Il Tirreno

Livorno

Il ricordo

Noi ragazzini “ribelli” tra case, binari e il fischio del treno: Vi racconto “Il nostro Rombolino”

di Roberta Smorti
Noi ragazzini “ribelli” tra case, binari e il fischio del treno: Vi racconto “Il nostro Rombolino”

A piedi alla Collodi, il tragitto un’avventura:

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LIVORNO. Mi chiamo Roberta Smorti e sono cresciuta insieme a tanti altri bambini proprio a Rombolino. Ho ho letto con sincera emozione il bellissimo articolo che avete scritto sul luogo che per me ha voluto dire casa...Avete parlato più che altro di sportivi, ma a Rombolino c'erano anche tanti bambini che come me sono cresciuti giocando in quei cortili col sottofondo del rumore del treno. Questa è la mia storia. Avevo appena compiuto nove anni, frequentavo la terza elementare, quando dalla casa di via Garibaldi, andai ad abitare a Rombolino, nelle case lungo la ferrovia. Tante palazzine allineate, ognuna col suo giardino e molto carine a vedersi. La nostra era l'ultima e il nostro giardino confinava con la rete che ci divideva dalla ferrovia. I treni quando passavano si sentivano eccome! Ed essendo vicini alla stazione era tutto un andare e venire, senza contare quelli che facevano manovra. Però come in tutte le cose a tutto ci si abitua. Il treno era l'unica cosa che mi piaceva di quel posto. Forse perché quel cambio di casa aveva coinciso con la partenza di mia sorella , per l'Inghilterra, dove sarebbe rimasta qualche anno. Lei per me era tutto. Un po' più grande di me , sette anni, mi dava quel senso di protezione e complicità che mi permetteva di sentirmi sempre sicura e protetta. In via Garibaldi non avevamo un cortile, giocavamo molto in casa o sulle nostre scale, dato che abitavamo all'ultimo piano. Mamma ci portava al Parterre, un parco cittadino che fungeva anche da zoo, dove noi con altri amici e amiche ci divertivamo molto. Invece nelle casette lungo la ferrovia che erano messe una di fronte all'altra, si creava un cortile naturale dove potevamo giocare senza pericoli. Io venivo da una scuola privata delle suore, tutta al femminile.Il cambiamento fu radicale. Fui iscritta in una scuola pubblica ,le Collodi, dove la mia classe era mista e l'insegnante un maestro. Il maestro Fabiani, molto bravo, con un sorriso rassicurante ma " fissato " sulla matematica ". Infatti l'ultimo quarto d'ora della lezione lui la usava per i calcoli mentali. A raffica interrogava dal posto e chiedeva il risultato quasi immediato di un certo tipo di operazioni, addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni. Alle volte anche con più operazioni per volta. Dalle suore questo non accadeva e le nostre operazioni basilari( ero in terza elementare ) ce le facevano fare con molta calma. Ricordo che contavo grazie alle dita delle mani... In quel quarto d'ora dovevo cambiare di colore dal timore di essere interrogata. Ma ringraziando il cielo, il maestro avendo capito il mio disagio non mi interrogò mai dal posto. E di questo gliene sono grata, Grazie maestro Fabiani!!! Ovviamente a scuola dalle suore mi accompagnava e veniva a riprendermi mia madre. Invece per andare e tornare alle scuole Collodi, andavo con tutto il gruppetto di ragazzi e ragazze che abitavano nelle palazzine vicino a noi. Mamma aveva opposto resistenza, ma i genitori degli altri ragazzi la convinsero che non c'erano pericoli. Avremmo camminato sempre sullo stesso marciapiede, non c'era da attraversare la strada. Dovevamo solo stare attenti al passaggio a livello. Questo la tranquillizzò e dopo essersi consultata con babbo, decisero di darmi fiducia e mi permisero di andare con gli altri ragazzi. Eravamo un bel gruppo, io ero la più piccola, ma molto agguerrita. Avevo un carattere molto forte e all'epoca non avevo paura di niente. Non lo sapevo ma per me sarebbe iniziata una grande avventura durante quel percorso. mCon i nostri cappottini, sciarpe cappelli e la cartella in mano, ci avviavamo tutti regolarmente lungo il marciapiede che costeggiava le palazzine, salvo poi deviare per raggiungere , non visti, una discesa non protetta, che portava direttamente sui binari. Ricordo che provai meraviglia per quella trasgressione. Ma i grandi mi fecero segno di tacere, e mi intimarono di non parlarne con nessuno, altrimenti mi avrebbero cacciato dal gruppo. Ovviamente giurai il silenzio. Anche il pomeriggio dopo la l zione, tornavamo come una banda scatenata a imperversare sui binari. Ricordo il fischio del treno, lungo lacerante che ci gridava di toglierci di torno. Queste scorribande per me sono durate poco, perché dopo circa un annetto arrivò una sorellina, portando suo malgrado un grande scompiglio nella mia famiglia. Perchè sia lei che mamma, rischiarono di morire. E questo posso dire che segnò l'inizio della fine della mia infanzia... Ma non certo la fine dei miei ricordi di quel periodo, degli amici cari che seguirono la mia crescitae che se mi volto indietro, sento che sono ancora lì, pronti a donarmi un sorriso pieno di quell'affetto che solo gli amici del cuore sanno donare. Grazie amici cari di Rombolino!!!

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