Gioco
Ancora sul monte a 64 anni, il lanciatore Peccianti si avvicina al mezzo secolo di gare
È il giocatore più anziano ancora in piena attività: approdato nella massima serie con la Mabro Bbc, nel 2013 è tornato in Ibl
L’INTERVISTA
La Maremma ha un record nel baseball difficilmente battibile, quello del giocatore più anziano in piena attività. Nel 1983 il lanciatore Daniele Peccianti, classe 1957, approdò nella massima serie con la Mabro Bbc Grosseto, dopo quattro anni di battaglie con il Roselle per la cessione del cartellino. “Grillo”, che all’epoca aveva 26 anni, era considerato vecchio per una squadra di grandi ambizioni come quella guidata da Joe Zavattaro. Quel lanciatore dopo aver disputato nove gare in quella stagione con due vittorie, tornò a fare il protagonista in serie A2 e successivamente in serie B e serie C, salvo tornare nell’Italian Baseball league trent’anni dopo, nel 2013. E il bello è che quella carriera non si sia mai interrotta ed è arrivata a 48 stagioni, con Peccianti, conosciutissimo in città anche per le macchine per ufficio, che festeggerà sulla collinetta i 64 anni di età.
Qual è il segreto di questa incredibile longevità?
«Un solo segreto: io mi diverto ancora da matti a giocare. Non mi alleno più da anni. Penso che dentro al braccio non ci sia più niente e quindi non sento dolore. Quando vado in campo dimentico di tutto; in cima a quella collinetta mi sento vent’anni. Ovviamente non è tutto rose e fiori. Non vedo più i segnali del ricevitore. Io voglio giocare senza occhiali e quindi siamo arrivati ad un compromesso. Al ricevitore ho detto di rimanere con il pugno chiuso quando vuole che lanci la palla dritta, quando apre la mano tiro qualcosa di diverso. “Te stai lì che qualcosa arriva”, gli dico sempre».
«La gioia principale – prosegue Daniele Peccianti – è quella di entrare in campo, poi ci sono l’odore dell’erbetta tagliata, la vita di spogliatoio, gli scherzi tra compagni. Dove vado non ho grossi problemi, riesco a fare combriccola. Nel Bbc in otto mesi ho riscosso solo una volta il compenso, negli altri Falconi e Pegoraro mi fecero sempre la multa, a causa degli scherzi: la vittima preferita era Jervolino. In quella squadra c’era un lanciatore americano, Thomas Dettore, che chiamavano Babbo per il suo aspetto da uomo di mezza età e che in realtà aveva appena 37 anni».
Si è posto dei limiti?
«Sono arrivato a 48 anni di carriera, volete che smetta ora? Ormai punto ai cinquanta campionati sul monte, per la disperazione delle mie figlie. I riflessi non sono più quelli di una volta ma è difficile che qualcuno mi batta addosso: con il mio mestiere, in serie C, riesco ancora a dire la mia. Nel 2020 ho vinto il girone di serie C a Perugia, poi abbiamo perso lo spareggio con il San Marino perché sul monte hanno schierato un lanciatore, Ercolani, che è stato poi utilizzato anche nella finale scudetto contro il Bologna».
Com’è cambiato il mondo del baseball in questo mezzo secolo?
«Io sono l’esempio vivente che c’è stato un cambiamento in peggio. La serie B e la serie C dovrebbero essere categorie che servono a far crescere talenti ma, tra tanti giocatori che vedo, non scommetterei su nessuno. In questi anni il livello s’è abbassato. Senza la preparazione necessaria, se trovo la giornata, faccio diventare matti battitori con 30-40 anni meno di me. Ai miei tempi sputavamo sangue su ogni lancio e non esisteva la parola dolore. Oggi non vedo lo stesso spirito di gruppo e il sacrificio».
Il bello è che ha ancora mercato….
«Perugia mi ha già tesserato per la stagione 2021, ma si è informato anche Lucca, che voleva un pitcher che insegnasse ai suoi giovanotti come si sta sul monte di lancio. Un po’ come il manager del Perugia che lo scorso anno mi ha schierato dall’inizio contro Macerata per dare una scossa alla squadra. Si sono fatti vivi anche i Boars in serie B, ma la categoria è un po’ troppo impegnativa.
Quali sono state le soddisfazioni più belle della carriera?
«Non ho vinto scudetti o roba del genere, ma non si contano le promozioni dalla C alla B o dalla B alla serie A2. Non le ricordo tutte perché ho giocato talmente in tante squadre. Ho messo a segno anche due no-hit (nessuna battuta valida avversaria), entrambe con la maglia del Roselle, negli anni Ottanta. La più bella al “Kennedy” di Milano contro l’Intermars di Mauro Mazzotti. Loro erano secondi in classifica, noi nei bassifondi. In quella giornata feci no-hit con 13 strike out e poi in gara2 prima entrai in battuta, per sostituire un compagno coinvolto in una rissa. Al settimo inning eravamo avanti di un punto con gli uomini in base. Andai da Fanara e Di Vittorio, i miei allenatori storici, a chiedere di farmi entrare. Non volevano saperne, ma alla fine li convinsi perché Armando Mancini era stanco. Affrontai sei uomini e misi cinque strike out, da com’ero arrabbiato. Vincemmo 7-6. Feci anche una no-hit all’estero, in un torneo in Francia contro i campioni del Puc Parigi nel 1979. Con noi c’era anche il giovanissimo Marco Mazzieri. L’ultimo out lo fece Walter Papini, morto qualche giorno dopo in un incidente stradale ed al quale intitolarono lo stadio in via dei Laghi a Roselle».
«Nella mia carriera – prosegue – ho vinto anche due partite in serie A1. Quando sono arrivato al Bbc era quattro anni che mi chiedevano, ma non mi ci mandavano per la guerra tra Grosseto e Roselle. Arrivai in biancorosso grazie a Leo Falciani, che convinse il consiglio rosellano. Per loro ero già vecchio, anche se mi avrebbero riconfermato se il Roselle non mi avesse ripreso dopo il prestito. Davanti a me c’erano nomi importanti: Cappuccini, Boscarol, Borghino. Quando ti davano l’opportunità non dovevi sbagliare perché altrimenti non giocavi più. Mi ricordo che il manager Joe Zavattaro mi fece fare una volta il partente. Tirai tutte e nove le riprese, poi si fece male il battitore designato, quindi andai a battere, realizzando una valida e rubando la seconda. Ma da lì però non ho più giocato. A quei tempi c’erano dei campioni contro i quali era difficile farsi un po’ di posto e poi ti perdonavano niente. Se sbagliavi eri fuori. Quella volta giocai bene, ma non giocai più».
Nel 2013 è tornato in IBL con il Mastiff Arezzo…
«Ero il direttore sportivo e ho solo dato una mano a Danilo Biagioli. Tirai però cinque riprese con il Bologna. Una bella rivincita personale, dopo essere stato bastonato nel 1983. “Te hai dimostrato” si complimentò il coach cubano Javier Galvez nel dugout».
«Con il Roselle – prosegue Peccianti – dalla serie C siamo arrivati alle soglie della massima serie. Nel 1982 si vinse la serie A e si doveva andare a giocare con il Bbc in serie nazionale, ma rinunciammo per mancanza di fondi. Ci sono tante altre soddisfazioni come quella di aver aiutato a crescere giovani ricevitori come Biagioli, Rigoli o Gasparri. Indimenticabile la parentesi con i City Ramblers, prima in C poi in B. Ci trovammo una sera a cena e decidemmo di mettere in piedi una squadra per scommessa. Abbiamo fatto quattro campionati senza riuscire a perdere. Abbiamo fatto tutte le finali, ma si arrivava alla terza partita e si crollava fisicamente, tanto che una volta per mantenere le forze mi misi in tasca una salsiccia di cinghiale, che di tanto in tanto addentavo. Quella era la vecchia squadra del Roselle Sacchini, Guazzini, Mancini e Fabio Toniazzi. La maggior parte delle mie stagioni le ho trascorse con il Roselle prima, con il Rosemar poi, fino al 2009 con Vecchi e Giannoni allenatori, una delle stagioni più divertenti di sempre. Ho giocato in tutte le squadre della provincia. Da qualche anno mi sono legato al Perugia: mi trovo bene e da aprile voglio continuare a ripagare la loro fiducia». —
Maurizio Caldarelli
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