Gioco
Guerriero in campo e fuori Antonio Larini, il calcio e la lotta contro la malattia
Imprese, aneddoti e amici raccontati dall’ex centrocampista, adesso allenatore di successo Da Orbetello a Pitigliano, passando per Porto Ercole e Sorano: le tappe di una carriera super
la storia
Raccontare Antonio Larini è come immergersi totalmente nella storia del calcio toscano e assaporare quel sano tocco di umanità che riesce a scaldare il cuore. È proprio così perché nei tanti capitoli della sua vita non c’è soltanto un ricordo cronologico dei fatti ma c’è la simbiosi e la passionalità vissuta da Larini in ogni contesto.
È anche per questo che la grave malattia che lo ha colpito (mieloma multiplo) è stata vissuta con lo spirito del guerriero e in totale empatia con gli amici del cuore. Nello scorso mese di giugno, Larini comunicò agli amici più cari che si sarebbe dovuto sottoporre ad un autotrapianto di cellule staminali che è stato effettuato all’ospedale Le Scotte di Siena ed è perfettamente riuscito come è stato accertato dai successivi controlli eseguiti. Quel giorno Antonio mentre parlava ai suoi amici aveva gli occhi lucidi, oggi quegli occhi sono sempre bagnati da qualche lacrima ma brillano di gioia perché Larini ha vinto molte battaglie e fra poco spera di festeggiare la vittoria completa sul male.
Antonio, che a marzo compirà 64 anni e che abita a Orbetello, è una parte significativa del calcio toscano e raccontarla in un articolo è estremamente complicato perché non si sa se iniziare dagli aneddoti curiosi come il torneo disputato a Viareggio insieme a Marcello Lippi in cui Antonio afferma con simpatia e ironia ma anche con la consapevolezza del proprio valore che «quello forte ero io» oppure affidarsi a un percorso cronologico. E alla fine abbiamo optato per quest’ultima opzione.
Da calciatore Larini è stato un centrocampista dai piedi buoni, bella visione di gioco e tocchi vellutati, era il giocatore che dava ordine alla squadra, ha militato in serie C nel Viareggio e nell’Empoli, poi la serie D con Cecina, Spoleto e Forte dei Marmi. Nel 1977 Larini arriva in prestito all’Orbetello, venne segnalato da Francesco Carpenetti che lo aveva visto giocare ed Enzo Bastogi lo portò in laguna, per Antonio Larini fu il primo approccio con la Maremma, una terra che poi sarebbe entrata definitivamente a far parte della sua vita visto che Antonio ad Orbetello trovò l’amore sposando la signora Cristina. Una volta arrivato a Orbetello, Larini però continuò a girovagare, tornò a Empoli, quindi Spoleto e sei anni a Cecina dove divenne un beniamino della tifoseria. Quindi l’approdo al Grosseto con mister Nilo Palazzoli, due anni con il Grifone, il primo in Promozione e poi in Interregionale, successivamente andò a chiudere la carriera con l’Orbetello, nel 1992 appese gli scarpini al chiodo e l’ultima partita disputata fu la vittoria nello spareggio contro il Rosignano disputato al Capannino di Follonica in cui la compagine lagunare si impose per 2-1 tornando in Promozione.
La carriera di allenatore inizio proprio a Orbetello con gli Juniores regionali: «ci fu un’ottima collaborazione con Alfredo Carotti che allenava la prima squadra e molti miei giocatori furono promossi con i grandi, Antongini e Cervelli si guadagnarono il posto in pianta stabile ma fecero apparizioni anche il portiere Angelo Covitto e il giovanissimo Nando Pazzaglia». Antonio Larini svela un aneddoto: «Ricordo che in quel campionato giocava l’Armando Picchi Livorno, notai che nella squadra labronica c’era un ragazzo fortissimo, era Cristiano Lucarelli che poi ne ha fatta di strada e si vedeva già allora che aveva un altro passo».
L’esordio da allenatore della prima squadra avvenne a San Donato: «Devo ringraziare quella società che mi dette fiducia, ci allenavamo la sera e io non ero abituato a quegli orari, cominciai a calarmi nella nuova realtà»; poi arrivò la chiamata del Capalbio: «ricordo tutti, i più forti erano Francavilla e Capitani ma gli idoli del posto erano Cervelli e De Angelis». Da Capalbio a Fonteblanda: «Ho un ricordo meraviglioso, si fece un grande campionato con quasi tutti i ragazzi del posto come Cucca, Magiotti, Cappelloni, Cacchiani, Bianchi, Fabrizzi e il mitico Moreno Bruni che adesso è un dirigente di spessore, gli unici giocatori che venivano da fuori erano Naitana, Figara e Romagnoli».
C’è anche un ricordo particolarmente triste di quell’esperienza: «Purtroppo venne a mancare Massimiliano Guidi che era un ragazzo della nostra squadra, fu un duro colpo per tutti, ancora oggi Massimiliano è nei miei ricordi e nel mio cuore. L’anno dopo venne a giocare con noi suo fratello Luciano».
Poi arrivò la chiamata della Marsiliana: «Voglio menzionare Vanni Checcacci, persona stupenda dotata di grande intelligenza e grande capacità». Il passaggio successivo fu alla Maglianese: «Impossibile non ricordare i dirigenti simbolo come Torello Minucci, Stefano Venturelli e Beppe Rotelli, dirigenti vecchia scuola dove una stretta di mano valeva più di qualsiasi altra cosa, oltre al grande Alessio Darini, uomo simbolo in campo a cui mando un forte abbraccio e lui sa il motivo».
Dalla Maglianese ci fu il ritorno a Capalbio, la vittoria del campionato sfuggì a beneficio della Neania Casteldelpiano per una partita vinta sul campo ma persa a tavolino perché il guardalinee del Capalbio non era tesserato, poi la squadra di Larini si rifece vincendo lo spareggio contro il Porto Ercole e coronando così una stagione che aveva esaltato le doti di attaccante dell’ex portiere Amedeo Galeazzi autore di 25 reti. A questo punto Larini venne chiamato dall’Aurora Pitigliano: «Mi vollero i dirigenti Luciano Predellini e Maurizio Micci, con loro ci fu grande feeling e ci togliemmo diverse soddisfazioni come la vittoria nel derby con il Manciano e dove la coppia di attaccanti composta da Ciacci e Burchiella segnò moltissimi gol».
Finita la prima esperienza a Pitigliano lo chiamò l’Orbetello: «Sfiorammo la vittoria del campionato con una squadra dove brillava il talento di Marco Servidei e in cui scoprimmo i promettenti Leonardo Giusti, Marco Persiano e Vittorio Breschi». Archiviata anche questa esperienza, Larini venne richiamato dal Fonteblanda in una squadra forte che il mister definisce «un gruppo stupendo con giocatori di qualità del calibro di Alessio Falciani, Stefano Schiano, Tiziano Cucini, Gabriele Maggio, Gabriele Amoroso, Cristiano Cipolloni e tanti altri, con l’esordio del giovane Marco Picchianti». Larini racconta cosa successe a fine stagione: «Falciani e Cucini decisero di andare alla Castiglionese e io “gufai” Falciani dicendogli che non avrebbe segnato. Ebbene, non ci crederete ma alla fine del girone di andata non aveva ancora realizzato un gol, poi si sbloccò e dimostrò tutto il suo valore anche nella Castiglionese».
Antonio Larini ricorda con piacere ed entusiasmo anche l’esperienza successiva a Porto Ercole: «In due anni passammo dalla Terza alla Prima categoria, fu concretizzato uno splendido progetto con Fabrizio Rossi che avevo denominato il leader silenzioso, due giocatori di Civitavecchia come Diego Cappelletti e Emiliano Perticalà che contribuirono a creare una perfetta armonia con i tanti ragazzi del posto tra cui voglio ricordare Alessandro Milani, Andrea Buratti e Miraldo Sabatini che sta provando la carriera di allenatore del settore giovanile e con il quale ci sentiamo spesso per confrontarci e mi è stato particolarmente vicino durante la mia malattia».
Arrivò la seconda chiamata dell’Aurora Pitigliano, Antonio Larini venne squalificato per 27 mesi: «Avevo protestato verbalmente, l’arbitro scrisse che lo avevo strattonato. Facemmo ricorso e andai a Coverciano dove mi difesi da solo, mi tolsero 15 mesi di squalifica, forse ciò che aveva scritto l’arbitro non era molto credibile». Quindi il momento del ritorno a Orbetello dopo l’esonero di due mostri sacri come Franco Cameli e Alfredo Carotti: «Mi chiamò il presidente Palmiro Bosi e mi fece molto piacere, riuscimmo a riportare il pubblico al Vezzosi e questo aspetto fu il miglior successo e fu molto gratificante».
Da figliol prodigo non poteva mancare la terza volta con l’Aurora Pitigliano: «Questa volta mi chiamò il presidente Tullio Tenci, avevo un vice fantastico come Cristiano Ballanti, giocavamo con quasi tutti giocatori del posto, peccato che l’esonero fu bruciante dopo una sconfitta a Casteldelpiano». Lo stop durò pochi mesi perché poi Larini venne chiamato dal Sorano: «Ho un bellissimo ricordo dell’ambiente, il ds era Alessio Ercolani, su tutti metto Dino Palla uomo fantastico e simbolo di Sorano».
Poi la riflessione di Larini: «Dopo Sorano volevo smettere, mi fece riaccendere la voglia il Manciano dove mi sono trovato benissimo con dirigenti seri e di spessore come Marcello Cherubini, Bruno Bellezzi e Arnaldo Biondi. Purtroppo con il Manciano non sono mai riuscito a finire un campionato, prima a causa del covid e poi per la malattia che mi ha colpito. Adesso sono andato in pensione e voglio vincere definitivamente la battaglia che ho iniziato contro il male, quel giorno avrò vinto il derby più bello e importante, poi se qualche presidente mi vorrà chiamare sarò pronto a vincere ma anche a perdere in panchina».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
