Gioco
Oltre la pietà riscriviamo le regole
Chi è che più ha da temere, tra un bambino Rom e uno di noi, uno dei tanti che sentono di aver paura, se non di quel bambino, del mondo, degli accampamenti, dalle baracche da cui viene? Non c’è notizia che riguardi i Rom - gli zingari in generale - che non provochi reazioni sopra le righe, che non smuova l’irrazionale, i pregiudizi, e appunto le paure. Se una Rom si avvicina a un bambino scatta l’allarme, come la settimana scorsa in Sicilia, con l’arresto immediato salvo poi doversi scusare dell’errore. Se un Rom investe qualcuno, scatta una reazione violenta, come settimane fa, quando in Puglia ciò provocò l’incendio di un intero campo da parte dei residenti locali che già ne sopportavano malissimo la presenza.
Che fare, che pensare, oggi, di fronte a questi quattro bambini Rom bruciati vivi in una baracca alla periferia di Livorno? Ci sarà una «reazione sopra le righe»? Un forte contraccolpo emotivo capace di farci andar oltre la ovvia e umana, troppo umana pietà di un giorno? Ad esempio, una reazione di cuore e di cervello, capace di far comprendere che chi è costretto a vivere negli avanzi di città e anche di periferia, in ripari indegni, ed è costretto a riscaldarsi, cucinare, illuminarsi usando mezzi di fortuna, candele, fornelli, stufe ad alto rischio, può capitare che bruci vivo.
Una reazione, ancora, capace di produrre la consapevolezza che, con i nomadi presenti nel nostro paese (e in Europa), bisognerebbe cominciare un confronto serio, fondato su un reciproco rispetto e in cui, sulla base di regole condivise, si possano attrezzare percorsi di convivenza e, per chi intende restare fedele alla propria tradizione nomade, una rete di strutture decenti, in cui non si corra il rischio di bruciare vivi o di ammalarsi o di vivere nel degrado dell’ambiente che ti scivola addosso.
E’, questa, fondata su patti chiari, regole accettate, prospettive nuove di convivenza su basi diverse e reciproche di rispetto, la sola maniera per andare oltre la paura e oltre l’oscurità di reazioni e sentimenti attuali. Una paura che, certo, è «nostra», ma che è anche «loro», se il mondo è quello che è, rischioso, ingrato, conflittuale, per tutti.
Non è ancora chiarissima la dinamica della strage di Livorno. Di sicuro c’entrano la dislocazione e la condizione del riparo dei bambini e della loro famiglia, una baracca sotto un cavalcavia, con mobilio e attrezzature di base molto sui generis, molto a rischio per l’appunto. Non sappiamo neanche bene quali possano essere le responsabilità degli adulti. Sono aspetti che saranno chiariti dall’indagine della magistratura, ma che comunque non mutano il quadro di fondo. Ed è su quello che bisognerebbe, finalmente, intervenire con razionalità e lungimiranza.
Se la tragedia di Livorno, lo strazio infinito che proviamo di fronte ai corpi inceneriti di questi bambini, ancora una volta non produrranno che parole di circostanza, lacrime se non di coccodrillo certo fini a se stesse, quei bambini saranno morti invano e anche il nostro dolore, tutta la nostra emozione impietosita di adesso saranno senza valore.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google