Il Tirreno

Grosseto

«Torneremo al lavoro quando potremo garantire la sicurezza»

ELISABETTA GIORGI
«Torneremo al lavoro quando potremo garantire la sicurezza»

Resta difficile capire come sanificare i locali o igienizzare i volumi Il settore naviga nelle nebbie e non c’è alcun protocollo ad hoc 

4 MINUTI DI LETTURA





indipendenti

ELISABETTA GIORGI

Molte librerie hanno colto l’opportunità di riaprire; non tutte però. Gran parte, forse la maggioranza ha scelto di lasciar calate le saracinesche dopo aver valutato che «non vi sono le condizioni inadeguate».

È il caso di Federico Quatraro e della moglie Chiara De Marco, due librai indipendenti la cui attività (“Periferica”, in foto) sorge ad Albinia e fa capo a un’omonima associazione. Tutti e due chiariscono subito di non voler puntare l’attenzione sulla “propria” attività quanto di voler dare un contributo più generale al dibattito, dato che in queste ore si è fatto un gran parlare delle librerie che riaprono ma non si è affrontato ancora il punto di vista di chi ha scelto invece di restar chiuso e perché.



Partiamo dall’inizio. Il lock down. «Quando questa clausura è iniziata – spiegano entrambi – non c’è stato alcun dibattito sul chiudere le librerie, lasciando invece che altri continuassero a vendere libri, e danneggiando un settore già estremamente fragile in cui lo Stato non investe più da troppo tempo. Ci è stato detto di chiudere e basta, senza preoccuparsi delle conseguenze. Per i primi periodi anche la consegna a domicilio era vietata e non è stato lo Stato a intervenire ma organismi commerciali e associazioni». Insomma: chiudete e sparite pure, voi e la vostra cultura, tanto chi se ne importa. Un silenzio durato finora.



E ora? «Ora invece che c’è bisogno di risollevare gli spiriti abbattuti, di gettarsi sulla cultura per offrire un’immagine migliore a un paese in crisi, ecco che si pensa al “pane per l’anima”. Un bene che non era stato identificato come di prima necessità lo diventa d’emblée ora - dice Quatraro - per ragioni che nessuno ha spiegato bene. Ora noi veniamo chiamiamo farmacisti dell’anima come gli infermieri - continua Chiara - C’è questa narrazione anche molto romantica di noi, quando fino all’altro giorno a nessuno (intendo lo Stato) interessava della salute di un settore fragile come il nostro. Ci dispiace ma così non può funzionare».



Tanto più che riaprire non è semplice. Come muoversi? Chi lo sa. «Noi non abbiamo idea di come poter garantire un ambiente adeguato a livello sanitario e sicuro – dicono De Marco e Quatraro - perché nessuno ci ha spiegato come fare. Non esiste un protocollo: tutto si basa sui protocolli di altre attività quando è innegabile che un libro non è paragonabile ad altri tipi di merci. Le librerie sono luoghi d’incontro e condivisione, non sono magazzini, non sono alimentari in cui si chiede al commesso il cibo, lo si prende imbustato e si porta via. Il cliente della libreria gira, discute, sfoglia, difficilmente sa subito il libro che vuole - spiega Federico - Il libro va soppesato, capito. Non essendoci un protocollo tocca basarsi su altri protocolli che creano gran confusione. Dovremmo garantire un tot di mq a persona e avere un’altra uscita, cosa che molte librerie non hanno, e sanificare riempiendo di cloro affumicato il locale». E come sanificare i libri, che non possono essere bagnati? Il volume viene toccato da un cliente, seppure con guanti e mascherina, poi però «deve essere pulito, messo via, rimesso. Insomma a livello pratico è una questione complessa». Senza pensare alla burocrazia del contagio. Resta complicato anche capire come muoversi, per andare in libreria. Come compilare le autocertificazioni, quali i rischi se veniamo fermati? Aprendo le librerie si espongono gli avventori a vari tipi di rischi - uscire significa a volte prendere mezzi, spostarsi da un Comune all’altro, entrare a contatto con soldi - ma anche i librai sono esposti ai rischi degli avventori.



«L’11 marzo abbiamo chiuso la libreria e ci siamo reinventati il nostro lavoro - dice la coppia - È da oltre un mese che noi, ma non solo noi, facciamo consegne in macchina, in bici, in tutti i modi possibili e anche in altri comuni, e spediamo in tutta Italia grazie a un’iniziativa bellissima partita dagli editori che si chiama “Libri da asporto” promossa da Nw. Nonostante ciò, noi librari indipendenti ci siamo sentiti dire dall’amministratore delegato di una catena famosa in Italia che evidentemente chi non apre non ha bisogno di lavorare. Non è così. La nostra è una scelta controversa e dolorosa che ci mette in difficoltà economica; ma è una scelta innanzitutto etica (non solo nostra, ma di tutta la rete che si è creata attorno a noi): il nostro settore costantemente dimenticato e lasciato da parte non può essere utilizzato come simbolo solo quando è necessario. Il nostro lavoro ci manca, come ci manca la possibilità di sentirci utili. Ci manca il senso di condivisione che creano i libri e le chiacchiere che ogni giorno ci arricchiscono e migliorano, umanamente e professionalmente. Vogliamo tornare a fare il nostro lavoro quando potremo sentirci sicuri noi e garantire sicurezza ai nostri clienti, non tornare al lavoro perché è necessario per scelte immotivate e repentine, mal discusse o per niente condivise. Scelte di cui nessuno ha discusso coi diretti interessati: i librai. Torneremo in libreria quando saremo in grado di starci davvero coi lettori». Quando comprare un libro tornerà a essere una scelta priva di paura. —



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La protesta

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web