Il dolore
Siccità, viaggio nell'oasi ridotta a uno scheletro - Video
di Ilaria Bonuccelli
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Il ponte sospeso sul rio che non c'è più (foto Sernacchioli)L'area protetta del Bottaccio ridotta a uno scheletro e senza più identità, anche gli animali rari sono scomparsi
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CAPANNORI. Ti compaiono davanti all’improvviso, mentre cammini sulla passerella in legno arresa all’arsura. È stata pensata come camminamento sospeso sull’acqua, quattro passi in mezzo alla palude, fra i chiari,, prima di Christo e della sua opera d’arte sul lago d’Iseo. Il percorso spazio-temporale attraverso i resti delle pianure toscane, le zone umide che oggi occorre tutelare con oasi del Wwf e sigle comunitarie. Siamo nel cuore del bosco del Bottaccio, fra Capannori e Bientina , la pianura lucchese e quella pisana. Uno dei serbatoi d’acqua più importanti della Toscana, alimentato dai monti Pisani. Cammini su questa passerella di legno che cigola per il caldo, orfana della palude, e all’improvviso ti compaiono: le dita scheletriche della natura. Aggrappate al cielo. Tutto quello che resta quando gli alberi hanno perso l’aspetto di alberi, hanno rinunciato al tronco, alle foglie, ai rami, alle radici. Solo le ossa. Il male di vivere. A stento di sopravvivere.
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IL BOSCO ALLA ROVESCIA
La siccità fa questo alla natura. La depreda. Le ruba i connotati. È più che seccarla, fare cadere le foglie. Te la mostra un attimo prima di ridurla in polvere. Senza un briciolo di pietà. Ecco, la siccità mostra il volto spietato del ciclo vitale. Nel bosco del Bottaccio, questo Sito di interesse comunitario - il Sic, la sigla comunitaria - si svelano i danni della siccità. Finisci per trovarti in un bosco alla rovescia. C’è quello che non ci deve essere, manca quello che ti aspetti. Almeno in quella parte di bosco che si affaccia sul versante lucchese, di Castelvecchio di Compito, dove dovresti vedere uccelli rari come il tarabuso, il cuculo o il Cavaliere d’Italia. O anfibi come la rana dalmatina, la raganella italiana, piccolissima ma di un verde brillante, il tritone crestato italiano. Invece, nulla. Non c’è nulla. Solo sassi nei greti dei canali, interrotti da una vegetazione stanca, che spunta controvoglia. Sono scomparsi i “chiari” - le lame d’acqua per le quali sono stati costruiti perfino i capanni di osservazione. Perché è lì che nidificano oppure si fermano, in fase di migrazione, gli uccelli rari che hanno sempre caratterizzato certa pianura toscana.
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IL FRESCO CHE NON C’È
In queste giornate arse, invece, cammini in questo bosco e noti l’assenza. L’acqua è sparita. Gli uccelli sono spariti (quasi tutti). Le loro voci sono sparite. Ma manca ancora qualcosa. Cammini e lo senti. Non si riesce a capire nell’immediatezza. Non è una pianta o un animale. Eppure si avverte l’assenza. Duventa chiaro, per istinto, quando ti addentri dove la vegetazione è un po’ più fitta e anche l’ombra più intensa. Forse una gradazione, ma basta: manca il fresco. La siccitità ha rubato anche questo al bosco del Bottaccio: il fresco. L’aria che rigenera i polmoni. La ventata che ti aspetti nel verde profondo.
LE DITA SCHELETRICHE DELLA NATURA
Non c’è. Ancora la natura sovvertita. L’arsura prosciuga l’acqua, ma anche l’aria. E allora, sembrano ancora più solitarie le dita scheletriche degli alberi arresi. Fanno gruppo a sé, una sota di radura grigio argento. Più vicino alla cenere del camino spento che ai resti di un bosco incendiato. La morte passata in giudicato. Oltre i fantasmi. Oltre il trapasso. Risaltano perché intorno c’è ancora del verde. Colorato abbastanza per prendere le distanze. Ma non vivo abbastanza, per avere le sembianze del bosco. Non c’è brillantezza nelle foglie. Il verde è stanco. E se per caso, un visitatore distratto non se ne accorgesse, allora ci pensano gli alberi a richiamare l’attenzione. Ogni poco lasciano andare le foglie. Non quelle morte. Non quelle gialle o marroni. Non è ancora stagione, siamo a luglio: lasciano andare le foglie verdi. Anche quelle piccole e tenere. Con l’estate ancora da vivere. Le mollano sul terreno, accanto al sottobosco, agli arbusti altrettanto stanchi. Ci sono le ortiche con il capo chinato: hanno perso quasi tutto il potere urticante. Sono alte, ma non più fiere. I canneti, che erano l’orgoglio di questi chiari, sono andati. Quelli che ancora resistono sono giallognoli: non hanno né il colore verde di pianta giovane, né quello nocciola delle canne belle. Le piante mature riempiono i canaletti, ormai sradicate. Secche. Non sono più il richiamo (o il rifugio) per gli uccelli . Sono il sudario di rivoli in secca.
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IL MALE DI SOPRAVVIVERE
Quasi tutto parla di un bosco in disarmo. Di un’oasi senza splendore, che ha perso quasi la memoria di se stessa. L’assenza della sua voce - gracidii, versi di uccelli, lo scorrere dell’acqua - amplificano il declino. Mai quanto l’unico suono che sempre accompagna il cammino. L’unica costante di tutto il viaggio: il rumore di foglie riarse sotto i piedi. Il suono del secco che si spezza. Fino sotto un grande albero. La sintesi di tutte le ferite da siccità. L’albero che si toglie la pelle. Rinuncia alla corteccia, forse in cerca di refrigerio che non trova. Forse perché non ha più forze per tenersela addosso. Forse solo perché si è arreso. Senza acqua non ce la può fare. Gli animali se ne sono andati. Neppure una lucertola su un sasso dei greti asciutti. Dei terreni così secchi che sembrano reduci da incendi. La natura ha incontrato il suo male di vivere. Il poeta lo aveva già scoperto: il rivo strozzato che gorgoglia, l'incartocciarsi della foglia riarsa.
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