Il Tirreno

Grosseto

Angelino Chelini, il primo maremmano a prendere parte al Tour de France

Lorenzo falconi

Nato a Roccatederighi nel 1890, si era trasferito con la famiglia in Francia. Lui correva - e forte - il fratello Sisto vendeva biciclette  

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Lorenzo falconi

Un incrocio di destini in una strana storia, di cui nei giorni nostri si è persa la memoria. Una storia di altri tempi, di prima del motore, quando si correva per rabbia o per amore. Attraverso le parole di Francesco De Gregori, prese in prestito da “Il bandito e il campione”, possiamo ripercorrere la storia di Angelino Chelini. Non ci sono banditi di mezzo, o forse ci saranno anche stati, ma quel che è più certo è la presenza dell’amore per la bicicletta, unita alla stoffa del campione in un intreccio di destini lontano più un secolo. È il 1890 quando Angelino vede la luce a Roccatederighi. La Maremma in quegli anni racconta storie di povertà, con tanta fatica e tanto sudore della fronte per mettere insieme il pranzo con la cena. Ci si arrangia come si può. Tanto vale cercare la fortuna all’estero, dove magari un impiego è più facile da trovare, soprattutto se devi fare il minatore.

Ad esempio in Francia. Bacino di Briey, nella regione del Grand Est, a due passi dal Lussemburgo, dal Belgio e dalla Germania. Qui stanno cercando dei minatori perché è stato scoperto un giacimento di ferro, qui ci sono già degli stranieri che sono più di 82mila nel censimento del 1911. Di questi, 40mila sono italiani, vale a dire il 35% della popolazione della regione. È qui che Sisto Chelini decide di venire, portandosi dietro il fratello Angelino che nel frattempo per tutti è solo “il morino”, soprannome che in paese gli è stato dato per il colore dei capelli. Sono periodi in cui gli italiani all’estero non sono ben visti. Brutta gente, si dice, o almeno è quello che pensano i transalpini. Non mancano gli scontri, vere e proprie battaglie tra lavoratori francesi e italiani e non manca la xenofobia, il rifiuto nei confronti dello straniero. Tutti i mali della società: sifilide, violenza, disordini sociali, sono causati dagli italiani secondo il sentore dei francesi.

Una storia che si ripete anche ai giorni nostri, ma con interpreti diversi. Il riscatto sociale può avvenire in un solo modo: attraverso lo sport. La bicicletta è un mezzo di locomozione utile per andare da casa alla miniera e dalla miniera a casa. Spesso sono 80 chilometri al giorno e qualsiasi ritardo sul posto di lavoro è punito con una detrazione dello stipendio. È qui che il ciclismo dei pionieri affonda le sue radici. Pochi corridori sfuggono al destino della miniera attraverso il commercio per intraprendere l’ascesa sociale.

Solo due italiani della zona ci riescono: uno di questi è Sisto. Abbandona la miniera perché sa come riparare le biciclette e decide di mettere su un’attività commerciale che serva anche a venderle. Resta il problema della pubblicità, la vera anima del commercio. Sisto Chelini però, ha un asso nella manica: suo fratello Angelino che ha due grandi doti. La prima è una capacità polmonare ben oltre la media, la seconda è che è un vincente quando si alza sui pedali. Il trampolino è quello giusto: Angelino vince le gare, Sisto vende le biciclette. Sono spesso corse amatoriali che Angelino affronta da ciclista indipendente, ma che servono a dare ulteriore credibilità al marchio del mezzo a due ruote, messo in risalto a ogni traguardo tagliato per primo. E poi c’è la storia del riscatto sociale, in bici siamo tutti uguali, in bici si può annullare ogni disparità. Anche questo aiuta l’integrazione. Angelino intanto non si ferma e nel 1910 partecipa a tutte le corse della zona. Ovviamente vince e la sua fama varca anche i confini, arrivando fino alla vicina Germania, dove il ciclista maremmano non disdegna di imporsi. Sono gli anni in cui il ciclismo è pervaso da un notevole fermento, perché all’alba del ’900 è nata una corsa a tappe che prenderà il nome di Gran Boucle. Nei primi anni il Tour de France, la più famosa gara ciclistica, prevede l’iscrizione di chiunque voglia partecipare, così molti corridori fanno parte di vere e proprie squadre, mentre i singoli sono chiamati touriste-routiers, ovvero turisti della strada. Angelino rientra tra questi ultimi.

Per lui la grande occasione si presenta nel 1911, ma non riesce a terminare la corsa a causa di una caduta. Ci riprova nel 1912, ma la sorte avversa è sempre in agguato: ritiro dopo una caduta rovinosa. «È sempre stato il rammarico ciclistico di mio padre - racconta a più di un secolo di distanza Giuliano Chelini - Lui e la bicicletta erano una cosa sola, non ha mai smesso di utilizzarla e di pedalare. Da ragazzo, quando lavoravo nei campi raccogliendo i pomodori, dimenticai il pranzo a casa. Me lo portò lui, percorrendo oltre trenta chilometri in bici, sotto il sole rovente dell’estate e all’età di 86 anni». Aneddoti che testimoniano la grande passione per uno sport di altri tempi e che si intrecciano con una storia dai contorni a tratti amari.

Dopo quei due Tour non ci furono altre partecipazioni per Angelino. Sulla Francia e sull’Europa incombeva un’altra minaccia: la Grande Guerra. «Mio padre fu chiamato alle armi, era motorista e cecchino». La storia narra di una sorta di faccia a faccia con un soldato austriaco sui campi di battaglia. Cecchino contro cecchino, vita contro morte. Sono attimi di paura e sangue freddo, in cui Angelino rimane gravemente ferito a un orecchio: «Mi ha sempre raccontato con entusiasmo delle sue corse – dice Giuliano – una volta sola di questo episodio sul quale non amava soffermarsi». È fin troppo facile quindi, intuire quale sia stato il destino del soldato austriaco. Finita la guerra, vinta con profondo orgoglio, di nuovo a casa, la vera casa: la Maremma. La bicicletta sempre come fedele compagna, ma niente più corse. È qui che si conclude una storia di altri tempi, di prima del motore, quando si correva per rabbia o per amore, ma tra rabbia ed amore il distacco già cresce e chi sarà il campione, già si capisce. —

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di Redazione web