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Grosseto

Franco Polverini immortale dell’hockey «Pronti a dare l’assalto alla Coppa Italia di B»

maurizio caldarelli
Franco Polverini immortale dell’hockey «Pronti a dare l’assalto alla Coppa Italia di B»

Primo titolo il Trofeo Topolino, nel 1980 sulla pista di Bologna A 40 anni di distanza una nuova emozionante avventura  

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l’intervista

maurizio caldarelli

Franco Polverini è un campione senza tempo. A sette anni, nel 1980, vinse il trofeo Topolino a Bologna giocando con bambini più grandi di lui, compreso il cugino Enrico Mariotti, nato nel 1969. A distanza di quaranta stagioni, dopo aver fatto, lo scorso 16 dicembre a Breganze, l’esordio in A1 con la maglia della sua prima società, il C. P. Grosseto, si prepara a dare l’assalto alla Coppa Italia di serie B (trofeo che manca nella gloriosa società biancorossa): sabato a Vercelli disputerà l’andata della semifinale, dopo aver messo a segno 22 reti nelle prime undici uscite stagionali.

Partiamo dal fondo, cosa ha provato a debuttare in serie A1 con la maglia del C. P. Grosseto?

«L’emozione c’è stata, prima di tutto perché erano cinque stagioni che non giocavo nella massima serie; l’ansia per trasferta e la sensazione dell’adrenalina prima di entrare in pista ci sono e ci saranno sempre. È la cosa più bella di chi pratica sport. Anche in serie B, alla fine, il bello è far parte di un gruppo, entrare in pista, la tensione che si prova prima della partita. Quando s’inizia a giocare, però, passa tutto e prendono il sopravvento la concentrazione, l’agonismo, l’esperienza. E a Breganze ho provato tutte queste belle sensazioni».

Com’è nato il rientro nel Circolo Pattinatori?

È stata una cosa strana. Mi avevano chiesto di dare una mano con la serie B. All’inizio non ho accettato perché avevo precedenti impegni con le giovanili del Follonica. Al presidente Osti ho detto che sarei venuto quando possibile. “Non so se verrò una volta al mese, due volte al mese o a fare le finali”, gli dissi. L’hockey però è la mia vita e quindi sono andato il primo giorno a fare allenamento e non sono più mancato, neanche ad una partita. L’ambiente poi, in questo momento, tra spogliatoio e società, è fantastico. È una società “vergine” da dissapori interni e quindi i dirigenti ti danno tutto quello che chiedi, sono completamente disponibili. Persone fantastiche. Mi ci sono trovato bene e sono felice di dare una mano».

Perché ha scelto proprio l’hockey?

«Prima di avvicinarmi a questo sport giocavo a basket e calcio, poi i miei cugini Massimo ed Enrico Mariotti mi fecero provare l’hockey e me ne innamorai. Iniziai a sette anni con mio zio Marco Mariotti nella pista all’aperto di via Portogallo e da lì ci trasferimmo in via Manetti e nel palazzetto dello stadio».

La sua è stata una carriera lunghissima.

«Ho avuto la fortuna di non avere problemi di cartellino e di poter andare a quattordici anni a Castiglione della Pescaia, dove ho poi esordito a sedici in serie A1, gestito bene dagli allenatori che trovai in quel periodo. E da lì ho iniziato a girare, perché alla fine l’esperienza di un giocatore la fa anche avere sempre nuovi stimoli. Mi è sempre piaciuto cambiare, confrontarmi e provare nuove esperienze»

C’è una società alla quale è più legato?

«Mi sono trovato bene a Salerno, una delle prime società che ho scelto, a diciotto anni, e dove sono rimasto per quattro stagioni; a Prato sono rimasto sei campionati, diventando anche capitano. A Follonica sono arrivato dopo l’epoca degli Immarcabili; ho vinto una Coppa e ho fatto l’allenatore per diversi campionati. Se ti trovi bene con un ambiente tutto diventa più facile anche in pista».

Quali sono state le pagine più belle di questa carriera infinita?

«La vittoria del Mondiale è sempre speciale e quella di Wuppertal nel 1997 fu ancora più bella perché inaspettata. Non ho vinto tantissimo, ci sono sempre arrivato vicino: ho disputato sei finali scudetto e ho messo al collo altre medaglie internazionali sia seniores che giovanile, senza mai conquistare l’oro. Una vita da secondi posti, insomma. Ogni singola vittoria alla fine ha sempre il suo fascino. Non mi lamento comunque del mio medagliere».

Quale sarà il suo futuro hockeistico?

«Io vado avanti anno per anno. Nell’hockey non puoi fare programmi. Mi piace stare nell’ambiente. Dove posso sono pronto a dare una mano ben volentieri. Mi metto a completa disposizione».

Torniamo al presente. Come sarà la semifinale di Coppa Italia con il Vercelli?

«Sappiamo che sarà una gara difficile, perché anche loro hanno in rosa un mix di atleti di esperienza e giovani. Noi siamo pronti. Abbiamo visto anche a Salerno che siamo riusciti al momento giusto a mettere la partita sul canale che volevamo, abbassando i ritmi, senza complicare la situazione. Ci manca un po’ di tenuta fisica ma di esperienza ne abbiamo da vendere. Andiamo a disputare questo doppio confronto garantendo il massimo impegno per cercare di conquista un posto in finale».

Sabato sarete impegnati in una delle piste storiche…

«È sempre bello calcare piste che hanno scritto pagine importanti del nostro sport. Io tra l’altro ho giocato anche un anno a Vercelli, dove ho perso uno scudetto clamoroso. Era l’anno in cui non c’erano i playoff: eravamo primi alla vigilia dell’ultima partita di campionato. Perdemmo però a Novara, che ci soffiò lo scudetto per un punto. Tornare a Vercelli sarà bello e riaffioreranno tanti ricordi. Tra gli avversari di sabato ci sarà anche un mio vecchio compagno di quella stagione, il 51enne Francazio. Lo rivedrò volentieri e spero di batterlo». —





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