Il Tirreno

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resistenza

Addio a Santo Santino, il partigiano Ciclone premiato da Pertini

Mauro Zucchelli
Santo Santino premiato  a Livorno con la "medaglia della Liberazione" dalla prefetta Anna Maria Manzone (a sinistra)
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Santo Santino premiato a Livorno con la "medaglia della Liberazione" dalla prefetta Anna Maria Manzone (a sinistra)

Una vita spesa per affermare i suoi ideali socialisti: l'aveva fatto da partigiano, l'aveva fatto poi nella lotta politica. Se n'è andato alle soglie dei cent'anni, ancora adesso era impegnato come presidente dell'Associazione Combattenti e Reduci

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LIVORNO. L’ex partigiano “Ciclone” – Santo Santino il suo nome e cognome per l’anagrafe – se n’è andato alle soglie dei cent’anni: li avrebbe compiuti a marzo. Ma l’avanzare dell’età non aveva frenato la sua carica, era rimasto un combattente nell’animo: basti pensare che solo poche settimane fa era stato confermato alla guida della sezione livornese dell’Associazione Combattenti e Reduci (con vice il cavalier Giovanni Bitossi).

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Ad annunciare con affetto la sua scomparsa sono gli ex partigiani dell’Anpi: «Ci mancheranno le tue visite all’Anpi, le discussioni, a volte accese ma che ci facevano apprezzare la tua capacità di analisi, la lucidità del pensiero, la voglia di combattere». Gino Niccolai, presidente provinciale Anpi, rincara: «Mancherai a quei bambini, a quei ragazzi a cui hai raccontato le tue esperienze di vita con leggerezza e con al fondo il rispetto per le persone, anche se nemici».

La salma di Santino è rimasta esposta alla camera mortuaria del camposanto della Misericordia: dal quartier generale dell’Anpi, sottolineano che viene poi «trasferita a Gratteri, il paese del Sud del quale era originario: lì lunedì 31 si svolgeranno i funerali».

Già, perché Santo Santino era siciliano di Gratteri: avrebbe potuto infischiarsene di tutto e di tutto, e una volta liberata la sua Sicilia, tornarsene subito a casa dalla sua famiglia. Aveva invece scelto di combattere per la libertà: l’aveva ricordato pochi mesi fa in una intervista a “Repubblica” e, a quasi ottant’anni da quella scelta, gli era tornato il groppo in gola quando aveva ribadito che «a vent’anni anni ho capito cos’è la dignità umana e cosa vuol dire battersi per i valori: sono rimasto sempre sulla linea retta, non ho mai camminato a zigzag».

Era diventato comandante del battaglione “Toni Boschieri” aggregato alla Brigata Matteotti che era attiva sul Monte Grappa. Il suo impegno politico l’avrebbe proseguito a Livorno nel dopoguerra militando nel Partito socialista. Gli avevano dato la croce al merito di guerra, il diploma d’onore lo aveva avuto dal presidente Sandro Pertini, socialista e partigiano come lui. Al Quirinale era tornato in seguito: il presidente Giorgio Napolitano l’aveva fatto cavaliere.

Comunque, lui era rimasto quello delle battaglie per la libertà: «Non facevamo male alla gente, ci concentravamo solo sugli atti di sabotaggio». Del più celebre di questi blitz aveva parlato perfino Radio Londra: non gli mancava il coraggio e Santino alla testa del suo gruppo nei pressi di Assago, non lontano da Milano, aveva dato l'assalto a un camion tedesco per liberare un gruppo di italiani fatti prigionieri per esser trasferiti in un campo di concentramento nazista. L’aveva spiegato in quell’intervista: «A noi interessava la liberazione del territorio nazionale dal nemico e non la vendetta, neppure contro i fascisti».–

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