Gioco
La madre dell’aggredito racconta
Gabriele Dini
Li hanno rilasciati perché non avevano le prove? Ma sono loro che devono trovarle Mi verrebbe voglia di andare via dall’Italia
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LIVORNO. «Mio figlio è stato aggredito e picchiato selvaggiamente. Non è possibile ridurre tutto a una scazzottata tra ragazzi, minimizzare è sbagliato e così si distorce la verità». Carla Calamassi, insegnante al liceo Cecioni, madre di uno dei due ragazzi picchiati venerdì in piazza Dante - quello all’ospedale con una gamba rotta - è sconvolta per il pestaggio del figlio e contrariata per l’atteggiamento della Questura. Carla Calamassi, ogni tanto, si lascia andare allo sconforto: «Che messaggio si dà all’esterno? Cosa insegnerò ai miei ragazzi? Quale idea di giustizia? L’impunità?». Ma è lucidissima nel suo sfogo.
Prima il pestaggio dei ragazzi, poi l’assedio alla Questura: fatti che fanno riflettere...
«I ragazzi devono capire che non ci si può fare giustizia da soli. E questo può essere insegnato loro soltanto individuando i colpevoli e punendoli per ciò che hanno fatto. Questo è il compito dello Stato. Altrimenti rischiamo di trovarci ancora davanti a episodi come quello accaduto l’altra sera di fronte alla Questura. Il diritto deve valere per tutti. Tutti devono capire che la giustizia “fai da te” non deve esistere. Né da un lato, né dall’altro. Altrimenti come possiamo insegnare il rispetto ai nostri ragazzi? Le istituzioni in questo ci devono aiutare. Facendo in modo che non si diffonda l’impressione che esistano leggi diverse per gli italiani e per gli stranieri».
Qualcuno pensa che la reazione degli amici di suo figlio sia stata spropositata.
«La verità è che la gente è esasperata ed impaurita. Lo dimostra quell’assembramento davanti alla Questura. I ragazzi erano spaventati per ciò che è successo, la loro è stata una manifestazione spontanea, un grido simile a quello che sta lanciando l’intera società. La popolazione non si sente tutelata. Non credo che qualcuno abbia pensato alla nazionalità degli aggressori».
Le autorità hanno chiesto che non si getti benzina sul fuoco.
«Il vicequestore ha invitato a non alimentare l’allarme sociale. Ma io rispondo che se accadono episodi come quello davanti alla Questura il problema sociale c’è già. Ed è dovuto alla mancanza di tutela avvertita dalla gente. Se la legge viene fatta rispettare non c’è bisogno di presidiare le questure». In molti non hanno capito perché le persone bloccate siano state rilasciate subito. «Hanno detto che non avevano prove per incastrare chi ha aggredito i ragazzi. Ma sono loro che devono trovarle, mica dobbiamo farlo noi... Hanno detto che lo sgabello è stato buttato tra le ruote. Ma per noi è stato lanciato ad altezza del viso. Chiediamo solo di capire cosa è successo. Io credo che mio figlio non abbia fatto niente. Ma anche se avesse detto qualche brutta parola, la reazione bestiale degli aggressori è intollerabile. E’stata una aggressione senza motivo, non una rissa. Nessuno dei nomadi è stato ferito, nessuno di loro è andato al pronto soccorso. Se è vero che qualcuno nei giorni precedenti li ha disturbati dovevano chiamare la Polizia, non attaccare chi passa in motorino».
Cosa significa per un genitore trovarsi di fronte a un fatto del genere?
«Noi genitori stiamo costantemente in ansia. I ragazzi vanno fuori e noi certo non possiamo tenerli legati in casa. Chiediamo solo garanzie». Questo tipo di fatti che sensazione le lasciano? «Di profonda amarezza e sconforto. Io sono un’insegnante. Ho passato tutta la mia vita a spiegare ai giovani a ragionare e a capire. Ma adesso a volte mi viene voglia di dire ai ragazzi di andarsene da questo paese che non riesce a tutelare la legalità e quindi loro e le loro famiglie. Questo mi spaventa e mi fa riflettere. All’ultima maturità è stato dato un tema su giustizia, diritto e legalità. Spero che anche chi guida questo Paese ci pensi su».
In questi ultimi anni si parla molto di convivenza interetnica. Lei crede che il dialogo con le altre culture sia possibile?
«Credo di sì. Ma in primo luogo bisogna convincere la gente che la convivenza è possibile. E per farlo bisogna che le istituzioni siano in grado di garantire la legalità, di assicurare che chi commette un delitto alla fine paga. Il dialogo è possibile. Ma tutti devono capire che la legge è una sola. E che tutti devono rispettarla».
Prima il pestaggio dei ragazzi, poi l’assedio alla Questura: fatti che fanno riflettere...
«I ragazzi devono capire che non ci si può fare giustizia da soli. E questo può essere insegnato loro soltanto individuando i colpevoli e punendoli per ciò che hanno fatto. Questo è il compito dello Stato. Altrimenti rischiamo di trovarci ancora davanti a episodi come quello accaduto l’altra sera di fronte alla Questura. Il diritto deve valere per tutti. Tutti devono capire che la giustizia “fai da te” non deve esistere. Né da un lato, né dall’altro. Altrimenti come possiamo insegnare il rispetto ai nostri ragazzi? Le istituzioni in questo ci devono aiutare. Facendo in modo che non si diffonda l’impressione che esistano leggi diverse per gli italiani e per gli stranieri».
Qualcuno pensa che la reazione degli amici di suo figlio sia stata spropositata.
«La verità è che la gente è esasperata ed impaurita. Lo dimostra quell’assembramento davanti alla Questura. I ragazzi erano spaventati per ciò che è successo, la loro è stata una manifestazione spontanea, un grido simile a quello che sta lanciando l’intera società. La popolazione non si sente tutelata. Non credo che qualcuno abbia pensato alla nazionalità degli aggressori».
Le autorità hanno chiesto che non si getti benzina sul fuoco.
«Il vicequestore ha invitato a non alimentare l’allarme sociale. Ma io rispondo che se accadono episodi come quello davanti alla Questura il problema sociale c’è già. Ed è dovuto alla mancanza di tutela avvertita dalla gente. Se la legge viene fatta rispettare non c’è bisogno di presidiare le questure». In molti non hanno capito perché le persone bloccate siano state rilasciate subito. «Hanno detto che non avevano prove per incastrare chi ha aggredito i ragazzi. Ma sono loro che devono trovarle, mica dobbiamo farlo noi... Hanno detto che lo sgabello è stato buttato tra le ruote. Ma per noi è stato lanciato ad altezza del viso. Chiediamo solo di capire cosa è successo. Io credo che mio figlio non abbia fatto niente. Ma anche se avesse detto qualche brutta parola, la reazione bestiale degli aggressori è intollerabile. E’stata una aggressione senza motivo, non una rissa. Nessuno dei nomadi è stato ferito, nessuno di loro è andato al pronto soccorso. Se è vero che qualcuno nei giorni precedenti li ha disturbati dovevano chiamare la Polizia, non attaccare chi passa in motorino».
Cosa significa per un genitore trovarsi di fronte a un fatto del genere?
«Noi genitori stiamo costantemente in ansia. I ragazzi vanno fuori e noi certo non possiamo tenerli legati in casa. Chiediamo solo garanzie». Questo tipo di fatti che sensazione le lasciano? «Di profonda amarezza e sconforto. Io sono un’insegnante. Ho passato tutta la mia vita a spiegare ai giovani a ragionare e a capire. Ma adesso a volte mi viene voglia di dire ai ragazzi di andarsene da questo paese che non riesce a tutelare la legalità e quindi loro e le loro famiglie. Questo mi spaventa e mi fa riflettere. All’ultima maturità è stato dato un tema su giustizia, diritto e legalità. Spero che anche chi guida questo Paese ci pensi su».
In questi ultimi anni si parla molto di convivenza interetnica. Lei crede che il dialogo con le altre culture sia possibile?
«Credo di sì. Ma in primo luogo bisogna convincere la gente che la convivenza è possibile. E per farlo bisogna che le istituzioni siano in grado di garantire la legalità, di assicurare che chi commette un delitto alla fine paga. Il dialogo è possibile. Ma tutti devono capire che la legge è una sola. E che tutti devono rispettarla».
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