indagine ha effettuato l’ultimo sopralluogo. Le salme dei quattro bambini sono state rimosse ieri mattina, da parte della pubblica assistenza, dopo che i medici legali Luigi Papi e Alessandro Bassi Luciani avevano effettuato i loro rilievi. Non ancora le autopsie, che sono state programmate per domani e che dovranno rispondere a una serie di quesiti che prendono in esame anche la situazione tossicologica che si era creata nella zona del disastro.

I familiari.
I genitori sono stati rintracciati dalla polizia nel cuore della notte, nei pressi della stazione. Uno di essi ha ammesso la paternità di una bambina solo nel corso della giornata, dopo aver negato per ore. Avevano incrociato i vigili del fuoco e si erano allontanati dal luogo della tragedia, forse già convinti che ormai non ci fosse niente da fare per salvare i loro figli. A quel punto, la polizia ha portato in questura quattordici persone, cominciando a interrogarle. La versione dei parenti era chiara: «Ci hanno assalito, qualcuno ha dato fuoco al nostro villaggio».

L’indagine.
Ma fin dalla tarda mattinata di ieri il magistrato che conduce l’indagine ha definito «piena di contraddizione» l’ipotesi dell’aggressione, propendendo invece per quella dell’incidente pur senza rifiutare alcuna pista a priori. Uno scenario non meno pesante, dal punto di vista giudiziario, perché prefigura «una serie di gravissime negligenze», sempre per dirla con il pm Giaconi, proprio a carico dei genitori. Anche perché una possibile ricostruzione della terribile nottata potrebbe far pensare al fatto che, al momento dell’incendio, i genitori non fossero presenti all’interno della baracca, per poi tornare quando ormai le fiamme si erano impossessate della fragile costruzione. In quel frangente, la fuga potrebbe essere stata dettata, più ancora che dal desiderio di lasciare la città senza farvi più ritorno, dalla fondata paura di incorrere nei provvedimenti della giustizia, che poi puntualmente sono scattati alla fine della lunga, lunghissima giornata di ieri.

Il nuovo sopralluogo.
Tutto il giorno se n’è andato fra interrogatori, colloqui e verifiche di vario genere. Nel pomeriggio, il pm e la polizia sono tornati in Pian di Rota. Alla luce del giorno, dopo le terribili ore della notte, non è cambiato poi così tanto. I poveri resti di alcune biciclette, dei carrelli di qualche supermercato, delle reti da letto sulle quali avevano cercato riposo i poveri bambini morti nell’incendio, erano sempre lì, così come gli indumenti dei piccoli, stesi ad asciugare su un cespuglio da chissà quanto tempo. Quel ritorno sul posto della sciagura, però, ha fugato gli ultimi dubbi agli inquirenti. E il sostituto procuratore ha confermato che l’indagine stava prendendo una piega ben precisa. La pista maggiormente accreditata, insomma, era quella dell’incidente. Incidente, sì, ma non fatalità. Incidente perché nessuno ha appiccato volontariamente il fuoco alla baracca (anzi, alle baracche, perché secondo quando hanno riferito i testimoni in quella zona ce n’erano almeno cinque o sei), ma anche una buona dose di incuria e di negligenza. Sono queste le responsabilità maggiori che la Procura ha ritenuto di individuare a carico dei genitori. Gli inquirenti avrebbero anche accertato l’origine dell’incendio, che sarebbe scaturito dall’interno di quelle povere costruzioni.

Il fermo. Il provvedimento di fermo, cui gli investigatori stavano pensando da tempo, è scattato nella notte. E ha trovato motivi di conferma nel fatto che i familiari dei bambini morti avrebbero rifiutato la sistemazione che il Comune di Livorno aveva offerto loro. Sarebbe stato un modo per dimostrare la concreta solidarietà della città e, allo stesso tempo, anche per tenerne sotto controllo le mosse e evitare eventuali tentativi di fuga. Il magistrato ha motivato il fermo ipotizzando il reato di incendio doloso, di abbandono di minori fra cui due incapaci (Eva e Mengi, i due bambini sordomuti) seguito da morte. Una situazione che potrebbe farsi pesantissima, per i genitori, che adesso, se l’indagine non prenderà altre direzioni, rischiano una condanna fino a otto anni.

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