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Maggi il cannoniere «I miei primi pattini me li regalò mia zia Avevo solo 6 anni»

Enrico Giovannelli
Maggi il cannoniere «I miei primi pattini me li regalò mia zia Avevo solo 6 anni»

Una carriera di trionfi, tra Cgc Viareggio e Castiglione Il corteggiamento del Barcellona e una valanga di aneddoti

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CASTIGLIONE DELLA PESCAIA

Gli anni d’oro dell’Hc Castiglione hanno avuto un nome e un volto: Paolo Maggi. L’estroso attaccante viareggino, oggi 61 anni ben portati e sempre in forma, uno degli acquisti più costosi della società maremmana guidata all’ora presidente Oris Gabellieri, che lo prelevò dal Cgc Viareggio.

Raccontare la storia di Maggi e il suo numero 8 è come immergersi in un buco temporale, fra aneddoti e ricordi indelebili. Maggi, come ha iniziato a giocare ad hockey? «Fu mia zia Sandra a regalarmi a 6 anni i primi pattini, quelli con la cinghietta. Peccato però che a Barga dove vivevamo era davvero difficile pattinare. Il paese (provincia di Lucca, 410 metri di altitudine) era tutto una salita e discesa. Poi però ci siamo trasferiti a Viareggio». Subito con il Centro Giovani Calciatori ovviamente: «Mio babbo fece l’abbonamento alla pista Berchielli, costava 1000 lire. Per un colpo di fortuna, credo il millesimo associato, mi regalarono tutta l’attrezzatura: la racchetta, che io pensavo fosse un boomerang, e le ginocchiere». E si scoprì che era un attaccante incredibile: «Beh, confesso subito che non mi sono mai sentito un giocatore tecnico, anzi. Il vero segreto è che sono stato sempre un combattente. Un istintivo, che però davanti alla porta la metteva dentro. Con tutte le squadre giovanili del Cgc abbiamo vinto campionati a raffica, il primo credo a Bologna nel 1970. Cresio Bacherotti, per Viareggio e la società bianconera una vera istituzione, è stato il primo maestro. Non so nemmeno quanti titoli ho vinto di seguito come cannoniere».

In quegli anni l’hockey era una vera e propria religione, soprattutto a Viareggio. «A cavallo degli anni Settanta e Ottanta il movimento era all’apice, e i giocatori erano quasi delle divinità. Io in prima squadra ho avuto allenatori come Alfredo Cupisti detto “Tanacca” il babbo di Alessandro, Aldo Bargellini che mi fece esordire in serie A e naturalmente Fulvio Aloisi, il “biondo”, un secondo padre per me. Giocare a hockey in quegli anni era un privilegio: si tornava dalle trasferte e i tifosi in centinaia erano li per festeggiare una vittoria».

Aneddoti? Un’infinità: «Non basterebbe una vita intera. Su Alessandro Cupisti: siccome non era così bravo a giocare in attacco lo mandammo in porta. Ed è diventato uno dei migliori in assoluto della storia». A fine anni Settanta Maggi diventa un giocatore della Nazionale italiana: «In azzurro ho giocato circa 10 anni e per me è stato il massimo. Uno dei primi a Viareggio ad essere convocato per un campionato Europeo juniores. L’allenatore era Gianni Massari, altro mito dell’hockey, e in squadra c’erano Pino Marzella, Tommaso Colamaria, Franco Girardelli. Poi nella Nazionale maggiore». E incominciarono ad arrivare richieste di trasferimento: «Da far sobbalzare la dirigenza del Gcg. A Barcellona alla fine di un’amichevole il presidente dei blaugrana e l’allora presidente del comitato olimpico Juan Antonio Samaranch vollero farsi una foto in pista con me. E la dirigenza catalana mi voleva compre subito. In Italia c’era la Reggiana, ma poi arrivò quella del Castiglione che superò tutti. Mi pagarono a peso d’oro. In più costrinsi il presidente Gabellieri a prendere anche il mio amico Gino Marabotti per non soffrire di saudade». Stagioni a dir poco storiche: «Appena arrivato mi fidanzai con Daniela Magrini (galeotta la lunga trasferta a Salerno) che poi diventò subito mia moglie e iniziai a lavorare con le assicurazioni proprio grazie ad Aloisi. Quel Castiglione ha avuto giocatori di prim’ordine. Claudio Anedda, Alessandro Cupisti in porta e lo stesso Mauro Pierini; e poi Josè Martinazzo, Juan Antonio Zabalia, Cocinero, Giancarlo Fantozzi. E gli allenatori Santos Alvarez e Fulvio Aloisi, Roberto Cozzi, Eugenio Romani e Maurizio Pericoli». Qualche partita in particolare? «Su tutti i derby contro il Follonica, ma anche contro il Lodi e il Novara. In un derby all’andata Raul Micheli ci fece impazzire segnando l’1-0 e tenendo la pallina per tutta la partita. Anche al ritorno vinceva il Follonica: negli ultimi 30” segnai due gol e finì 2-1 per noi. E poi i playoff e la coppa Cers contro gli spagnoli del Voltregà. Ora gioco con la squadra dei veterani nell’Evericup, tenendo in alto i colori dell’Hc, e devo dire che riesco a difendermi. L’amore per questo sport non potrà finire mai». — Enrico Giovannelli

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di Redazione web