Gioco
Quindici anni fa l’epopea degli Immarcabili Scudetto e coppe, quel 2005 carico di trionfi
Al Ca’ Dolfin di Bassano del Grappa l’inizio di una stagione da record, frutto di un paziente lavoro di costruzione
follonica
Tre lustri. Sembra ieri ma sono già passati quindici anni dal primo, storico scudetto del Follonica Hockey, arrivato in una calda serata del giugno 2005 al Ca’Dolfin di Bassano del Grappa. Quella squadra di “Immarcabili” che da lì in poi avrebbe abbattuto una marea di record fino a portare in Italia ed in riva al Golfo la Champions League e la Continental Cup, tutt’oggi unica società italiana a riuscirci, iniziava in quei giorni a scrivere una storia meravigliosa e a cambiare per sempre la percezione dell’hockey su pista nel Belpaese.
A riguardare indietro adesso sembra tutto perfetto, una macchina sportiva senza difetti dalla creazione ai risultati finali in pista. Ma arrivare a costruire quel gruppo non fu uno scherzo, tanto che il lavoro dell’allora presidente Stefano Venturi e dei suoi collaboratori fu lungo e paziente. La scintilla scoccò durante le finali di coppa Italia del 2004 a Bassano del Grappa, con il Follonica che condivideva l’albergo con il Prato che eliminò gli azzurri dalla competizione; fu in quel momento che la dirigenza del golfo iniziò a pensare a Massimo Mariotti come allenatore. «Eravamo consapevoli che economicamente era possibile allestire una squadra forte – racconta oggi Venturi – la volontà c’era da tempo, i contatti erano già avviati e i messaggi ai vari giocatori stavano arrivando ma per fare una squadra come quella serviva l’attimo giusto, il momento in cui tutti i giocatori desiderati fossero liberi dai contratti che avevano. A parole tutti credevano nel progetto ma nessuno avrebbe rischiato se non ci fossero stati anche gli altri giocatori, così partimmo con il trovare l’allenatore giusto in grado di gestire una squadra del genere. Non era solo una questione tecnica, serviva anche una analisi a livello umano delle risorse a disposizione perché era chiaro che sarebbe stata una squadra anche caratterialmente molto impegnativa. Chiuso l’accordo con Massimo Mariotti si cominciò a costruire anche il resto della squadra, la volontà di venire a Follonica era pressoché condivisa ma si dovevano chiudere tutti i cerchi perché nessuno rimanesse scoperto. Anche perché non eravamo l’unica squadra a fare proposte importanti a quel gruppo di campioni».
Poco dopo arrivò anche il sì di Mirko ed Alessandro Bertolucci mentre il capolavoro fu l’ok di Alberto ed Alessandro Michielon che fecero il viaggio Bassano-Follonica scambiandosi con Massimo Tataranni che compì invece il tragitto inverso. «Fu un bel risultato, i gemelloni erano quelli da sempre più in dubbio, le certezze erano altre: alla fine si decisero anche loro e in pochissimo tempo arrivarono le sei firme verso la fine della stagione precedente. E comunque fu una trattativa limpida, furono tutti professionisti fino in fondo mentre in campo erano atleti di livello assoluto sia fisicamente che mentalmente. Dietro a quel progetto non c’era solo il desiderio di vincere e raggiungere risultati mai conquistati prima ma anche creare un pezzo di storia dell’hockey e soprattutto rappresentare una funzione trainante per tutta la città di Follonica. Inoltre i giocatori si impegnarono anche nella formazione del settore giovanile con risultati che ancora oggi abbiamo sotto gli occhi: per i ragazzi dell’epoca quei giocatori erano quelli del poster in camera, che poi ritrovavano come allenatori il pomeriggio in pista».
Quel Follonica iniziò una storia lunga sei anni con tanti altri giocatori di assoluto livello approdati successivamente alla corte di Mariotti e Venturi rafforzando un nucleo già perfetto. «Il colpo più particolare arrivò l’anno dopo quando portai l’attuale allenatore degli azzurri Sergio Silva – conclude Venturi – lo vidi ai Mondiali in Spagna e ne rimasi entusiasta, era in grado di fare la differenza in ogni contesto, con quell’arrivo si chiuse il cerchio che ci portò poi a vincere a Torres Novas; dopo i successi del 2005 infatti dissi che volevo vincere la Champions League, Emilio Bianchi (il preparatore atletico, ndc) mi guardò e scuotendo la testa disse: questo è matto. Forse è anche per episodi come questo che abbiamo vinto così tanto. Quando finì la mia avventura speravo che qualcuno di quei giocatori rimanesse a lungo per ricominciare un altro ciclo ma soprattutto per dare continuità al settore giovanile, ci è voluto un po’ di più di quanto pensassi ma alla fine è successo ed anche adesso ci godiamo giocatori nati proprio in quella fase». —
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