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Forza Italia post-Silvio, Romani: «Io ed altri ex pronti al rientro per tornare grandi. Ecco chi comanda ora il partito»
L'ex ministro e storico uomo di fiducia di Berlusconi: «Il presidente non era un decisionista. Quella volta che ci chiese di far finta di essere giornalisti»
MILANO. Il feretro del Cavaliere ha lasciato piazza Duomo da pochi minuti - mercoledì 14 giugno - quando si profila un clamoroso scenario per il futuro di Forza Italia. Non è una fantasia personale, e nemmeno fantapolitica. «Siamo in tanti, tutti pronti a scendere di nuovo in campo». Nei giorni in cui si sprecano le ipotesi e le previsioni su ciò che sarà del partito nato in seguito al terremoto Mani Pulite e da sempre cucito addosso a Berlusconi, si accende la luce sul tavolo degli ex. Che a quanto pare si è già riunito – almeno idealmente, tra telefonate e confronti a distanza – per progettare il “post Silvio”. Un’indiscrezione? No. Un’ammissione, un’uscita allo scoperto ad opera di uno degli uomini storici del Presidente. Paolo Romani – ministro dello Sviluppo economico dall’ottobre 2010 al novembre 2011, in precedenza sottosegretario alle Comunicazioni, viceministro allo Sviluppo economico, senatore dal 2013, deputato alla Camera in cinque legislature – ha abbandonato Forza Italia nel 2019. Ma ora è sicuro: «Il partito può tornare quello aperto di una volta, liberale e popolare». L’alternativa al “piano dei fuggiti”, secondo Romani, è una sola: «L’estinzione di una straordinaria esperienza politica».
Ma riavvolgiamo il nastro. Partiamo dall’inizio dell’era Berlusconi.
«Allora iniziamo dal novembre del 1993. Quando Achille Occhetto e la sua allegra compagnia trionfarono nelle elezioni amministrative. I comunisti si sarebbero presi anche tutto il Paese, alle politiche del 1994, ma Berlusconi con la nascita di Forza Italia glielo impedì. E questo è il primo merito del presidente».
Il secondo?
«Senza dubbio l’introduzione del bipolarismo. Berlusconi ha dato origine al principio dell’alternanza. E non dimentichiamo cos’ha fatto all’interno del centrodestra. Ha costruito una coalizione inizialmente anche abborracciata, ma che poi si è consolidata ed è divenuta una realtà capace di vincere molte sfide, fino al successo alle politiche del settembre scorso. Oggi la coalizione creata da Berlusconi più di vent’anni fa è al governo del Paese».
In molti sostengono che Forza Italia sia nata e cresciuta come un partito padronale. Da sempre e fino all’ultimo illuminata dalla presenza di un leader che adesso non c’è più.
«In realtà Berlusconi era un grande indecisionista. Profondo conoscitore dei suoi limiti. A un mese dalla vittoria del 27 marzo 1994, convocò alcuni dei suoi giovani deputati, me compreso, e si chiuse con noi in una stanza. Ci chiese di porgli tutte le domande più cattive che ci venivano in mente. Era il suo modo per prepararsi all’assalto mediatico. Sapeva di non essere preparato a sufficienza e voleva in qualche modo allenarsi a rispondere ai giornalisti. In questo aneddoto c’è tutta l’umiltà di un uomo che aveva vinto le elezioni inaspettatamente, consapevole della propria conoscenza limitata del mondo politico. E poi ci sono altri momenti della sua vita politica che hanno lasciato un segno storico».
Ad esempio?
«In primis il vertice di Pratica di Mare del 2002. Berlusconi mise a sedere allo stesso tavolo Putin e Bush, portando alla sottoscrizione del “Nato-Russia Relations: a New Quality”, un documento che pose nero su bianco gli auspici di un nuovo rapporto di fiducia tra la Russia e il mondo occidentale. Un’impresa che proiettò l’Italia al centro della politica internazionale. Sono inoltre molto legato a un altro episodio, meno eclatante ma molto significativo. Era il 25 aprile 2009 e Berlusconi tenne un discorso a Onna, un piccolo paese in Abruzzo che era stato da poco colpito dal terremoto. Al collo aveva una pezza tricolore che gli fu consegnata da un ex partigiano, e il presidente fece un intervento bellissimo, in cui celebrò la ricorrenza della Liberazione».
Lei, però, quattro anni fa ha salutato Forza Italia. Cos’ha portato alla rottura del suo legame col partito del Cavaliere?
«Non me ne sono andato solo io negli ultimi anni, in tanti abbiamo abbandonato Forza Italia, in totale dissintonia con i “cerchi magici” che si erano creati all’interno del partito. E credo che sia il momento di lanciare un appello a coloro che oggi sono ancora in Forza Italia. Noi siamo convinti che il centro, politicamente parlando, in questo Paese, debba essere vivo e vivace. Il centrodestra attuale non può essere rappresentato solamente da un partito di destra».
Quindi sarebbe pronto a rientrare in Forza Italia?
«Sì, e come me molte altre persone che si sono allontanate dal partito».
Lo dice con grande sicurezza. Sono già iniziati i lavori per un “rientro di massa”?
«Per il momento c’è una riflessione, che non appartiene soltanto a me. È vero che le decisioni in Forza Italia le ha sempre prese Berlusconi, ma il confronto con gli iscritti era prioritario».
Quali sono le condizioni del fronte degli ex?
«C’è la voglia di ricostruire insieme un partito che poggia le radici su principi liberali e popolari, che torni ad avere il profilo del partito che tutti abbiamo amato. È importante che in Forza Italia si ponga al primo posto il concetto di collegialità, anche attraverso un dibattito, a patto che questo porti alla convergenza delle tante aspirazioni, che in passato hanno sempre trovato sintesi nell’interesse di Forza Italia. Il partito deve aprirsi, non chiudersi nei cerchi magici, per diventare di nuovo aperto, come nel 1994».
Tra le ipotesi c’è anche quella che Forza Italia finisca “nelle mani” di Marta Fascina o Marina Berlusconi.
«Berlusconi era un imperatore, non un re. E gli imperatori non hanno eredi. Non credo che la famiglia raccoglierà l’eredità politica. Niente vieta alle personalità a lui vicine di restare nel partito».
E se invece Forza Italia rimanesse prigioniera dei cerchi magici, per usare le sue parole, a cosa andrebbe incontro?
«Il rischio è che in tanti altri scappino via. Fino all’estinzione del partito».
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