Banchi, direzione Lettonia C’è la sfida della Nazionale per il coach con la valigia
Il grossetano plurititolato è stato chiamato a rifondare il basket in riva al Baltico Nelle scorse settimane ha vissuto l’esperienza della “bolla” della G League negli Usa
L’INTERVISTA
Dalla bolla di Orlando nella G League, alla panchina della Nazionale lettone. Luca Banchi, 55 anni, il più grande allenatore grossetano di basket, sta esportando nel mondo l’esperienza maturata in Italia. Dopo essere arrivato fino alla serie C come playmaker del Basket 80 Grosseto guidato da Giacomo Meschini (in squadra c’era anche il fratello Claudio, ex presidente del Bbc Grosseto), Banchi ha iniziato giovanissimo ad allenare i talenti della sua città, prima iniziare a Livorno (con tre scudetti juniores) una carriera sempre più importante: dopo essere stato protagonista, come assistente di Simone Pianigiani a Siena per sei stagioni, ha conquistato un titolo tutto suo con la Montepaschi Mens Sana, prima di bissare il tricolore con le scarpette rosse dell’Olimpia Milano, la società più blasonata d’Italia, riportata al successo dopo 19 anni.
Sempre vicino alle vicende della pallacanestro cittadina (anche durante il lockdown ha tenuto dei clinic riservato ai giovani di Pallacanestro Team 90 e Gea Grosseto), Luca racconta al Tirreno le ultime esperienze, partendo dalla chiamata della Lettonia.
Com’è nata questa opportunità con la Nazionale lettone?
«Mentre ero negli Stati Uniti ho ricevuto una chiamata dalla federazione lettone che, complice la mancata qualificazione al prossimo Europeo, è stata costretta a fare dei profondi cambiamenti, cominciando dalla guida tecnica. Hanno valutato una lista di candidati e mi hanno chiesto se avevo interesse a fare questa esperienza. A contattarmi sono stati due ex giocatori del campionato italiano, Kaspasr Cipruss (ex Trieste prima di spostarsi in Spagna) e Kristaps Janicenoks (ex Fortitudo Bologna e Capo d’Orlando), due personaggi che conoscono bene la nostra realtà, mi conoscevano come allenatore. Abbiamo avuto un confronto via Zoom dagli Stati Uniti per confrontarci su alcune idee. Io conosco molti giocatori della loro squadra: ad oggi hanno quattro giocatori nella NBA e altrettanti in Eurolega. È una nazione che, a dispetto delle dimensioni, produce tanti giocatori di spicco. Sono rimasti fuori dagli Europei perché l’attuale formula penalizza queste realtà che hanno tante stelle, che non possono utilizzare nelle “finestre” che si aprono durante l’inverno. Se alla Lettonia togli gli otto migliori giocatori che hanno nel panorama internazionale, poi si vanno a pescare quei giocatori che giocano in un campionato nazionale poco competitivo, con società senza grossi budget. Va comunque detto che la loro mancata qualificazione si riduce a due sconfitte di un punto. Un vero peccato perché agli Europei, che si giocano in estate, ci sarebbero stati anche gli atleti di NBA e di Eurolega. All’Europeo vinto dalla Slovenia nel 2017 centrarono un quinto posto. Il mio compito è creare un’identità di squadra attraverso un gruppo di giocatori che cambia di partita in partita e che ha delle priorità diverse. Il compito è arduo, l’impresa è impegnativa, però estremamente stimolante».
Quando partirà questo progetto?
«Nei prossimi giorni vado in Lettonia. A Riga trascorrerò un periodo che mi permetta di pianificare l’attività e la preparazione in prospettiva al Mondiale 2023. Le qualificazioni iniziano ad agosto e proseguiranno nelle finestre di novembre 2021 e febbraio 2022. Nell’estate 2022 si lancerà lo sprint in vista del mondiale. È un rapporto part-time, per cui continuerò a lavorare per i club».
Come si vive in una bolla come ha fatto nelle scorse settimane in Florida, in veste di assistente dei Long Island Nets?
«A 55 anni è dura la vita nella bolla. Una volta raggiunta la destinazione, il Disney World Sport Complex di Orlando, abbiamo avuto dieci giorni di isolamento, testati tutti i giorni, dopodiché abbiamo iniziato a riaccendere i motori. La vita nella bolla è stata concentrata prevalentemente a fare partite: quindici in venticinque giorni, con test rapidi quotidiani per monitorare la situazione, senza nessun contatto con l’esterno. Abbiamo vissuto insomma in totale isolamento, con occasioni di contatto tra le squadre ridottissime, pena multe salate. Avevamo una sola area per le riunioni dello staff, una sola area dove incontrare la squadra, altrimenti dovevi vivere nella tua camera d’albergo. La tecnologia l’ha fatto da padrona per qualsiasi occasione. È stata una grande esperienza, che mi ha permesso di essere a contatto diretto con una realtà unica e il fatto di essere in bolla alla fine ha rinforzato i legami. Sto continuando a collaborare e lavorare con loro; hanno benedetto il mio accordo con la Lettonia. Mi lascio aperta la porta per il futuro, anche se la mia prossima destinazione potrebbe essere da capo allenatore in Europa».
«Ho avuto diversi contatti – prosegue – perché, a dispetto della pandemia, i club non hanno perso la cattiva abitudine di esonerare gli allenatori. Voglio dedicare le prossime settimane a far partire nel migliore dei modi l’attività della nazionale lettone, ma il mio agente sta già lavorando in prospettiva futura. Ho escluso comunque la possibilità di prendere una squadra a poche giornate dalla fine, in una situazione critica come quella attuale, che sta purtroppo togliendo attendibilità ai risultati di campo».
Facciamo un raffronto tra queste esperienze internazionali e quelle con i club italiani?
«L’esperienza della G League non è minimamente avvicinabile alle altre: mi ha messo in contatto con persone, mondi e un’organizzazione che vive la pallacanestro con una dedicazione e una vocazione totale. Ho avuto la fortuna di lavorare in club importanti, paragonabili a Siena o a Milano. Si parla di standard altissimi, di club di vertice come Aek, Kuban o Bamberg. Sarei ipocrita a dire che tutta Europa è così ben organizzata e ben strutturata. Negli ultimi anni sono stato molto selettivo nelle offerte. E certe volte non basta: in Russia ho avuto difficoltà di tipo logistico e organizzativo; in Grecia (dove ho vinto una Coppa Intercontinentale Fiba) il club ha avuto problemi nei pagamenti e i giocatori hanno scioperato. Sono finiti i tempi nei quali gli allenatori riuscivano a stare molti anni nello stesso ambiente. Devi accettare l’idea di essere performante nel minor tempo possibile e il tuo lavoro sarà giudicato su cicli estremamente brevi. Impensabili parentesi come quella di Siena, dove ho trascorso sei anni da assistente e una da capo allenatore».
Quale è la squadra che le è più rimasta nel cuore?
«Il ciclo di Siena abbiamo fatto qualcosa di unico, irreplicabile. È stato, in quegli anni, un modello e niente si è minimamente avvicinato a quello che siamo stati capaci di fare in termini di rendimento, produzione di giocatori importanti e capacità di rigenerare le energie, il desiderio, la voglia di vincere, costruendo un vero e proprio stile. Quella è stata l’esperienza professionale e umana che mi ha appagato più di ogni altra. Meritavamo almeno la vetrina di una finale di Eurolega, tra le quattro final four giocate dalla Montepaschi, specialmente nella semifinale di Madrid contro il Maccabi. L’avventura di Milano è stata affascinante, stimolante: mi sarebbe piaciuto portare a termine il mio mandato triennale. Purtroppo non ci fu la possibilità, complice quel rocambolesco finale di campionato, nella semifinale persa con Sassari. Facemmo riscoprire il basket a Milano. Mi sarebbe piaciuto vincere il secondo scudetto e un diverso scenario in Eurolega, rovinato dalla sconfitta casalinga ai supplementari in gara1 dei playoff con Maccabi, che alla fine alzò il trofeo. Tra l’altro preferii Milano ad un incarico in Russia, la ritenevo un’opportunità unica in termini di appeal; c’era la grande sfida di riportare lo scudetto a Milano e tornare ad un livello europeo da big. Noi sfiorammo la final four e lo feci in condizioni diverse da oggi, in termini di budget e di concorrenza».
Come si ritorna a giocare dopo questo difficile periodo di pandemia?
«È difficile fare delle previsioni, dopo la delusione provata lo scorso anno. Dopo l’estate immaginavano di ritrovare una tranquillità che mi auguro che la campagna vaccinale ci restituisca quanto prima. Dobbiamo preoccuparci di restituire soprattutto all’attività di base un po’di credibilità, anche perché i danni e gli effetti della sospensione dell’attività sportiva a livello giovanile si potranno solo misurare nel tempo. C’è assolutamente urgenza, non tanto per lo sport di vertice, ma per quello di base, di riportare i ragazzi a fare questa disciplina sportiva. Questa deve essere l’assoluta priorità. Quello che alcuni politici non hanno capito sono i danni che si stanno arrecando a questa generazione dal punto di vista psicofisico, non solo dal punto fisico. Questo si rifletterà probabilmente sulla loro socialità, perché questa è una generazione che in alcuni anni cruciali della crescita, improvvisamente si è trovata a vivere in isolamento assoluto». —
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