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Pd: l'addio di Letta tra amarezze e ingenerosità ma «sono ancora innamorato e non farò nuovo partito»

di Nadia Pietrafitta
Pd: l'addio di Letta tra amarezze e ingenerosità ma «sono ancora innamorato e non farò nuovo partito»

Il segretario uscente, nel suo discorso di addio alla guida del Pd, sceglie ancora una volta lo spirito di servizio e la responsabilità e non cede al rancore

21 gennaio 2023
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ROMA.Tenere per sé le delusioni dell'io - che ci sono state, forti - e rilanciare l'orgoglio di una comunità: Enrico Letta, nel suo discorso di addio alla guida del Pd, sceglie ancora una volta lo spirito di servizio e la responsabilità e non cede al rancore. Dopo mesi duri e difficili il segretario dem passa il testimone tentando di liberare dal «vento contro della sconfitta» i quattro candidati alla sua successione.

«Abbiamo assorbito il colpo e dal 26 febbraio siamo pronti a ripartire - assicura - C'è stato il tentativo di sostituirci, ma è fallito».

Il leader dem fa un bilancio dei quasi due anni passati alla guida del Nazareno: «È stato giusto tener duro, le amarezze e le ingenerosità le tengo per me», dice allo stato maggiore del partito riunito all'auditorium Antonianum per l'assemblea nazionale, scegliendo una strada diversa da quella presa dal suo predecessore Nicola Zingaretti che lasciò la segreteria "vergognandosi" di un partito "in cui si parla solo di poltrone e primarie".

«Esco più determinato di quanto ho cominciato, esco più innamorato del Pd di quando ho cominciato, vi assicuro che non costruirò un nuovo partito alternativo al Pd», dice invece Letta. «Non mi sono pentito di essere tornato da Parigi», aggiunge.

Non c'è in alcuna maniera, insomma, il gelo dell'ultimo addio, quando, nel febbraio 2014, l'allora premier lasciava la campanella di palazzo Chigi nelle mani di Matteo Renzi.

Il leader dem, però, ha ben chiaro cosa non ha funzionato e chiede a Stefano Bonaccini, Gianni Cuperlo, Paola De Micheli ed Elly Schlein, candidati alla sua successione, un impegno per il futuro: «Chiedo a ognuno di voi di cambiare una cosa fondamentale, che per me è stata la più complicata da vivere. Il segretario del Pd non può passare tutta la sua giornata a mettere tutte le sue energie nella composizione degli equilibri interni e poi alla fine della giornata pensare a cosa dire agli italiani. Perché così siamo rovinati - ammette - Il segretario deve pensare sin dal mattino a cosa dire agli italiani e a costruire un progetto che parli alla vita delle persone».

«L'ossessione» dell'unità ha guidato Letta nei suoi due anni al Nazareno e, dopo la precedente stagione di scissioni, il segretario lascia portando a casa un ritorno. Roberto Speranza e Articolo Uno dicono un primo sì a un percorso unitario. L'avvio di questa nuova strada passa per l'ok al “Manifesto del nuovo Pd".

«L'assemblea di oggi ha il compito fondamentale di approvare il manifesto, che diventerà la koiné che ci tiene insieme - insiste Letta - E' un momento che ho voluto, di superamento di fratture del passato e di sguardo al futuro». L'ex ministro della Salute approva e ringrazia.

«Sono molto contento di essere qui oggi. Credo ci sia bisogno di un momento di serietà e solennità in questo momento. Per me e la mia comunità di Art.1 non è un momento banale. Costituente per noi è la parola giusta. E però con tutta onestà la parola non basta, bisogna essere conseguenti ed essere capaci di ricostruire un grande partito nazionale popolare», spiega.

«Di fronte a questa destra l'unità non è un'opzione ma una scelta politicamente e moralmente obbligatoria e io sono qui per questo». In tanti ringraziano il segretario uscente, compreso chi, come Paola De Micheli, ammette di aver avuto "visioni diverse" negli ultimi anni. Parole di gratitudine vengono da tutte le anime dem. Letta saluta tutti citando San Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede». 

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