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L'intervista

Condannata per essersi incollata al Laocoonte, parla l'eco-attivista: «Colpiti per “educare” chi ci seguirà»

di Alice Benatti
Condannata per essersi incollata al Laocoonte, parla l'eco-attivista: «Colpiti per “educare” chi ci seguirà»

Ester Goffi è l’attivista ambientale che si è incollata al Laocoonte ed è stata punita con 9 mesi di carcere

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Il 18 agosto 2022 si erano incollati le mani al basamento di marmo che sorregge la statua del Laocoonte, ai Musei Vaticani, per riportare l’attenzione «sull’inazione del nostro governo riguardo alla crisi climatica». Per quell’azione di Ester Goffi e Guido Viero, 27 e 61 anni, attivisti di Ultima Generazione, il tribunale vaticano ha scelto la linea dura: 9 mesi di carcere, pena sospesa, e il pagamento di 1.500 euro di multa, oltre a un risarcimento di oltre 28mila euro. «Condannati per avere fatto la cosa giusta» è stato il primo commento che il movimento ha affidato ai social. Ester, laureata in Storia dell’arte e Conservazione dei beni artistici alla Ca’ Foscari di Venezia, dove vive, non nasconde lo shock ma si dice determinata: «Andremo avanti».

Una pena inaspettata?

«Io sinceramente sono ancora incredula. Siamo arrabbiati e choccati perché nonostante fosse annunciato che la pena sarebbe stata sia pecuniaria che detentiva e l’accusa avesse chiesto 2 anni per me e 2 anni e 5 giorni per Guido, i nostri avvocati avevano escluso il carcere, essendo incensurati. È chiaramente una sentenza esemplare: hanno colpito in modo duro noi per “educare i futuri”».

E farete ricorso?

«Certo, per sentenza ingiusta. Siamo rimasti senza risposta da parte del Papa, nel cui supporto speravamo sinceramente dato che nella sua enciclica aveva sostenuto la causa ambientale, invitando le vittime del collasso climatico ad agire, a far sentire la propria voce. Le autorità vaticane, di fronte alle parole del loro leader spirituale, hanno dimostrato tutta la loro ipocrisia».

Perché avete scritto che il danno di fatto è inesistente?

«Diciamo che il danno materialmente esiste, anche se involontario: la colla Attak che abbiamo utilizzato ha corroso la superficie del punto del basamento di marmo del Laocoonte dove abbiamo incollato le nostre mani. Parliamo dello spessore di un capello. Il punto è che ci chiedono oltre 28mila euro di risarcimento a fronte di costi di restauro compresi tra i 3.100 e 3.400 euro».

Dunque è stato involontario. Cos’è andato storto?

«Sì, non c’era l’intenzione né di danneggiare l’opera né di non renderla fruibile. Inoltre abbiamo scelto il basamento proprio perché non lo concepiamo come parte integrante dell’opera. Avevamo chiesto una consulenza a persone del mestiere, domandando, banalmente, se la colla sarebbe venuta via facilmente dal marmo. Eravamo convinti bastassero i solventi, non si era chiarita la potenziale corrosione della superficie».

Prima ha parlato di una “pena esemplare”. Pensa che gli attivisti di Ultima Generazione che hanno versato carbone vegetale diluito nella Fontana dei Quattro fiumi a piazza Navona, ad esempio, andranno incontro alla stessa sorte?

«Non lo so. Anche perché la nostra sentenza è stata emessa secondo le leggi vaticane: la prima emessa contro di noi da uno Stato estero. E c’è già chi esulta in Italia, dove è in discussione un decreto legge che punta a reprimere le nostre azioni di disobbedienza civile. Posso anche dire che questa ultima stagione di azione si sta rivelando più intensa delle precedenti: il clima è più teso e le forze dell’ordine si sono tolte i guanti con noi. Ma comunque andiamo avanti, anche se questo significa mettere a rischio la nostra incolumità fisica ed emotiva».

Come vi fa sentire essere etichettati “eco-vandali” o “criminali”?

«Sicuramente non mi sento una criminale, così come nessuno di noi. Sono etichette che sanno di paternalismo, che ci vogliono insegnare come fare policies e come esprimere la nostra rabbia, che nasce da un sano amore per la vita nostra e altrui. Ci dicono di protestare con educazione ma abbiamo già visto quanto cortei e raccolte di firme, ad esempio, abbiamo fallito nel riuscire a parlare di crisi climatica con i “piani alti”. Noi abbiamo alzato il tiro, sì, ma siamo convinti che i metodi sono proporzionati alla causa».

Vi sentite più contestati o appoggiati?

Di certo diamo fastidio, tantissimo, ma la maggior parte dei nostri coetanei – dunque le principali vittime di questa crisi climatica – condividono i metodi che abbiamo scelto. Poi ci sostengono molte figure del mondo dell’istruzione, ad esempio. Nel mio caso specifico, diverse persone mi hanno scritto dimostrandomi il proprio supporto. Tanti poi ci dicono che sono d’accordo con le nostre richieste ma non con i metodi. E allora ricordiamo loro che abbiamo fatto scioperi della fame, convegni, raccolte di firme, cortei ma che non sono serviti. Pensiamo all’alluvione in Emilia-Romagna: a causa del cambiamento climatico e di anni di malgoverno ci sono stati danni milionari al patrimonio culturale della Regione. Dove sono adesso quelli che difendono l’arte e la cultura? Dov’è lo stracciamento di vesti per dei beni persi in alcuni casi in modo irrimediabile?»

Cosa pensate di chi sottovaluta il cambiamento climatico o proprio se ne frega?

«Evitiamo di giudicare e di incolpare chi ancora non se ne rende conto. Manca un’informazione di qualità, che dovrebbe essere fatta anche dai governi, i quali hanno il dovere di comunicare quanto sta avvenendo ma non lo fanno. C’è una incolpevole ignoranza. Quando invece capisci il problema, o “fai lo struzzo” o te ne prendi cura. E l’attivismo è una delle cure.l




 

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