Gioco
Una stecca, una pallina, due porte di fortuna: quando a Follonica l’hockey era per strada
Francesco Esposito e Luigi Mosca ricordano gli anni Settanta nella città del golfo. «Si giocava senza pattini, i portieri usavano la gommapiuma e i guanti da sci»
FOLLONICA. Si giocava principalmente sulla strada o dove c’era uno spazio disponibile. Non serviva molto: una stecca, una pallina di gomma dura che non rimbalzasse troppo (fondamentale per la regolarità del gioco), due porte di fortuna, passione e tanta fantasia. Era l’hockey che i giovanissimi della Follonica di metà anni Settanta praticavano in giro per la città. Erano i tempi dove i sogni degli adolescenti nascevano e si materializzavano nei vicoli, nelle corti o davanti al portone di casa. C’era la Polisportiva Follonica hockey nella mente di quei ragazzi; quella di Raul Micheli, il giocatore più forte della storia biancoazzurra. Si respirava hockey in ogni angolo, praticamente ogni rione aveva una sua squadra.
«È stato un periodo fantastico per quelli della mia generazione-racconta Francesco “Ziofuce” Esposito- fondatore e capitano storico della squadra di via Roma – si giocava senza pattini, i portieri usavano la gommapiuma come paracosce e in alcuni casi i guanti da sci per proteggersi le mani. Le stecche erano mezze rotte, inutilizzabili dai giocatori della prima squadra del Follonica ma che a noi, con qualche aggiustatura, andavano più che bene. Si organizzavano dei veri e propri tornei, ogni squadra aveva la sua “pista”, noi giocavamo nel parcheggio davanti al Florida. Mio nonno Dante “Fucecchio” ci costruì le porte utilizzando le reti da pesca che prima di ogni partita dovevamo portare nel posto dove si sarebbe giocato. Ogni spazio libero era buono, il traffico era limitato (passava una macchina ogni quarto d'ora), semmai il pericolo vero arrivava dalla camionetta dei vigili urbani e, naturalmente, dagli abitanti della zona che minacciavano ogni volta di chiamare le “guardie” con il rischio di dover interrompere la sfida più importante del “mondo”. È capitato anche di giocare alla pista del Capannino, l’impianto era coperto ma non chiuso all’esterno e noi ne approfittavamo per entrare».
Luigi Mosca invece faceva parte della formazione di Zona Nuova: « Passavamo intere giornate a giocare a hockey – ricorda – abitare vicino alla pista dei pini aveva sicuramente fatto crescere la nostra passione per questo sport. C’era rivalità e molto agonismo, c’era il senso di appartenenza e la voglia di avere il primato cittadino. Qual era la squadra più forte? Ovviamente la nostra – sorride Mosca – scherzi a parte ci divertivamo molto e questa era la cosa più importante».
L’amore di Follonica per l’hockey si può identificare anche nei ragazzi di quegli anni, che con pochissimi mezzi a disposizione hanno portato avanti la loro grande passione e permesso a questa città di diventare e di essere sempre più. “Follonica Hockey City”.
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